Dopo quanto ho detto nel post precedente sulla rucolizzazione, posso solo aggiungere che il prossimo trend prevedo sia la pinolizzazione. Che dai pinoli non riusciamo più a salvarci.
E pensare che quando andavo al liceo, colonia marina mussoliniana circondata da pini marittimi, il bidello signor Marchetti raccoglieva tanti pinoli e per me era sempre un mistero capire cosa ci facesse. Secondo me è un mistero per lui capire come è possibile oggigiorno sbattere un pinolo ovunque, dal potage all'insalata. Io ci ho fatto un dolce, tanto per fare tendenza.
Ingredienti:
- 3 uova intere
- 170 gr. di zucchero semolato
- 170 gr. di burro fuso
- 160 gr. di farina doppiozero
- 1 cucchiaino da te di lievito per dolci
- 2 manciate di pinoli
- buccia grattuggiata di 1 limone bio
Facoltativa:
- panna montata a.l.
- altri pinoli a.l. per decorare la panna
Sbattere tutti gli ingredienti nell'impastatrice, mescolarli bene, versare la pastella in una forma di silicone (e se proprio vogliamo esagerare cospargere prima il fondo della forma con ulteriori pinoli o altri elementi graziosamente decorativi purché commestibili), mettere la forma in un forno già caldo a 180 gradi e cuocere per 40 minuti, controllare con uno stecchino se cotto, e altrimenti farlo stare ancora un po'. Versare su un piatto o tagliere e servire a fetine, accompagnte da un quantitativo più o meno esagerato di panna accanto, cosparsa (la panna) di pinoli.
lunedì 4 febbraio 2008
domenica 3 febbraio 2008
Rucolizzazione
Un po' di anni fa si è assistito alla rucolizzazione della ristorazione, almeno in Olanda, ma sospetto in ben altri posti sia successo lo stesso. Intendo dire che improvvisamente, sempre, ovunque e in ogni salsa, sui menu e tra gli ingredienti compariva la voce 'rucola'. Pesto alla rucola, sandwich con rucola, marinata di rucola, pasta e risotto alla rucola e non c'era specialità del giorno che non venisse servita su un lettino di rucola.
Ora, a casa mia la rucola si chiamava ruchetta ed era un'erba selvatica che quei fanatici di zia Ughetta e Zio Walter si andavano a raccogliere sempre e ovunque passeggiassero. Poi a casa si metteva nell'insalata. E tutti li predevano per dei maniaci. Improvvisamente, invece, faceva figo. E dagli addosso con la rucola.
A un certo punto sono diventata, senza la minima intenzione, la spigolatrice nazionale d'Olanda della rucola selvatica. Prima Diny Schouten per la sua rubrica su quello che è il mio settimanale preferito, mi porta con il suo fotografo a raccogliere rucola ad Ijburg, queste isole artificiali che un paio di anni fa hanno creato fuori dalla tangenziale di Amsterdam, nel bel mezzo di un lago ventoso, con tutta l'architettura moderna sullo sfondo. Poi la televisione di Amsterdam decide di farmi parlare di rucola, e vai con Ennio di 1,5 anni e una bandana rossa con la regista per montarozzi sabbiosi a vedere la differenza tra fior di rucola e fiore giallo generico (e le maestre dell'asilo il giorno dopo: ma era proprio lui in TV?) Infine, un ente di protezione della natura pubblica un libro sulle piante commestibili del bosco e del fosso, e di nuovo mi chiedono della rucola.
"Ma tu ne vai spesso a cogliere per mangiarla" mi chiedono. Maché, solo con la stampa riunita. Però poi ci prendo gusto e per una primavera ho ripulito dalle erbacce (piantine tenere di rucola) che spuntavano tra le mattonelle tutto il cortile dell'asilo, solo perché erano recintate e sapevo con certezza che mai cane pisciante ci aveva messo piede.
Ora, la domanda sarebbe: embé? Che c'è di particolare nell'andarsene a raccogliere rucola in giro? Non per noi italiani, che tra hunter e gatherers sicuramente apparteniamo a questi ultimi.
Ma gli olandesi no. Gli olandesi, se non c'è la lista degli ingredienti e la data di scadenza sopra, non si fidano a mangiarla, la roba. Tranne il pesce, ma questo è un altro discorso. E gli olandesi, mai e poi mai, si mettono a cogliere roba così, dal ciglio della strada. A parte che non si sa mai bene se è proibito o no. Uniche eccezioni le more di duna, e qualche volta i fiori di sambuco per lo sciroppo. Ma sono pratiche in via di estinzione curate per abitudine da chi a suo tempo si è fatto il famigerato "inverno della fame" durante la guerra. Che per il trauma di aver dovuto mangiare i gatti per necessità in quei tempi, a tutt'oggi nessuno mangia quasi più il coniglio.
