A me hanno fregato le letture di evasione. Ma quanti fantathriller reli-politico-social-ambientali mi sarò letta in questa vita? e non ci sta sempre il tipo assetato di potere talmente abituato a comandare che si incastra con le mani sue, o il servizio segreto-gruppo occulto di potere-CIA-servizisegreti-SAS eccetera che incastrano la gente, gli mandano gli amanti per incastrarli, ricattarli, toglierseli di torno.
Sanno tutto, indagano tutto, hanno informazioni e raggi fotonici poi basta lo sfigato outsider con per caso in tasca un tubetto di colla a presa rapida per salvare il mondo e non lo sapremo mai che dobbiamo tutto a questo oscuro eroe.
Insomma, se un futuro presidente della repubblica viene trovato con l' uccello fuori dalle mutande nel posto sbagliato, con la persona sbagliata e finalmente lo beccano e gli fanno il culo, io vado in corto circuito per le seguenti ragioni:
- perchè faccio il tifo per la povera signora nessuno molestata ma che è riuscita a denunciare e a farlo per tempo
- perchè tutti facciamo il tifo per l' underdog, come ci insegnano la letteratura e il cinema di evasione
- perchè il potente è per definizione brutto e cattivo, se non lo è ce lo disegnano
- e il potente brutto e cattivo che cade ci esilara, perchè l' umorismo è il sentimento del contrario
- la moglie devota che dopo aver investito la propria eredità per portare il marito al potere adesso le tocca spenderla per tirarlo fuori dal carcere
- la figlia stranita che deve confermare o smentire in corte che si, aveva un pranzo con il papà (o forse anche no, ma le tocca dirlo lo stesso o la matrigna che la tiene saldamente sottobraccio nel tratto verso il tribunale la scortica viva).
- la tesi del complotto politico
A parte poi tutti questi elementi romanzeschi che, per dire una banalità spesso ripetuta, se stavano tutti insieme in un thriller l' editore l' avrebbe rifiutato per non cadere nel ridicolo, ma, signori, la vita è tutto un mistero, come diceva sempre mia nonna, ci sono un paio di considerazioni terra terra che uno, nel tentativo di appellarsi al buonsenso, cerca pure di farsi.
Tipo, ma se sei chi sei e ti tira l' uccello, non fai prima a farti venire una escort in camera? Non una di quelle caserecce che ci hanno insegnato a tutti quanti cos' è una escort e che ci troviamo in parlamento, in TV, ecc, perchè non smentiamoci, siamo dei provinciali che ci provano a fare i fighi, ma ci riescono con i fichi secchi a nozze, mica altro. No, una di quelle che vengono, tiu alleggeriscono la carta di credito, eseguono, e no parleranno mai con un giornalista, non fingeranno mai di riconoscerti, semmai il contrario e poi rientrano alla base.
Oppure, sul sequestro di persona da parte del tipo che si precipita fuori dalla docci e va a chiudere la porta a chiave. Ora, mi faceva osservare qualcuno, ma gli hotel opggigiorno non hanno tutti la carta per aprire la porta? E come fai allora a chiudere a chiave? Sono dettagli, ma il diavolo si annida nei dettagli.
OIppure, ti vogliono incastrare, va bene, ne sei consapevole, va bene, hai detto tu stesso che magari lo faranno con le donne, va bene. Ti entra una nella doccia che non conosci e non hai invitato e ti metti a spargerle tracce di DNA sui vestiti e sul tappeto? Io avrei chiamato la sicurezza chiedendo di allontanarla e avrei fatto un casino in direzione per capire come è possibile che una persona ti entri così in camera.
A me mi frega, oltre alle letture, il fatto che io in albergo di ho lavorato e so che quello di cameriera ai piani è un lavoro di merda e sottopagato, non solo perchè è pesante, ingrato, becchi tante schifezze di tanta gente che magari faresti a meno di sapere e vedere e annusare, ma anche perchè ti tocca entrare in camera di gente che non conosci e che non sai mai se sono pazzi o meno. Per una paga da miseria. E quindi le mie simpatie vanno di default alla cameriera.
Vanno di default a tutte quelle donne che magari hanno lavori del cavolo ma di cui non possono fare a meno, e che gli tocca ingoiare tanti rospi, comprese le molestie sul lavoro che una fa semopre fatica a denunciare, vuoi perchè c' è un ambiente intimidatorio, vuoi perchè è stigmatizzante, vuoi perchè tanto non ti prenderebbero sul serio, vuoi perchè temi che alla fine licenziano te e cornuta e mazziata.
Anche perchè, ma è una cosa che mi sono chiesta anche all' epoca di Clinton con Levinsky, andiamo, sei una delle poche persone che al mondo fanno il bello e il cattivo tempo per tutti, hai lavorato una vita per arrivare fin qui, e non sei capace di controllare la libido? Ti devi inguaiare per una scopata? Ma non è possibile, non ha nessun senso, facile credere al complotto.
E invece se andiamo a guardare le cronache, succede molto più spesso tra gente di questo tipo che tra gli idraulici, o i carpentieri, o gli impiegati del catasto.
Potrei, per esempio raccontarvi come Ruud Lubbers si è sputtanato da un alto incarico come commissario ai rifugiati alle nazioni unite perchè non ce l' ha proprio fatta a non strofinarsi sulle chiappe della collaboratrice, americaana, che lo ha denunciato. E si che all' epoca della nomina lo sapevano tutti nell' ambiente che ci aveva quel vizietto lì e glielo avevano pure detto, Ruud, stacci attento ragazzo mio, è un ambiente internazionale quello, non farci fre brutte figure. Niente, ha visto il culo della Cinthia e non ce l ha fatta a tenersi.
"Ma è stato un malinteso, era inteso come gesto affettuoso, ma si sa, l' interculturalità, lei ha frainteso" .
"Mi è arrivato da dietro, tenuta ferma per i fianchi e ha cominicato a strofinarsi e pare avesse un' erezione" dichiara lei.
Le coccole interculturali, che ci appuri. Alla faccia del gesto affettuoso. Ruud non è che abbia smesso poi di prendersi stipendioni pagati con le nostre tasse, eh.
Insomma, in certe posizioni evidentemente sventolare il pitone al vento quando parte l' ormone non solo non ha conseguenze di rilievo per il tuo stipendio, ma anzi, ti guardano pure ammirati.
Sarà per questo che adesso stiamo tutti lì a voler vedere come andrà a finire?
Anche se, come in ogni thriller che si rispetti, alla fine non puoi far altro che dirti che si, si capiva benissimo dall' inizio come stavano le cose.
Intanto le stime sugli stupri non denunciati in Francia le hanno pubblicate in tutto il mondo e mi sembra un' ottima occasione, come paese, di riflettere su cose del genere e sul tipo di cultura in cui fai vivere le donne. Se un giorno ci arriviamo pure noi, senza soffrire troppo, sarà sempre troppo tardi. Consoliamoci con la letteratura di evasione.