Infatti l'argomento decisivo della trasmissione TV è stata, mostrando il mazzetto di rucola colto in diretta in mezzo minuto: "Questo qui al supermercato meno di 5 euro non lo pagate".
E anche così, non ho l'idea che nel frattempo la rucola sia diventata rara come la stella alpina da quest parti. Per dire che più del dolore al portafoglio conta la paura della propria responsabilità. Perché, diciamocelo pure, se rimani invalido per colpa della rucola self-picked, chi glielo racconta a quelli dell'assicurazione?
Ora, a casa mia la rucola si chiamava ruchetta ed era un'erba selvatica che quei fanatici di zia Ughetta e Zio Walter si andavano a raccogliere sempre e ovunque passeggiassero. Poi a casa si metteva nell'insalata. E tutti li predevano per dei maniaci. Improvvisamente, invece, faceva figo. E dagli addosso con la rucola.
A un certo punto sono diventata, senza la minima intenzione, la spigolatrice nazionale d'Olanda della rucola selvatica. Prima Diny Schouten per la sua rubrica su quello che è il mio settimanale preferito, mi porta con il suo fotografo a raccogliere rucola ad Ijburg, queste isole artificiali che un paio di anni fa hanno creato fuori dalla tangenziale di Amsterdam, nel bel mezzo di un lago ventoso, con tutta l'architettura moderna sullo sfondo. Poi la televisione di Amsterdam decide di farmi parlare di rucola, e vai con Ennio di 1,5 anni e una bandana rossa con la regista per montarozzi sabbiosi a vedere la differenza tra fior di rucola e fiore giallo generico (e le maestre dell'asilo il giorno dopo: ma era proprio lui in TV?) Infine, un ente di protezione della natura pubblica un libro sulle piante commestibili del bosco e del fosso, e di nuovo mi chiedono della rucola.
"Ma tu ne vai spesso a cogliere per mangiarla" mi chiedono. Maché, solo con la stampa riunita. Però poi ci prendo gusto e per una primavera ho ripulito dalle erbacce (piantine tenere di rucola) che spuntavano tra le mattonelle tutto il cortile dell'asilo, solo perché erano recintate e sapevo con certezza che mai cane pisciante ci aveva messo piede.
Ora, la domanda sarebbe: embé? Che c'è di particolare nell'andarsene a raccogliere rucola in giro? Non per noi italiani, che tra hunter e gatherers sicuramente apparteniamo a questi ultimi.
Ma gli olandesi no. Gli olandesi, se non c'è la lista degli ingredienti e la data di scadenza sopra, non si fidano a mangiarla, la roba. Tranne il pesce, ma questo è un altro discorso. E gli olandesi, mai e poi mai, si mettono a cogliere roba così, dal ciglio della strada. A parte che non si sa mai bene se è proibito o no. Uniche eccezioni le more di duna, e qualche volta i fiori di sambuco per lo sciroppo. Ma sono pratiche in via di estinzione curate per abitudine da chi a suo tempo si è fatto il famigerato "inverno della fame" durante la guerra. Che per il trauma di aver dovuto mangiare i gatti per necessità in quei tempi, a tutt'oggi nessuno mangia quasi più il coniglio.
Infatti l'argomento decisivo della trasmissione TV è stata, mostrando il mazzetto di rucola colto in diretta in mezzo minuto: "Questo qui al supermercato meno di 5 euro non lo pagate".
E anche così, non ho l'idea che nel frattempo la rucola sia diventata rara come la stella alpina da quest parti. Per dire che più del dolore al portafoglio conta la paura della propria responsabilità. Perché, diciamocelo pure, se rimani invalido per colpa della rucola self-picked, chi glielo racconta a quelli dell'assicurazione?
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l'uomo è quello che mangia
venerdì 1 febbraio 2008
Computerdipendenza
Gnorpo One adora il computer. Che si tratti di guardare cartoni o video musicali su youtube, o giocare ai giochini di due siti di cui sa il nome, ma per fortuna ancora non sa scriverlo e qualcuno deve farlo per lui, una volta online si fa fatica a staccarcelo.
I primi tempi, preso dal gioco, evitava persino di andare in bagno, con risultati umidi. Poi veniva vergognoso: "mi sono fatto pipì nei pantaloni" e noi esplodevamo in sfuriate. Su minaccia di tagliargli i giochini adesso non lo fa più. Ma spiccicarlo dal computer, si continua a far fatica.
Il capo ha deciso da tempi immemorabili di cannibalizzare tutte le parti vecchie di computer che abbiamo in casa per fargliele uno loro, con un timer che regoli la durata di utiizzo, e ogni sorta di filtri e controlli. Io sono scettica, ma sapendo come funzionano le cose in questa casa, saggiamente taccio. Andrà a finire che uno degli Gnorpi imparerà a costruirselo da solo il computer, prima che il padre abbia tempo di mettercisi.
E poi, diciamocelo, a me fa comodo delle volte parcheggiarli davanti al computer, vito che non abbiamo TV e che io lavoro da casa. Tremo solo all'idea che fra poco sarà perfettamente capace di scriverselo solo il nome del sito dei giochini.
Ma anche quello delle lezioni di anatomia dei bambini, che è la sua ultima passione e mi sono rinfrescata recentemente la posizioneprecisa degli organi interni, per dire, il pancreas mica sapevo bene dove stava, così sui due piedi, e invece adesso lo so.
Oggi, dopo essere andati dal medico e a fare la spesa (si, ha un'otite e se la tiene senza antibiotici, solo anagesici), dovevo assolutamente finire una traduzione che mi trascino da troppo tempo per un signore siculo caruccio. Lo metto davanti al computer con il maxischermo e io con il laptop a letto a tradurre. Finita la traduzione, decido che mi merito un pisolo, che in fondo sono malaticcia anch'io, ho fatto controlare dal medico anche le orecchie di Orso che non voleva ("le mie orecchie non sono rotte", diceva) ma non le mie, che invece sono sicura di averle un po' scassate, lo sento contro la tonsilla dolorante. Vabbé, noi madri. Pisolo.
In quel momento arriva Gnorpo One. "Amore, hai finito di giocare?"
"Sai, io ho pensato che forse tu non vuoi che gioco così tanto, allora sono venuto qui".
Un'ondata di orgoglio materno, ma che bambin ragionevole che ho.
"E poi il computer si è un pochino rotto".
"Ti si è rotto a te?"
"No, si è rotto da solo, e io voglio un pochino dormire"
Si infila accanto a me, mi infila due piedi gelidi tra le gambe, e ci godiamo un'altro di questi splendidi pisoli abbracciati di quando stiamo male. Basta che non gli tocco l'orecchio. Mi prende però la mano e se la tiene sul couzzolo della testa.
Povero Gnorpo One, non solo è malato, ma le cose gli si rivoltano contro.
I primi tempi, preso dal gioco, evitava persino di andare in bagno, con risultati umidi. Poi veniva vergognoso: "mi sono fatto pipì nei pantaloni" e noi esplodevamo in sfuriate. Su minaccia di tagliargli i giochini adesso non lo fa più. Ma spiccicarlo dal computer, si continua a far fatica.
Il capo ha deciso da tempi immemorabili di cannibalizzare tutte le parti vecchie di computer che abbiamo in casa per fargliele uno loro, con un timer che regoli la durata di utiizzo, e ogni sorta di filtri e controlli. Io sono scettica, ma sapendo come funzionano le cose in questa casa, saggiamente taccio. Andrà a finire che uno degli Gnorpi imparerà a costruirselo da solo il computer, prima che il padre abbia tempo di mettercisi.
E poi, diciamocelo, a me fa comodo delle volte parcheggiarli davanti al computer, vito che non abbiamo TV e che io lavoro da casa. Tremo solo all'idea che fra poco sarà perfettamente capace di scriverselo solo il nome del sito dei giochini.
Ma anche quello delle lezioni di anatomia dei bambini, che è la sua ultima passione e mi sono rinfrescata recentemente la posizioneprecisa degli organi interni, per dire, il pancreas mica sapevo bene dove stava, così sui due piedi, e invece adesso lo so.
Oggi, dopo essere andati dal medico e a fare la spesa (si, ha un'otite e se la tiene senza antibiotici, solo anagesici), dovevo assolutamente finire una traduzione che mi trascino da troppo tempo per un signore siculo caruccio. Lo metto davanti al computer con il maxischermo e io con il laptop a letto a tradurre. Finita la traduzione, decido che mi merito un pisolo, che in fondo sono malaticcia anch'io, ho fatto controlare dal medico anche le orecchie di Orso che non voleva ("le mie orecchie non sono rotte", diceva) ma non le mie, che invece sono sicura di averle un po' scassate, lo sento contro la tonsilla dolorante. Vabbé, noi madri. Pisolo.
In quel momento arriva Gnorpo One. "Amore, hai finito di giocare?"
"Sai, io ho pensato che forse tu non vuoi che gioco così tanto, allora sono venuto qui".
Un'ondata di orgoglio materno, ma che bambin ragionevole che ho.