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martedì 24 maggio 2011
sabato 14 maggio 2011
Epifania (provaci ancora Sam)
Lo so che sembrano i tre pastorelli di Lourdes durante l' apparizione. Ma stanno semplicemente giocando con la Playstation dell' IKEA>
Non c' è più religione, veramente.
(Riposto questo e anche i commenti che avevp ricevuto, visto che per lavori di manutenzione di blogger per un paio di giorni era sparito tutto).
Non c' è più religione, veramente.
(Riposto questo e anche i commenti che avevp ricevuto, visto che per lavori di manutenzione di blogger per un paio di giorni era sparito tutto).
giovedì 12 maggio 2011
Epifania
Lo so che sembrano i tre pastorelli di Lourdes durante l' apparizione. Ma stanno semplicemente giocando con la Playstation dell' IKEA>
Non c' è più religione, veramente.
martedì 25 gennaio 2011
Prostitute d'alto bordo
Io, che non ho esperienza sul campo, ma sono una grande lettrice e di memorie di prostitute e cortigiane famose abbonda la storia delle lettere, devo dire in scienza e coscienza che in tutta questa storia una prostituta d'alto bordo che sia una, la devo ancora vedere.
Perché parto dal presupposto che le prostitute d'alto bordo siano delle professioniste.
Anche una cara, vecchia mantenuta, quella che si fa intestare un attico in centro e una carta di credito per le piccole spese, anche quella la devo ancora vedere.
Mentre ho conosciuto un paio di ragazze belle, ma non bellissime, però intelligenti, estremamente curate e interessanti e con diverse vite alle spalle e disperatamente decise a conquistarsi un posto al sole, se necessario con l'aiuto del fidanzato agé e possidente, che si facevano pagare appartamenti fighi e studi in economia, far portare a cena e a teatro, il tutto non so bene a che titolo.
Poi si sono sposate ancora meglio con uomini che gli piacevano sinceramente, e sono diventate capitane d'industria finanziate dai suoceri che inizialmente si sono opposti con tutte le forze al matrimonio, ma che in un paio d'anni avevano capito al volo che fortuna di dio erano le nuore che gli sono capitate. Chi da dieci e chi da vent'anni stanno sempre con il marito e sono apprezzatissime nel loro lavoro.
E nemmeno queste le definirei a rigore prostitute d'alto bordo. Però un esempio per tutti noi si. queste storie sembrano parallele, ma in comune hanno un paio di elementi, il resto ho massimizzato per comodità.
Per dire che un uomo intelligente, innamorato e perfettamente consapevole del carattere della ragazza che si sposa o con cui si accompagna, affronta biasimo sociale, le prese per culo degli amichetti altolocati che pensano che sia il solito fesso che si fa abbindolare dalla ballerinetta minorenne, le pacche sulle spalle di quelli che pensano che gran culo scoparsi la gnocca in questione, la madre che minaccia di cancllarlo dal testamento ma poi ci ripensa, perché ha trovato una ragazza con cui non si annoia.
Il che è molto di più di quello che si possa dire di qualsiasi fruitore finale di cui sentiamo parlare in questi giorni. (Per agé intendo 20 anni di differenza, non 40).
Giusto per chiedermi: di cosa stiamo parlando esattamente?
(Una nota tecnica, io faccio radio e magari in TV è diverso: ma se in trasmissione mi arriva una telefonata che decido di far passare, al primo insulto io stacco. È facilissimo, tiri giù un cursore. Mi meraviglio che una grande rete televisiva non sia capace di farlo, devo venire a farglielo vedere il cursore in questione?)
Perché parto dal presupposto che le prostitute d'alto bordo siano delle professioniste.
Anche una cara, vecchia mantenuta, quella che si fa intestare un attico in centro e una carta di credito per le piccole spese, anche quella la devo ancora vedere.
Mentre ho conosciuto un paio di ragazze belle, ma non bellissime, però intelligenti, estremamente curate e interessanti e con diverse vite alle spalle e disperatamente decise a conquistarsi un posto al sole, se necessario con l'aiuto del fidanzato agé e possidente, che si facevano pagare appartamenti fighi e studi in economia, far portare a cena e a teatro, il tutto non so bene a che titolo.
Poi si sono sposate ancora meglio con uomini che gli piacevano sinceramente, e sono diventate capitane d'industria finanziate dai suoceri che inizialmente si sono opposti con tutte le forze al matrimonio, ma che in un paio d'anni avevano capito al volo che fortuna di dio erano le nuore che gli sono capitate. Chi da dieci e chi da vent'anni stanno sempre con il marito e sono apprezzatissime nel loro lavoro.
E nemmeno queste le definirei a rigore prostitute d'alto bordo. Però un esempio per tutti noi si. queste storie sembrano parallele, ma in comune hanno un paio di elementi, il resto ho massimizzato per comodità.
Per dire che un uomo intelligente, innamorato e perfettamente consapevole del carattere della ragazza che si sposa o con cui si accompagna, affronta biasimo sociale, le prese per culo degli amichetti altolocati che pensano che sia il solito fesso che si fa abbindolare dalla ballerinetta minorenne, le pacche sulle spalle di quelli che pensano che gran culo scoparsi la gnocca in questione, la madre che minaccia di cancllarlo dal testamento ma poi ci ripensa, perché ha trovato una ragazza con cui non si annoia.
Il che è molto di più di quello che si possa dire di qualsiasi fruitore finale di cui sentiamo parlare in questi giorni. (Per agé intendo 20 anni di differenza, non 40).
Giusto per chiedermi: di cosa stiamo parlando esattamente?
(Una nota tecnica, io faccio radio e magari in TV è diverso: ma se in trasmissione mi arriva una telefonata che decido di far passare, al primo insulto io stacco. È facilissimo, tiri giù un cursore. Mi meraviglio che una grande rete televisiva non sia capace di farlo, devo venire a farglielo vedere il cursore in questione?)
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riflessioni profonde sui fatti della vita
lunedì 17 gennaio 2011
Si ricomincia con la sindrome del fighetto
Andare in fiera con tutta una serie di amiche che come te fanno tutti altri mestieri, ma ci siamo andate lo stesso, e che vedi sempre troppo poco è un bel modo di scambiare mezza chiacchiera nel tragitto dalla fiera al treno, forse farci scappare una cenetta tardissima, sicuramente di non arrivare mai a bere qualcosa insieme come nei programmi iniziali.
È un modo per rincontrare un sacco di gente che eoni addietro hai conosciuto di vista per lavoro, è un modo per conoscerne di nuovi e riconoscerne di sconosciuti (il figlio dell' amico di mio padre o il ragazzo della pizzeria dove andavo sempre da studentessa con Vic e il legittimo).