"E poi il computer si è un pochino rotto".
"Ti si è rotto a te?"
"No, si è rotto da solo, e io voglio un pochino dormire"
Si infila accanto a me, mi infila due piedi gelidi tra le gambe, e ci godiamo un'altro di questi splendidi pisoli abbracciati di quando stiamo male. Basta che non gli tocco l'orecchio. Mi prende però la mano e se la tiene sul couzzolo della testa.
Povero Gnorpo One, non solo è malato, ma le cose gli si rivoltano contro.
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disse la mamma di Leonardo da Vinci,
Piezz' e core
Incostanza (101)


Ossignore, questo è il mio 101esimo post e neanche me n'ero accorta di averne fatti cento.
E pensare che mi accusano di incostanza.
Grazie a tutti per i commenti e l'incoraggiamento, senza mica ci arrivavo a tanto.
Mi autocelebro con una bella foto dei cuccioli fatta da Antonio di Maggio, in una sua bellissima serie di un anno e mezzo fa.
Preparativi di fuga
Inutile, a me tra gennaio e febbraio pesa l'Olanda, il clima olandese, le giornate così buie, le influnze ricorrenti, l'inverno che non ha l'aria di voler finire prest, anzi, che sembra appena cominciato.
I primi anni tornavo in Italia per una settimana, in questo periodo. Era l'ideale, tornavo a Tortoreto e lì c'erano le mimose in fiore, anche se era brutto tempo sembre meglio di qua, amminavo sulla spiaggia deserta e mi annusao l; odore delle mareggiate, mangiavo, respiravo liberamente, vedevo famiglia e amici, ricaricvo le batterie e voilà: rientravo che le giornate lì avevano giusto cominciato ad allun garsi, più che in Italia, con un colpo solo allungavo di due volte le giornate.
Poi il lavoro, la ditta, i figli, le fughe di fine inverno sono diventate un ricordo.
L'inverno scorso stavo proprio messa male, sapevo di dover far qualcosa o rischiavo seriamente un burn-out. Così per le vacanze di febbraio ho affidato i cuccioli ai suoceri, con la scusa di dovermi fare un corso di polacco intensivo a Cracovia, e sono stata a farmi coccolare da zia e cugine, in una famiglia di femmine, che mi fa così bene a volte. e ho studito come un'assatanata.
Dico io, ma è l'etica protestante e calvinista, che quando sto per avere l'esaurimento nervoso, invece di andare una settimana alle terme devo giustificarmi con un corso intensvo e il lavoro? Boh.
quest'anno stavo per fare la stessa cosa, con la differenza che adesso a Cracovia c'è la mia mamma con a sua casettina, e andare nel nido una settimana mi sembrava un'idea splendida.
Poi ci ho ripensato: ho deciso che per una volta non devo sentirmi in colpa a fare quello che piace a me.
E allora ho prenotato per l'Italia, ho allertato un tot di amiche che non vedo mai e quando le vedo e sempre di corsa, durante le vacanze, con marito e figli al seguito che vanno accuditi e che non riusciamo mai a farci una ciacchierata core a core tra femmine, da troppi anni.
Arrivo al nord e riparto da Roma. 9 giorni (e ho già sistemato tutte le babysitter che mi devono coprire il paio di giorni di scuola extra, visto che prima di ciò sono in austria 3 giorni con i miei clienti rpeferiti e il loro consiglio di amministrazione).
Libera, programmi minimi, e una grandissima intenzione di coccolarmi e farmi coccolare.
Che senza un po' di sano egoismo, come si fa a dare agli altri?
I primi anni tornavo in Italia per una settimana, in questo periodo. Era l'ideale, tornavo a Tortoreto e lì c'erano le mimose in fiore, anche se era brutto tempo sembre meglio di qua, amminavo sulla spiaggia deserta e mi annusao l; odore delle mareggiate, mangiavo, respiravo liberamente, vedevo famiglia e amici, ricaricvo le batterie e voilà: rientravo che le giornate lì avevano giusto cominciato ad allun garsi, più che in Italia, con un colpo solo allungavo di due volte le giornate.
Poi il lavoro, la ditta, i figli, le fughe di fine inverno sono diventate un ricordo.
L'inverno scorso stavo proprio messa male, sapevo di dover far qualcosa o rischiavo seriamente un burn-out. Così per le vacanze di febbraio ho affidato i cuccioli ai suoceri, con la scusa di dovermi fare un corso di polacco intensivo a Cracovia, e sono stata a farmi coccolare da zia e cugine, in una famiglia di femmine, che mi fa così bene a volte. e ho studito come un'assatanata.