A una fiera del turismo poi è sicuramente un modo per decidere cosa farai queste vacanze (scambio casa con la Sardegna, se la cosa va in porto), per tirar giù dal soffitto un pacco di depliant bellissimi di una vita precedente e un sogno arenatosi (quello dei workshop di cucina in Abruzzo nei quali avevamo investito tanto e poi rinunciato per eccesso di vita e clienti) per renderti conto che quello che non puoi fare da sola forse si può fare in cinque. Sorprendendoti che quei depliant non li hai buttati prima del trasloco come credevi, ma c' è forse un senso nelle cose. (rendendoti anche conto di quanto cavolo fossero belli quei depliant e di quanto, in anni precedenti e prima di rinchiuderti nel tuo guscio, di come avessi un' azienda seria e che te la sei ridimensionata tu con le mani tue per goderti i figli).
Tornare a fare la hostess per pochi giorni, cosa che non facevi da almeno 15 anni, e divertirti, e renderti conto che nella vita si può fare di tutto e il contrario di tutto, basta fatturare e starci bene.
Che andare in fiera il giorno che non ti tocca con tuo figlio e spiegargli che se si fa un giro negli stand italiani e chiede in italiano se gli regalano un palloncino, sicuramente lo trovano adorabile e glielo danno, e vederlo tornare indietro con il megapallone delle sue brame ti spiega che anche lui sta crescendo. Che ci prende gusto a capire che gli offrono il succo di frutta, che le orchidee sono finite ma la signora gliene promette una per l' indomani se passo a prenderla
" Gialla, gialla è il mio colore preferito" e gialla fu.
Che scoprire che per gli amici da multinazionale che in between jobs e per uscire un attimo di casa mi hanno seguita in fiera visto che all' ultimo momento nessuno sapeva dove sbattere la testa per trovar gente e arrivano sempre da me a chiedere lumi, ecco per loro avere una SRL privata fa parte dei fatti della vita, come il mutuo e l' assicurazione sanitaria e scoprire che avrai anche avuto per 12 anni un' azienda seria, ma che inevitabilmente soffri delle stigmate delle piccole aziende che si fanno il culo ma non capiscono come gira il mondo, tipo, a caso, i tuoi.
Riferirlo alle nuove future socie, anche loro sas in due sorelle e constatare tra di voi che c' è sempre da imparare.
Mercoledi chiamo Pronumeris per farmi spiegare se potrò mai farmela anch' io la forma societaria BV come tutti i fighi, perche dopo la bicicarro, l'i-phone, il mac e le scarpe fighe, vuoi che una fashion-victim come me rinunci alla BV? Se poco poco me la posso permettere, peccato che per quelle non ci sono i saldi.
E arrivare a questa conclusione dopo aver detto si per affetto all' Abruzzo a un incarico meno qualificato dei soliti ed essermene pentita per tutta la settimana prima di farlo, dopo aver deciso che chissenefrega, certe fiere sono troppo belle per evitarle, dopo aver concluso che sono vent' anni che ci giro intorno ma che io in una vita precedente sul turismo e in particolare in Abruzzo so già tutto quello che devo sapere e perchè cavolo non ho fatto quello per mestiere (perchè soffro ancora dei traumi dei miei genitori), non so, credo di avere materiale per lavorare su me stessa per almeno altri 9 mesi.
Se non che fra due mesi c' è un' altra fiera e ho giå 3 committenti per quella, quindi per adesso si trotta, poi si rimugina. o meglio il contrario?
È un modo per rincontrare un sacco di gente che eoni addietro hai conosciuto di vista per lavoro, è un modo per conoscerne di nuovi e riconoscerne di sconosciuti (il figlio dell' amico di mio padre o il ragazzo della pizzeria dove andavo sempre da studentessa con Vic e il legittimo).
A una fiera del turismo poi è sicuramente un modo per decidere cosa farai queste vacanze (scambio casa con la Sardegna, se la cosa va in porto), per tirar giù dal soffitto un pacco di depliant bellissimi di una vita precedente e un sogno arenatosi (quello dei workshop di cucina in Abruzzo nei quali avevamo investito tanto e poi rinunciato per eccesso di vita e clienti) per renderti conto che quello che non puoi fare da sola forse si può fare in cinque. Sorprendendoti che quei depliant non li hai buttati prima del trasloco come credevi, ma c' è forse un senso nelle cose. (rendendoti anche conto di quanto cavolo fossero belli quei depliant e di quanto, in anni precedenti e prima di rinchiuderti nel tuo guscio, di come avessi un' azienda seria e che te la sei ridimensionata tu con le mani tue per goderti i figli).
Tornare a fare la hostess per pochi giorni, cosa che non facevi da almeno 15 anni, e divertirti, e renderti conto che nella vita si può fare di tutto e il contrario di tutto, basta fatturare e starci bene.
Che andare in fiera il giorno che non ti tocca con tuo figlio e spiegargli che se si fa un giro negli stand italiani e chiede in italiano se gli regalano un palloncino, sicuramente lo trovano adorabile e glielo danno, e vederlo tornare indietro con il megapallone delle sue brame ti spiega che anche lui sta crescendo. Che ci prende gusto a capire che gli offrono il succo di frutta, che le orchidee sono finite ma la signora gliene promette una per l' indomani se passo a prenderla
" Gialla, gialla è il mio colore preferito" e gialla fu.
Che scoprire che per gli amici da multinazionale che in between jobs e per uscire un attimo di casa mi hanno seguita in fiera visto che all' ultimo momento nessuno sapeva dove sbattere la testa per trovar gente e arrivano sempre da me a chiedere lumi, ecco per loro avere una SRL privata fa parte dei fatti della vita, come il mutuo e l' assicurazione sanitaria e scoprire che avrai anche avuto per 12 anni un' azienda seria, ma che inevitabilmente soffri delle stigmate delle piccole aziende che si fanno il culo ma non capiscono come gira il mondo, tipo, a caso, i tuoi.
Riferirlo alle nuove future socie, anche loro sas in due sorelle e constatare tra di voi che c' è sempre da imparare.
Mercoledi chiamo Pronumeris per farmi spiegare se potrò mai farmela anch' io la forma societaria BV come tutti i fighi, perche dopo la bicicarro, l'i-phone, il mac e le scarpe fighe, vuoi che una fashion-victim come me rinunci alla BV? Se poco poco me la posso permettere, peccato che per quelle non ci sono i saldi.
E arrivare a questa conclusione dopo aver detto si per affetto all' Abruzzo a un incarico meno qualificato dei soliti ed essermene pentita per tutta la settimana prima di farlo, dopo aver deciso che chissenefrega, certe fiere sono troppo belle per evitarle, dopo aver concluso che sono vent' anni che ci giro intorno ma che io in una vita precedente sul turismo e in particolare in Abruzzo so già tutto quello che devo sapere e perchè cavolo non ho fatto quello per mestiere (perchè soffro ancora dei traumi dei miei genitori), non so, credo di avere materiale per lavorare su me stessa per almeno altri 9 mesi.
Se non che fra due mesi c' è un' altra fiera e ho giå 3 committenti per quella, quindi per adesso si trotta, poi si rimugina. o meglio il contrario?
giovedì 13 gennaio 2011
Agonia o agonismo
A me il signore che ci ha venduto la cucina sta un sacco simpatico, e oggi ci siamo fatti un caffé su una sostituzione alla cappa aspirante che mi doveva sistemare.
Sua figlia quindicenne gioca a hockey, è bravissima e la nazionale la voleva.
"Questa è una domanda che spero di non dovermi fare troppo presto, se avviare un mio figlio all'agonismo" ho fatto io e lo penso veramente.
Perché so che sono domande difficili, che stiamo chiedendo a un ragazzino di ipotecare il suo immediato e forse neanche troppo immediato futuro, e come genitore hai il dovere di guardare avanti.
Nel loro caso, visto che anche lui allena ragazzi, e anche quelli molto bravi e motivati, lui e sua moglie si chiedevano da un paio d'anni se gli allenamente della ragazzina non fossero troppo pesanti, visto che adesso è altissima, ma le sue ginocchia hanno ancora bisogno di un paio d'anni per rinforzarsi di conseguenza.
E con la squadra e l'allenatore autraliano ex campione pure lui d'accordo le hanno fatto esaminare le ginocchia e hanno deciso che per un paio d'anni meglio farla fare con calma e solo le cose che le sue ginocchia possono sopportare.
Però è arrivata la nazionale, la ragazzina è motivatissima, sono andati a parlare con gli allenatori e il fisioterapista e hanno deciso di farle fare un paio di allenamenti. Al primo, infortunata. Per fortuna non si è rotta niente ma lì i genitori contro il desiderio della figlia hanno detto: stop.
È tornata alla sua squadra con il suo allenatore bravissimo che la segue senza ammazzarla. Incazzata nera con i genitori, ma piano piano cominica a capire che è meglio così per lei. Il padre le ha detto che nulla le proibisce di riprovare con la nazionale fra un paio d'anni e di continuare ad allenarsi bene e con giudizio nel frattempo.
Nel frattempo il fratello che giocava bene, ma non benissimo, ha mollato la seconda squadra e con un gruppo di amici giocano e cazzeggiano, alenati dal padre che per la prima volta ha una squadra a un libello così basso.
"Ragazzi, se ci metteste solo un pochino di impegno, invece di perdere 2-1 vincereste 3-0".
La squadra si guarda, poi uno chiede:
"Ragazzi, ma voi vi siete divertiti oggi?"
"Certo" e lo riguardano.
Ecco, tra i fancazzisti e i ragazzini che a 19 anni, quando sarebbero pronti per la nazionale hanno le ginocchia completamente scassate e la carriera se la scordano, chi scegliereste?
Io sarei tanto per l'aurea via di mezzo. Però se poi penso che di 100 ragazzini che fanno sport, 80 non illudono mai nessuno sul proprio talento però si divertono, 4-5 amano il proprio sport, sono bravi e in qualche modo reggono anche a tutta la pressione che viene posta sul loro potenziale e alla fine riescono. E quelli che restano stritolati in mezzo?
Datemi un allenatore che guardi al lungo termine e alle sollecitazioni che un corpo in crescita può avere. Tutto sommato la pressione può giocare anche in un coro, anzi, quella mentale è tremenda, ma perlomeno non si scassano le gambe. Intanto si divertono.
Sua figlia quindicenne gioca a hockey, è bravissima e la nazionale la voleva.
"Questa è una domanda che spero di non dovermi fare troppo presto, se avviare un mio figlio all'agonismo" ho fatto io e lo penso veramente.
Perché so che sono domande difficili, che stiamo chiedendo a un ragazzino di ipotecare il suo immediato e forse neanche troppo immediato futuro, e come genitore hai il dovere di guardare avanti.
Nel loro caso, visto che anche lui allena ragazzi, e anche quelli molto bravi e motivati, lui e sua moglie si chiedevano da un paio d'anni se gli allenamente della ragazzina non fossero troppo pesanti, visto che adesso è altissima, ma le sue ginocchia hanno ancora bisogno di un paio d'anni per rinforzarsi di conseguenza.
E con la squadra e l'allenatore autraliano ex campione pure lui d'accordo le hanno fatto esaminare le ginocchia e hanno deciso che per un paio d'anni meglio farla fare con calma e solo le cose che le sue ginocchia possono sopportare.
Però è arrivata la nazionale, la ragazzina è motivatissima, sono andati a parlare con gli allenatori e il fisioterapista e hanno deciso di farle fare un paio di allenamenti. Al primo, infortunata. Per fortuna non si è rotta niente ma lì i genitori contro il desiderio della figlia hanno detto: stop.
È tornata alla sua squadra con il suo allenatore bravissimo che la segue senza ammazzarla. Incazzata nera con i genitori, ma piano piano cominica a capire che è meglio così per lei. Il padre le ha detto che nulla le proibisce di riprovare con la nazionale fra un paio d'anni e di continuare ad allenarsi bene e con giudizio nel frattempo.
Nel frattempo il fratello che giocava bene, ma non benissimo, ha mollato la seconda squadra e con un gruppo di amici giocano e cazzeggiano, alenati dal padre che per la prima volta ha una squadra a un libello così basso.
"Ragazzi, se ci metteste solo un pochino di impegno, invece di perdere 2-1 vincereste 3-0".
La squadra si guarda, poi uno chiede:
"Ragazzi, ma voi vi siete divertiti oggi?"
"Certo" e lo riguardano.
Ecco, tra i fancazzisti e i ragazzini che a 19 anni, quando sarebbero pronti per la nazionale hanno le ginocchia completamente scassate e la carriera se la scordano, chi scegliereste?
Io sarei tanto per l'aurea via di mezzo. Però se poi penso che di 100 ragazzini che fanno sport, 80 non illudono mai nessuno sul proprio talento però si divertono, 4-5 amano il proprio sport, sono bravi e in qualche modo reggono anche a tutta la pressione che viene posta sul loro potenziale e alla fine riescono. E quelli che restano stritolati in mezzo?
Datemi un allenatore che guardi al lungo termine e alle sollecitazioni che un corpo in crescita può avere. Tutto sommato la pressione può giocare anche in un coro, anzi, quella mentale è tremenda, ma perlomeno non si scassano le gambe. Intanto si divertono.
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riflessioni profonde sui fatti della vita
lunedì 10 gennaio 2011
La pillola è come l'antibiotico?
Vi giro questa notizia qui
secondo la quale le minorenni usano come contraccettivo soprattutto la pillola del giorno dopo.
E io mi chiedo chi gliela prescriverà mai, se sento tutte le storie di gente che in Italia per avere una pillola del giorno dopo richia di far prima a partorire che non a trovarla. E mi chiedo se i farmacisti obiettori fanno fatica solo con questo preparato qui, che ce ne sono di cose potenzialmente tossiche, velenose e insalubri che si vendono in farmacia e mi chiedo se il farmacista obiettore ogni volta fa l'atto di contrizione, o non le tiene mai tra le scorte.
Me lo chiedo perché io sono una figlia della necessità di informazioni sulla contraccezione, da quando ho 12-13 anni leggevo e mi informavo, poi magari per tanti altri motivi mi mancava la necessità fondamentale.