Dico io, ma è l'etica protestante e calvinista, che quando sto per avere l'esaurimento nervoso, invece di andare una settimana alle terme devo giustificarmi con un corso intensvo e il lavoro? Boh.
quest'anno stavo per fare la stessa cosa, con la differenza che adesso a Cracovia c'è la mia mamma con a sua casettina, e andare nel nido una settimana mi sembrava un'idea splendida.
Poi ci ho ripensato: ho deciso che per una volta non devo sentirmi in colpa a fare quello che piace a me.
E allora ho prenotato per l'Italia, ho allertato un tot di amiche che non vedo mai e quando le vedo e sempre di corsa, durante le vacanze, con marito e figli al seguito che vanno accuditi e che non riusciamo mai a farci una ciacchierata core a core tra femmine, da troppi anni.
Arrivo al nord e riparto da Roma. 9 giorni (e ho già sistemato tutte le babysitter che mi devono coprire il paio di giorni di scuola extra, visto che prima di ciò sono in austria 3 giorni con i miei clienti rpeferiti e il loro consiglio di amministrazione).
Libera, programmi minimi, e una grandissima intenzione di coccolarmi e farmi coccolare.
Che senza un po' di sano egoismo, come si fa a dare agli altri?
Esercitazione antincendio
Stamane, come d'ccordo, abbandono Ennio ancora malaticcio davanti a un cartone e on Orso andiamo a prendere l'amichetta A. che oggi viene all'asilo con noi. A. e Orso sono proprio belli insieme. Oltre a essere quasi gemelli (lui ha anticipato di una settimana, altrienti rischiavano di nascere lo stesso giorno), sono in grande confidenza e chiachierano volentieri.
"Mio papà mentre stavamo giocando mi ha fato male" fa lei.
"Oh, quanto mi dispiace per te" fa lui empatico. Decisamente questo mio figlio sa parlare con le donne.
"Papà è un cattivone"
"Si, papà è un cattivone" si scambiano grandi risate complici.
Entriamo all'asilo in tempo per vedere tutta la classe di Orso che accompagnata dalle maestre si direge verso il corridoio del doposcuola. Cavolo ci faranno lì? mi chiedo.
Una tipa bionda in giacca che ho visto in giro delle volte ma non è una delle maestre, si volta verso di noi e fa: stiamo facendo l'esercitazione antincendio, venite, presto, seguiteci anche voi.
Arriviamo davanti alla porta d'ingresso del doposcuola.
"E adesso, usciamo"
"No, normalmente si e ci riuniamo al parcheggio, ma oggi fa troppo freddo, basta che siamo arrivati alla porta".
"Avete preso la cartella?" fa la bionda.
"Ecco, vedi, la cartella" fa Anouk, e torna in classe a prenderla.
"così, fa la bionda, potete controllare le presenze ed accertarvi che avete tutti i bambini, e avete anche i numeri di telefono per avvertire i genitori".
Torna Anouk con la cartella "Che fortuna, le fiamme ancora non ci erano arrivate," scherza, "ma sai, "fa alla bionda" eravamo così prese dai bambin che non ci abbiamo più pensato".
La bionda concorda che i bambini sono assolutamente la priorità. In tutto questo io muoio di caldo, tutta imbacuccata, ma Orso e A mi hanno già mollato cappelli, giacche, sciarpe e ombrelli.
"Adesso dobbiamo aspettare che venga Ada".
In quel momento spunta Ada "Quando avete portato i bambini al sicuro, l'idea è che una di voi venga ad avvertirmi, così so a che punto siamo".
Chiarito ciò, mollo Orso nella sua classe e porto A. nella sua, che sta riunita vicino all'altra porta di emergenza. Anche lì, rientriamo con i bambini e noto che nell'aula un neonato si dondola nell'amaca.
"Vi siete scordati un neonato nell'incendio" scherzo.
"No, fa la maestra, e mi mostra la bambola che si sono portati fuori al posto del piccolo che dormiva pacifico ed era un peccato svegliarlo per l'esercitazione. Ma che bello, quanto sono precisi.
"Ho portato A. che ha un giorno extra oggi, la viene a prendere suo padre" informo l'altra maestra
"Si, però anche nel giorno extra deve essere qui alle 9:30"(e saranno le 10:15).
"Senti pallina, ho dovuto portar fuori il mio, ne ho un'altro ammalato in casa, sto poco bene anch'io, sua mamma è immobilizzata, che farci, è andata così" le rispondo.
Ma che palle, quando sono così precisi. Ci siamo appena esercitati a scampare a un incendio e tu vai a guardare l'ora?
Ma io gli olandesi proprio non li capisco. Le emergenze, potrai pure esercitarti, ma mica le puoi pianificare come i giorni normali?