Però siccome meglio prevenire che curare, e siccome quandos studiavo all'Aquila non avevo uno straccio di ragazzo ma abitavo a fianco all'AIED, una volta ci sono andata a informarmi sulla pillola e mi hanno dato una tale sfilza di analisi da fare, che io, che odio le punture e i prelievi di sangue, non avendo una necessità rapida e contingente, mi sono scoraggiata e ho lasciato perdere.
Cioè, farmi l'impegnativa, mollare mezzo litro di sangue la mattina presto a digiuno in un altro paese e non ho la macchina, tornare a prendere le analisi, portarle dal medico e attendere il verdetto mi sembrava una roba inutilmente complicata. E che necessariamente coinvolgeva la collaborazione dei miei genitori che io invece se sono abbastanza adulta da farmi prescrivere la pillola vorrei arrangiarmi da sola, grazie tante.
Poi in Olanda per tanti altri motivi di ormoni e acne e svenimenti strani, su consiglio di mia madre al telefono che mi faceva: ma ho letto un articolo, vedi un po' se non ti puoi far dare la pillola, mi hanno prescritto la Diane, che chi se la ricorda sa che era una bomba di ormoni, altro che la trifasica. E la ginecologa, italiana oltretutto, che me l'ha prescritta mi ha spiegato: prescrivere la pillola è come prescrivere l'antibiotico, se non hai controindicazioni note comincia e tieni d'occhio la questione. Qualsiasi cosa strana che ti capita di notare chiamami o precipitati qui e vediamo cos'è, ma se la tolleri ci vediamo fra tre mesi.
A me la Diane come l'acqua fresca, niente ritenzioni idriche, niente emicranie, niente di niente, giusto quel paio di chili in più, ma che potevano dipendere da un mucchio di altre cose. L'ho presa per anni, mai avuto controindicazioni note, poi mi sono riprodotta e ho preso un'altra strada.
Sto nel sistema sanitario olandese da almeno 15 anni, con molta soddisfazione devo dire, e le volte che mi hanno prewcritto un antibiotico si contano sulle dita di mezza mano.
È chiaro quindi che da anni mi interroghi su questo fatto: ma perché in Italia gli antibiotici te li prescrivono come le palline zigulì e la gente arriva addirittura a prescriverseli da soli, usare gli avanzi alla cavolo e costruire resistenze accertate che abbiamo sempre meno medicine a disposizione a causa dell'uso indiscriminato?
E perché invece un po' di sana contraccezione viene vista come il diavolo, o quantomeno una cosa da complicare al massimo, mentre le prostitute minorenni o meno, le ragazzine di 13 e 14 anni che partoriscono, quelle un po' più grandi che non possono partorire anche se volessero perché non hanno casa, lavoro o un minimo di servizi e certezze nella vita, quelle che in certe province manco potrebbero abortire perché sono tutti obiettori nelle strutture pubbliche e non obiettori in quelle private, ecco questo e altro invece va bene.
Fatemi capire, ma qualcuno ha un problema con il sesso? O con le bronchiti recidive?
secondo la quale le minorenni usano come contraccettivo soprattutto la pillola del giorno dopo.
E io mi chiedo chi gliela prescriverà mai, se sento tutte le storie di gente che in Italia per avere una pillola del giorno dopo richia di far prima a partorire che non a trovarla. E mi chiedo se i farmacisti obiettori fanno fatica solo con questo preparato qui, che ce ne sono di cose potenzialmente tossiche, velenose e insalubri che si vendono in farmacia e mi chiedo se il farmacista obiettore ogni volta fa l'atto di contrizione, o non le tiene mai tra le scorte.
Me lo chiedo perché io sono una figlia della necessità di informazioni sulla contraccezione, da quando ho 12-13 anni leggevo e mi informavo, poi magari per tanti altri motivi mi mancava la necessità fondamentale.
Però siccome meglio prevenire che curare, e siccome quandos studiavo all'Aquila non avevo uno straccio di ragazzo ma abitavo a fianco all'AIED, una volta ci sono andata a informarmi sulla pillola e mi hanno dato una tale sfilza di analisi da fare, che io, che odio le punture e i prelievi di sangue, non avendo una necessità rapida e contingente, mi sono scoraggiata e ho lasciato perdere.
Cioè, farmi l'impegnativa, mollare mezzo litro di sangue la mattina presto a digiuno in un altro paese e non ho la macchina, tornare a prendere le analisi, portarle dal medico e attendere il verdetto mi sembrava una roba inutilmente complicata. E che necessariamente coinvolgeva la collaborazione dei miei genitori che io invece se sono abbastanza adulta da farmi prescrivere la pillola vorrei arrangiarmi da sola, grazie tante.
Poi in Olanda per tanti altri motivi di ormoni e acne e svenimenti strani, su consiglio di mia madre al telefono che mi faceva: ma ho letto un articolo, vedi un po' se non ti puoi far dare la pillola, mi hanno prescritto la Diane, che chi se la ricorda sa che era una bomba di ormoni, altro che la trifasica. E la ginecologa, italiana oltretutto, che me l'ha prescritta mi ha spiegato: prescrivere la pillola è come prescrivere l'antibiotico, se non hai controindicazioni note comincia e tieni d'occhio la questione. Qualsiasi cosa strana che ti capita di notare chiamami o precipitati qui e vediamo cos'è, ma se la tolleri ci vediamo fra tre mesi.
A me la Diane come l'acqua fresca, niente ritenzioni idriche, niente emicranie, niente di niente, giusto quel paio di chili in più, ma che potevano dipendere da un mucchio di altre cose. L'ho presa per anni, mai avuto controindicazioni note, poi mi sono riprodotta e ho preso un'altra strada.
Sto nel sistema sanitario olandese da almeno 15 anni, con molta soddisfazione devo dire, e le volte che mi hanno prewcritto un antibiotico si contano sulle dita di mezza mano.
È chiaro quindi che da anni mi interroghi su questo fatto: ma perché in Italia gli antibiotici te li prescrivono come le palline zigulì e la gente arriva addirittura a prescriverseli da soli, usare gli avanzi alla cavolo e costruire resistenze accertate che abbiamo sempre meno medicine a disposizione a causa dell'uso indiscriminato?
E perché invece un po' di sana contraccezione viene vista come il diavolo, o quantomeno una cosa da complicare al massimo, mentre le prostitute minorenni o meno, le ragazzine di 13 e 14 anni che partoriscono, quelle un po' più grandi che non possono partorire anche se volessero perché non hanno casa, lavoro o un minimo di servizi e certezze nella vita, quelle che in certe province manco potrebbero abortire perché sono tutti obiettori nelle strutture pubbliche e non obiettori in quelle private, ecco questo e altro invece va bene.
Fatemi capire, ma qualcuno ha un problema con il sesso? O con le bronchiti recidive?
mercoledì 22 dicembre 2010
Buoni propositi 2010, consuntivo
Non ricordo neanche se li ho scritti da qualche parte, i buoni propositi del 2010, ma la raccomandazione fondamentale di mia madre prima di partire dopo Natale, lo scorso anno, era di volermi più bene, di curarmi di più di me, di lavarmi i capelli.
Di mio ci avrò messo di default che stessero bene i maschi, che fossero felici, che avrei fatto di più per renderceli e che avrei smesso di martellarmi i calli se non ci riuscivo.
Cosa ho fatto davvero?
Intanto ho cominciato a vedermi con Anna Calogero, la mia psicologa, ed è stata un'ottima decisione anche se ultimamente sto svicolando perché dopo aver lavorato sull'emergenza contingente si è andati a toccare dell'altro che evidentemente faccio ancora a fatica a gestire. Lo sposto come progetto per l'anno prossimo.
Anna mi ha consigliato la sua ottimississima collega Monique De Boer, terapeuta per bambini, che sta aiutando benissimo Ennio a gestirsi il mal di pancia per non andare a scuola. E le conversazioni con Monique per discutere dei nostri figli sono state un'occasione ottima per me e il capo di dirci cose che per proteggerci reciprocamente uno fa fatica a dirle e poi si incarta e non ci si spiega più. Ci siamo scartocciati.
I capelli non me li lavo più spesso, ma li lavo con bicarbonato e aceto, ci vuole un po' per ingranare, ma alla fine va benissimo, con la stessa frequenza i miei capelli si ungono meno e stanno meglio. Consiglio a tutti, l'ho trovato su un blog in inglese e mi sembrava sensato, perché Orso che odia lo shampo negli occhi ma ama le docce, si fa uno sciampo una volta al mese se va bene e il resto del tempo lava solo con acqua e ha sempre dei capelli bellissimi.
E a proposito di figli, da quando ha i capelli lunghi ogni mattina li torturo entrambi per pettinarli prima di uscire di casa e ho smesso di lasciar correre i capricci all'ora di punta.
Ho comprato il rossetto rossissimo mat consigliato da Spora e ha un effetto assolutamente strabiliante, costa un botto ma da solo sostituisce qualsiasi altro ammennicolo. Quando mi ricordo di metterlo, infatti sta nell'ingresso accanto alle chiavi.
Ho cominciato ad andare regolarmente dall'agopunturista che mi ha risolto una serie di cose, perché è inutile che una sta lì a farsi le pippe mentali sulla svogliatezza e la mancanza di energia se è anemica come un pesce rosso albino. (Per dimostrarmi che funziona, dico solo che in 3 mesi ho iniziato a consumare un terzo degli assorbenti che usavo prima).
E la cosa fondamentale, per finire l'anno, in 5 giorni sono andata due volte dal medico per il tagliando che non faccio mai. conbtrollare i doloretti che in genere ignoro perché non è un doloretto a farti fuori.
Innanzitutto l'impegnativa per gli esami alla tiroide, perché è inutile che sto qui a raccontare di quando ho i momenti no di no profondo, e che vado dallo psicologo se poi una parte del problema non ce l'ho tra le orecchie ma verso la gola.
E già che c'ero mi sono fatta fare un pap test, controllare l'idraulica, prescrivere i raggi all'anca che mi da fastidio e se non emerge niente faremo un'ecografia e l'ultima cosa che rimando da una vita (mi sono fatta rifare l'impegnativa 2 o 3 volte perdendola sempre) controllare il mio neo sotto all'occhio.
E per concludere, ho tutta l'amministrazione da catalogare in excel, ma intanto a manovella sono stata dietro a tutti quelli che nel 2010 non mi hanno pagato entro i termini e ho scoperto che certe volte è inutile lavorare tanto se poi non arrivi a intascare il cash. E forse questa per me è la conclusione migliore.
Vi lascio con una citazione di Marina Cvetaeva che ho letto nelle repliche della Pecorina: alla domanda, ma cosa voglio, quando l'opera è finita e devo decidere se lasciarla in queste o quelle mani?
soldi, amici e quanti più possibile
Se il mio programma inespresso era quello di imparare a dire più spesso di no senza starci male, ed evitare fregature e rogne, direi che in parte ci sono arrivata. che è un ottimo modo di volersi bene pure quello. Adesso tocca pensare a cosa voglio ottenere davvero nel 2011.
(Poi cosa credevate, che il calendario del rendimento di grazie avrebbe davvero funzionato? Manco per sogno, ma era una bella idea e intanto io ci ho pensato seriamente alle cose per cui sono grata. Anche quello fa).
Di mio ci avrò messo di default che stessero bene i maschi, che fossero felici, che avrei fatto di più per renderceli e che avrei smesso di martellarmi i calli se non ci riuscivo.
Cosa ho fatto davvero?
Intanto ho cominciato a vedermi con Anna Calogero, la mia psicologa, ed è stata un'ottima decisione anche se ultimamente sto svicolando perché dopo aver lavorato sull'emergenza contingente si è andati a toccare dell'altro che evidentemente faccio ancora a fatica a gestire. Lo sposto come progetto per l'anno prossimo.
Anna mi ha consigliato la sua ottimississima collega Monique De Boer, terapeuta per bambini, che sta aiutando benissimo Ennio a gestirsi il mal di pancia per non andare a scuola. E le conversazioni con Monique per discutere dei nostri figli sono state un'occasione ottima per me e il capo di dirci cose che per proteggerci reciprocamente uno fa fatica a dirle e poi si incarta e non ci si spiega più. Ci siamo scartocciati.
I capelli non me li lavo più spesso, ma li lavo con bicarbonato e aceto, ci vuole un po' per ingranare, ma alla fine va benissimo, con la stessa frequenza i miei capelli si ungono meno e stanno meglio. Consiglio a tutti, l'ho trovato su un blog in inglese e mi sembrava sensato, perché Orso che odia lo shampo negli occhi ma ama le docce, si fa uno sciampo una volta al mese se va bene e il resto del tempo lava solo con acqua e ha sempre dei capelli bellissimi.
E a proposito di figli, da quando ha i capelli lunghi ogni mattina li torturo entrambi per pettinarli prima di uscire di casa e ho smesso di lasciar correre i capricci all'ora di punta.
Ho comprato il rossetto rossissimo mat consigliato da Spora e ha un effetto assolutamente strabiliante, costa un botto ma da solo sostituisce qualsiasi altro ammennicolo. Quando mi ricordo di metterlo, infatti sta nell'ingresso accanto alle chiavi.
Ho cominciato ad andare regolarmente dall'agopunturista che mi ha risolto una serie di cose, perché è inutile che una sta lì a farsi le pippe mentali sulla svogliatezza e la mancanza di energia se è anemica come un pesce rosso albino. (Per dimostrarmi che funziona, dico solo che in 3 mesi ho iniziato a consumare un terzo degli assorbenti che usavo prima).
E la cosa fondamentale, per finire l'anno, in 5 giorni sono andata due volte dal medico per il tagliando che non faccio mai. conbtrollare i doloretti che in genere ignoro perché non è un doloretto a farti fuori.
Innanzitutto l'impegnativa per gli esami alla tiroide, perché è inutile che sto qui a raccontare di quando ho i momenti no di no profondo, e che vado dallo psicologo se poi una parte del problema non ce l'ho tra le orecchie ma verso la gola.