"Mio papà mentre stavamo giocando mi ha fato male" fa lei.
"Oh, quanto mi dispiace per te" fa lui empatico. Decisamente questo mio figlio sa parlare con le donne.
"Papà è un cattivone"
"Si, papà è un cattivone" si scambiano grandi risate complici.
Entriamo all'asilo in tempo per vedere tutta la classe di Orso che accompagnata dalle maestre si direge verso il corridoio del doposcuola. Cavolo ci faranno lì? mi chiedo.
Una tipa bionda in giacca che ho visto in giro delle volte ma non è una delle maestre, si volta verso di noi e fa: stiamo facendo l'esercitazione antincendio, venite, presto, seguiteci anche voi.
Arriviamo davanti alla porta d'ingresso del doposcuola.
"E adesso, usciamo"
"No, normalmente si e ci riuniamo al parcheggio, ma oggi fa troppo freddo, basta che siamo arrivati alla porta".
"Avete preso la cartella?" fa la bionda.
"Ecco, vedi, la cartella" fa Anouk, e torna in classe a prenderla.
"così, fa la bionda, potete controllare le presenze ed accertarvi che avete tutti i bambini, e avete anche i numeri di telefono per avvertire i genitori".
Torna Anouk con la cartella "Che fortuna, le fiamme ancora non ci erano arrivate," scherza, "ma sai, "fa alla bionda" eravamo così prese dai bambin che non ci abbiamo più pensato".
La bionda concorda che i bambini sono assolutamente la priorità. In tutto questo io muoio di caldo, tutta imbacuccata, ma Orso e A mi hanno già mollato cappelli, giacche, sciarpe e ombrelli.
"Adesso dobbiamo aspettare che venga Ada".
In quel momento spunta Ada "Quando avete portato i bambini al sicuro, l'idea è che una di voi venga ad avvertirmi, così so a che punto siamo".
Chiarito ciò, mollo Orso nella sua classe e porto A. nella sua, che sta riunita vicino all'altra porta di emergenza. Anche lì, rientriamo con i bambini e noto che nell'aula un neonato si dondola nell'amaca.
"Vi siete scordati un neonato nell'incendio" scherzo.
"No, fa la maestra, e mi mostra la bambola che si sono portati fuori al posto del piccolo che dormiva pacifico ed era un peccato svegliarlo per l'esercitazione. Ma che bello, quanto sono precisi.
"Ho portato A. che ha un giorno extra oggi, la viene a prendere suo padre" informo l'altra maestra
"Si, però anche nel giorno extra deve essere qui alle 9:30"(e saranno le 10:15).
"Senti pallina, ho dovuto portar fuori il mio, ne ho un'altro ammalato in casa, sto poco bene anch'io, sua mamma è immobilizzata, che farci, è andata così" le rispondo.
Ma che palle, quando sono così precisi. Ci siamo appena esercitati a scampare a un incendio e tu vai a guardare l'ora?
Ma io gli olandesi proprio non li capisco. Le emergenze, potrai pure esercitarti, ma mica le puoi pianificare come i giorni normali?
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se non ci fossero gli amici
Bello e impassibile
Chiama ieri l'amica Ma. per chiedermi se le porto all'asilo la bimba, coetanea per la differenza di una settimana di Orso, perché lei si è slogata una caviglia e fottuta il tedine di achille. Ma certo, ci mancherebbe. Non è che sei incinta, chiedo, memore dell'atroce storta che beccai al 5 mese di Orso e che mi ha fatto male per almeno altri 5 mesi. Avrei preferito rompermi qualcosa, toh, piuttosto che quel dolore lì.
No, fa lei, correvo dietro all'autobus e sono caduta tra autobus e marciapiede. Ma l'autista mi ha aspettata, i passeggeri mi hanno caricata a braccia e il dottor Me. mi ha riportata a casa.
Ah, donna fortunata. Il dottor Me. (sospiro). Il dottor Me. è l'unico medico maschio del nostro ambulatorio. Il dottor Me. è il sogno bagnato di tutte le madri che incrocio alla sabbiera, più siamo sposatissime, nei secoli fedeli e possediamo maschi belli in proprio, più ci piace il dottor Me., ma non è il nostro medico di famiglia. Lo era dell'amica Ma. Che poi ha cambiato ed ha chiesto di passare alla dottoressa J., la nostra, perché lui lo trovava poco comunicativo. Un gran bell'uomo alto, biondo, lineamenti regolari, quell'aria giovane che hanno i nordici belli, bello e impassibile (come tanti di questi begli uomini nordici).
L'amica Ma. aveva problemi di comunicazione con il dottor Me. Per carità, medico competente, lo so che una volta gli ho portato d'urgnza Ennio di pochi giorni che non solo aveva il mughetto, ma proprio mentre gli descrivevo telefonicamente quelle macchiette bianche di cui ignoravo tutto (che erano le 17 e 01 e c'era rimasto solo lui per caso in ambulatorio) notai che Ennio si era fatto tutto grigiastro e assolutamente inerte.
"Me lo porti in ambulatorio"
"Cioè, adesso?" abituata come sono che fuori orario in Olanda al massimo ti prendono un appuntamento per il giorno dopo.
"Si, immediatamente".
Me lo ha guardato, controllato e in 30 secondi si è fatto passare il pediatra di turno all'ospedale, dicendogli che gli mandava un neonato cianotico e inerte e di aspettarlo al pronto soccorso. "Non è sicuramente niente, mi disse, ma questi bimbi così piccini meglio tenerli bene d'occhio e star sicuri". Da allora il dottor Me. è il mio eroe, che farci, noi puerpere abbiamo ancora gli ormoni scombinati e siamo facilmente influenzabili. Poi come il pediatra gli ha messo uno stetoscopio sulla schiena Ennio ha cominciato ad urlare e piangere, si è fatto tutto rosso, e in mezzo secondo non era più né cianotico né inerte.
(Poi un mese dopo, in un'articolo sul pronto soccorso del nostro ospedale e i suoi lunghi tempi di attesa, in quanto unico del centro e quindi si ritrova turisti, tossici, incidenti stradali, più tutto il bacino d'utenza normale, leggiamo: "un venerdì di inizio febbraio, sala d'aspetto del pronto soccorso XY. Un ubriaco inveisce seduto in un angolo, due poliziotti portano dentro un turista inglese caduto nel canale e in stato confusionale, la centralinista allerta il pediatra che sta arrivando urgentemente un neonato cianotico e inerte su indicazione del medico di famiglia." Siamo noi, abbiamo pensato, appena nato e già sul settimanale di famiglia).
Ma l'amica Ma. iraniana di formazione francese faceva fatica a farsi strada in questo uomo impassibile (ma è olandese), laconico (ma è un uomo), che rispodeva a dubbi esistenziali solo se interrogato e non di sua iniziativa (ma è fatto così, tu chiedigliele le cose) e siccome aveva in quel periodo disturbi ginecologici, glielo ha detto subito: sa, magari per la natura dei miei problemi forse ho più confidenza con un medico donna, se non le spiace passo alla sua collega, e così fu.
Che abbiamo da scegliere tra la dottoressa B., indonesiana, che a differenza dei colleghi ti prescrive quello che vuoi senza discutere, vuoi farti la TAC al'unghia incarnita? e facciamola, se ti tranquillizza, e che bisogna sempre aspettare almeno 45 minuti sull'orario dell'appuntamento, ma poi ti ascolta per benino e ti spiega tutto (e anche questo ha i suoi estimatori da queste parti) e la dottoressa J., olandese, bionda, laconica e competente, ma molto carina e con una sensibilità particolare per i casi di (in)fertilità, figli e robe familiari (ed essendosi presa una volta un congedo per adozione, sospetto il perché). Lei la amo da quando oltre 10anni fa, appena arrivata ad Amsterdam, dopo un predictor (falso) positivo le sono piombata sprizzante gioia in ambulatorio per poi scoprire che il suo, di test, era negativo. Mi ha spiegato con dolcezza che con queste diagnosi cosi precoci un mucchio di volte una si diagnostica troppo presto una di quelle mini-gravidanze che iniziano da sé e altrettanto da sé cessano, senza che ciò voglia dire nulla sulla tua capacità procreativa, e anzi, continuate a provarci serenamente, che è tutto nelle statistiche. Così solo 4 anni e mezzo dopo ho cominciato a chiedermi se fosse il caso di approfnodire le cause di tutti quei test negativi e forse l'ho pensato che ero incinta da un paio di giorni e ancora non lo sapevo.
Tutto questo il dottor Me. probabilmente non me l' avrebbe mai detto. Però per una storta alla caviglia, che culo incontrare proprio lui sull'autobus.
No, fa lei, correvo dietro all'autobus e sono caduta tra autobus e marciapiede. Ma l'autista mi ha aspettata, i passeggeri mi hanno caricata a braccia e il dottor Me. mi ha riportata a casa.