E già che c'ero mi sono fatta fare un pap test, controllare l'idraulica, prescrivere i raggi all'anca che mi da fastidio e se non emerge niente faremo un'ecografia e l'ultima cosa che rimando da una vita (mi sono fatta rifare l'impegnativa 2 o 3 volte perdendola sempre) controllare il mio neo sotto all'occhio.
E per concludere, ho tutta l'amministrazione da catalogare in excel, ma intanto a manovella sono stata dietro a tutti quelli che nel 2010 non mi hanno pagato entro i termini e ho scoperto che certe volte è inutile lavorare tanto se poi non arrivi a intascare il cash. E forse questa per me è la conclusione migliore.
Vi lascio con una citazione di Marina Cvetaeva che ho letto nelle repliche della Pecorina: alla domanda, ma cosa voglio, quando l'opera è finita e devo decidere se lasciarla in queste o quelle mani?
soldi, amici e quanti più possibile
Se il mio programma inespresso era quello di imparare a dire più spesso di no senza starci male, ed evitare fregature e rogne, direi che in parte ci sono arrivata. che è un ottimo modo di volersi bene pure quello. Adesso tocca pensare a cosa voglio ottenere davvero nel 2011.
(Poi cosa credevate, che il calendario del rendimento di grazie avrebbe davvero funzionato? Manco per sogno, ma era una bella idea e intanto io ci ho pensato seriamente alle cose per cui sono grata. Anche quello fa).
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riflessioni profonde sui fatti della vita
giovedì 25 novembre 2010
Cominciare dai padri. E dalle madri.
Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Mi viene da dire una sola cosa, per stanchezza: forse bisognerebbe iniziare dai padri. E dalle madri che se li scelgono.
Io, per quello che posso, continuo con i miei figli.
(Stasera ascoltata in macchina una parodia di Lola, dei Kinks, così mi è toccato spiegare a Orso e Ennio il fenomeno transgender. Ha voluto sapere se si mettono i palloncini nella maglietta per simulare i seni, come ha visto fare una volta al mare all'animatore che mi faceva da spalla nella lettura del manuale della perfetta fattucchiera. poi siamo arrivati a casa prima che il discorso si complicasse. E pure questo punto qui lo possiamo cancellare dalla lista. Ed era cominciato con una domanda innocente: ma Lola è un nome da maschio o da femmina?
L-o-l-a Lola).
Non è decisamente giornata.
Io, per quello che posso, continuo con i miei figli.
(Stasera ascoltata in macchina una parodia di Lola, dei Kinks, così mi è toccato spiegare a Orso e Ennio il fenomeno transgender. Ha voluto sapere se si mettono i palloncini nella maglietta per simulare i seni, come ha visto fare una volta al mare all'animatore che mi faceva da spalla nella lettura del manuale della perfetta fattucchiera. poi siamo arrivati a casa prima che il discorso si complicasse. E pure questo punto qui lo possiamo cancellare dalla lista. Ed era cominciato con una domanda innocente: ma Lola è un nome da maschio o da femmina?
L-o-l-a Lola).
Non è decisamente giornata.
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riflessioni profonde sui fatti della vita
venerdì 22 ottobre 2010
Genere e interculturalità
Oggi ne parlo di qua.
E grazie come sempre a Serena e Silvia, che come te li danno loro gli stimoli a pensare e uscire dal tuo buco per ragionare sulle cose, nessuno.
E grazie come sempre a Serena e Silvia, che come te li danno loro gli stimoli a pensare e uscire dal tuo buco per ragionare sulle cose, nessuno.
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riflessioni profonde sui fatti della vita
lunedì 27 settembre 2010
Si può vivere senza fede? (A me sembra che ci si riesca benissimo)
Tempo fa, ma neanche tanto, avevo buttato giù una piccola riflessione sulla fede, da cui è scaturita una bella discussione, che direi esemplare. Non è stato uno dei miei post più ragionati, ma come sempre, evidentemente, le cose mi frullavano in testa e così avevo intanto iniziato a buttarle giù, come viene viene.
Mi scrive nel frattempo una lettrice di questo blog che mi parla del suo percorso di fede, crisi e studio. È stata una bella lettera, sentita e affettuosa e la cosa più bella è che vuole farmi un regalo, una bibbia, un libro che amo e leggo molto, grazie al fatto anche che mio padre le raccoglieva in tutte le versioni e in tutte le lingue. Il fatto di aver studiato per un esame la Judith anglosassone, uno dei vangeli apocrifi che a noi si guardano bene dal far leggere in chiesa, mi ha insegnato altre cose appunto sulle varie versioni che circolano nelle varie congregazioni cristiane.
Sullo studio diretto della Bibbia ho anche un aneddoto carino su zia Filomena. A un certo punto la mia santa ed ascetica zia monaca di casa decise di mettersi a leggere la Bibbia. Fu un trauma, povera. E tremando disse a mia nonna: "Peppina, per carità, non leggerla mai, ci sono tante di quelle cose scandalose".
A me nei miei anni di lettura folle le cose scandalose ci andavo a nozze, e questo fu un ulteriore invito a leggermi l'antico e il nuovo testamento. Peer dire che le vie del Signore sono davvero infinite.
Bene, io sono grata a chi mi ha scritto perché ho avuto immediatamente l'impulso di risponderle, l'ho fatto di getto, e queste sono le riflessioni che lei mi ha tirato fuori e che voglio condividere con voi, sperando di chiarire meglio la mia posizione se fosse utile a chicchessia, ma soprattutto di suscitare altre riflessioni in altri, perché i circoli virtuosi iniziano sempre da uno scambio civile di idee.
"Intanto ti ringrazio per esserti presa la briga di pensare a me e
scrivermi questa bella e lunga lettera. Da quello che dici mi rendo
conto che abbiamo un percorso molto simile, anch'io leggo da sempre la
bibbia, ma anche i vangeli apocrifi, vite dei santi (a casa di mia
nonna ho riordinato a un certo punto il settore agiografie, tutte le
letture edificanti della famosa zia Filomena che leggevo da piccola e
rileggo da grande) e mio padre, che in fondo viene dallo stesso nido,
solo si faceva meno domande di me (e soprattutto non si è mai posto il
problema della coerenza che attanaglia me) ha sempre raccolto testi
sacri di tutte le confessioni e in tutte le lingue, quindi siamo ben
forniti sulla cristianità, ma anche sul resto (ha un corano e un testo
indù in inglese, ma anche il libretto rosso di Mao e quello verde di
Gheddafi, solo che questi non li ho mai letti).
Quello che nel blog, che io scrivo sempre d'impulso, forse non ho
fatto a tempo a chiarire è questo. Io non è che non ho fede perché non
mi sia sforzata o non abbia studiato. Ho conosciuto anch'io persone
bellissime, sacerdoti ispirati e più o meno avversati dalla chiesa ma
che per me rappresentavano veramente la santità così come la possiamo
vedere in un uomo o una donna di fede. E ho imparato molto da queste persone. Solo che la fede non è una malattia da contatto.