Ah, donna fortunata. Il dottor Me. (sospiro). Il dottor Me. è l'unico medico maschio del nostro ambulatorio. Il dottor Me. è il sogno bagnato di tutte le madri che incrocio alla sabbiera, più siamo sposatissime, nei secoli fedeli e possediamo maschi belli in proprio, più ci piace il dottor Me., ma non è il nostro medico di famiglia. Lo era dell'amica Ma. Che poi ha cambiato ed ha chiesto di passare alla dottoressa J., la nostra, perché lui lo trovava poco comunicativo. Un gran bell'uomo alto, biondo, lineamenti regolari, quell'aria giovane che hanno i nordici belli, bello e impassibile (come tanti di questi begli uomini nordici).
L'amica Ma. aveva problemi di comunicazione con il dottor Me. Per carità, medico competente, lo so che una volta gli ho portato d'urgnza Ennio di pochi giorni che non solo aveva il mughetto, ma proprio mentre gli descrivevo telefonicamente quelle macchiette bianche di cui ignoravo tutto (che erano le 17 e 01 e c'era rimasto solo lui per caso in ambulatorio) notai che Ennio si era fatto tutto grigiastro e assolutamente inerte.
"Me lo porti in ambulatorio"
"Cioè, adesso?" abituata come sono che fuori orario in Olanda al massimo ti prendono un appuntamento per il giorno dopo.
"Si, immediatamente".
Me lo ha guardato, controllato e in 30 secondi si è fatto passare il pediatra di turno all'ospedale, dicendogli che gli mandava un neonato cianotico e inerte e di aspettarlo al pronto soccorso. "Non è sicuramente niente, mi disse, ma questi bimbi così piccini meglio tenerli bene d'occhio e star sicuri". Da allora il dottor Me. è il mio eroe, che farci, noi puerpere abbiamo ancora gli ormoni scombinati e siamo facilmente influenzabili. Poi come il pediatra gli ha messo uno stetoscopio sulla schiena Ennio ha cominciato ad urlare e piangere, si è fatto tutto rosso, e in mezzo secondo non era più né cianotico né inerte.
(Poi un mese dopo, in un'articolo sul pronto soccorso del nostro ospedale e i suoi lunghi tempi di attesa, in quanto unico del centro e quindi si ritrova turisti, tossici, incidenti stradali, più tutto il bacino d'utenza normale, leggiamo: "un venerdì di inizio febbraio, sala d'aspetto del pronto soccorso XY. Un ubriaco inveisce seduto in un angolo, due poliziotti portano dentro un turista inglese caduto nel canale e in stato confusionale, la centralinista allerta il pediatra che sta arrivando urgentemente un neonato cianotico e inerte su indicazione del medico di famiglia." Siamo noi, abbiamo pensato, appena nato e già sul settimanale di famiglia).
Ma l'amica Ma. iraniana di formazione francese faceva fatica a farsi strada in questo uomo impassibile (ma è olandese), laconico (ma è un uomo), che rispodeva a dubbi esistenziali solo se interrogato e non di sua iniziativa (ma è fatto così, tu chiedigliele le cose) e siccome aveva in quel periodo disturbi ginecologici, glielo ha detto subito: sa, magari per la natura dei miei problemi forse ho più confidenza con un medico donna, se non le spiace passo alla sua collega, e così fu.
Che abbiamo da scegliere tra la dottoressa B., indonesiana, che a differenza dei colleghi ti prescrive quello che vuoi senza discutere, vuoi farti la TAC al'unghia incarnita? e facciamola, se ti tranquillizza, e che bisogna sempre aspettare almeno 45 minuti sull'orario dell'appuntamento, ma poi ti ascolta per benino e ti spiega tutto (e anche questo ha i suoi estimatori da queste parti) e la dottoressa J., olandese, bionda, laconica e competente, ma molto carina e con una sensibilità particolare per i casi di (in)fertilità, figli e robe familiari (ed essendosi presa una volta un congedo per adozione, sospetto il perché). Lei la amo da quando oltre 10anni fa, appena arrivata ad Amsterdam, dopo un predictor (falso) positivo le sono piombata sprizzante gioia in ambulatorio per poi scoprire che il suo, di test, era negativo. Mi ha spiegato con dolcezza che con queste diagnosi cosi precoci un mucchio di volte una si diagnostica troppo presto una di quelle mini-gravidanze che iniziano da sé e altrettanto da sé cessano, senza che ciò voglia dire nulla sulla tua capacità procreativa, e anzi, continuate a provarci serenamente, che è tutto nelle statistiche. Così solo 4 anni e mezzo dopo ho cominciato a chiedermi se fosse il caso di approfnodire le cause di tutti quei test negativi e forse l'ho pensato che ero incinta da un paio di giorni e ancora non lo sapevo.
Tutto questo il dottor Me. probabilmente non me l' avrebbe mai detto. Però per una storta alla caviglia, che culo incontrare proprio lui sull'autobus.
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