È solo il passo successivo che mi manca, ovvero vedere nella storia
del Cristo qualcosa in più di una metafora per spiegare a tutti delle
cose complesse. E quando ti metti a studiare le cose anche in
prospettiva storico-politica, come fa un mio amico che invece di
andare in vacanza al mare se ne va in Israele o altri posti a
frequentare seminari, tutta la storia del Getsemani e dell'arresto di
Gesù, il luogo, la scelta, il contesto, cos'era davvero quella porta
di Gerusalemme vicino al Getsemani ecc. capisci che dal punto di vista
dei romani e dei contemporanei in genere quello che stavano facendo
nell'ultima cena era un preparativo di colpo di stato (dice il mio
amico che me l'ha spiegata bene in tutti i dettagli, ma lui ci è stato
un mese a studiarle queste cose e io le so per sentito dire, quindi
magari qualche dettaglio mi sfugge). La Bibbia parla di colpo di stato? Ma quando mai, in fondo neanche la TV italiana parla davvero dei processi di Berlusconi. I dettagli salienti si perdono per strada e alla fine ne resta una versione che però proprio perché purgata solleva più domande di quelle a cui pretende di rispondere.
Per questo ripeto che la fede è appunto una questione di fede e io per
caso non ce l'ho. Il che non vuol dire che non prenda seriamente la
religione, e quella cattolica romana in particolare, visto che ci
sono cresciuta e l'ho studiata per venire fuori dalla contraddizione.
Ciò non vuol dire che non abbia una buona conoscenza del catechismo in
tutte le sue varie ripuliture, visto che come dicevo sono cresciuta
con quello preconciliare di mia zia e solo dopo mi sono aggiornata.
E non vuol dire quindi che io e quell'ateo di mio marito non siamo dei
buoni cristiani, che accogliamo i pellegrini sconosciuti che il fato
ci porta incontro, visitiamo gli ammalati, seppelliamo i morti, diamo
da mangiare agli affamati e diamo da bere agli assetati. Forse siamo
dei cristiani migliori di altri, visto che non ci aspettiamo nessuna
ricompensa, né qui né nel regno dei cieli, ma lo facciamo perché è il
nostro dovere etico di essere umani.
Quello che in generale mi infastidisce, e qui Speranza sappi nel modo
più assoluto che non mi riferisco a te, che mi hai scritto con una
delicatezza che scalda il cuore, è quel modo di fare di tanti
cristiani che per il fatto stesso che certe cose le fanno in nome
della fede e per precetto divino, si sentono superiori agli altri e
ciò traspare in tutte le loro parole e modo di rivolgersi a chi non è
santo come loro. Bella forza, compiere azioni virtuose per i precetti
venuti dall'alto. Ci hanno mandato milioni di persone nei campi di
concentramento con questo principio qui. Got mit uns e Dieux le veut.
Io invece rivendico la fatica di vivere in modo virtuoso e coerente e
senza gli impicci della fede, se possibile, in nome dell'umanità
comune a me e agli altri, che abbiano fede o meno. E non mi aspetto
niente di meno da nessun altro, anche se so che non me lo regala
nessuno questo.
Che problema c'è a vivere in modo onesto, coerenti ai propri principi
e prendendosi le responsabilità delle proprie azioni? Io certe volte
penso che sarebbe ancora più semplice per più persone se non ci si
mettessero di mezzo le ideologie. Perché facci caso, tutte le
religioni che io conosco hanno sempre il principio di esclusione: chi
non è come me è contro di me e va convertito a tutti i costi, con la
forza se necessario, tanto è dio che sta dalla nostra parte.
Ecco, lì faccio un po' fatica a seguire il ragionamento (e rischio
senza volere di diventare polemica). Quindi la pianto qui, perché in
ogni caso mi ha fatto un gran bene ricevere le tue parole e
sull'anonimato non c'è problema, sul web siamo tutti anonimi in fondo,
ma è bello avere un nome per non confondersi i vari interlocutori.
Come diceva mia zia, male non fare, paura non avere.
E ti ringrazio, perché anche se ho scritto di getto questa risposta mi
accorgo che è straordinariamente coerente (cavolo, persino gli errori
di battitura sono meno del solito) il che vuol dire che era un
ragionamente che mi portavo appresso da tempo e che il post precedente
aveva soltanto iniziato a tirare fuori. E un confronto rispettoso fa
sempre bene.
Per questo credo che metterò questa mia risposta nel blog, perché mi
hai stimolata a proseguire un discorso che per i miei gusti era
rimasto a metà, e te ne ringrazio.
Con affetto,
Barbara
Mi scrive nel frattempo una lettrice di questo blog che mi parla del suo percorso di fede, crisi e studio. È stata una bella lettera, sentita e affettuosa e la cosa più bella è che vuole farmi un regalo, una bibbia, un libro che amo e leggo molto, grazie al fatto anche che mio padre le raccoglieva in tutte le versioni e in tutte le lingue. Il fatto di aver studiato per un esame la Judith anglosassone, uno dei vangeli apocrifi che a noi si guardano bene dal far leggere in chiesa, mi ha insegnato altre cose appunto sulle varie versioni che circolano nelle varie congregazioni cristiane.
Sullo studio diretto della Bibbia ho anche un aneddoto carino su zia Filomena. A un certo punto la mia santa ed ascetica zia monaca di casa decise di mettersi a leggere la Bibbia. Fu un trauma, povera. E tremando disse a mia nonna: "Peppina, per carità, non leggerla mai, ci sono tante di quelle cose scandalose".
A me nei miei anni di lettura folle le cose scandalose ci andavo a nozze, e questo fu un ulteriore invito a leggermi l'antico e il nuovo testamento. Peer dire che le vie del Signore sono davvero infinite.
Bene, io sono grata a chi mi ha scritto perché ho avuto immediatamente l'impulso di risponderle, l'ho fatto di getto, e queste sono le riflessioni che lei mi ha tirato fuori e che voglio condividere con voi, sperando di chiarire meglio la mia posizione se fosse utile a chicchessia, ma soprattutto di suscitare altre riflessioni in altri, perché i circoli virtuosi iniziano sempre da uno scambio civile di idee.
"Intanto ti ringrazio per esserti presa la briga di pensare a me e
scrivermi questa bella e lunga lettera. Da quello che dici mi rendo
conto che abbiamo un percorso molto simile, anch'io leggo da sempre la
bibbia, ma anche i vangeli apocrifi, vite dei santi (a casa di mia
nonna ho riordinato a un certo punto il settore agiografie, tutte le
letture edificanti della famosa zia Filomena che leggevo da piccola e
rileggo da grande) e mio padre, che in fondo viene dallo stesso nido,
solo si faceva meno domande di me (e soprattutto non si è mai posto il
problema della coerenza che attanaglia me) ha sempre raccolto testi
sacri di tutte le confessioni e in tutte le lingue, quindi siamo ben
forniti sulla cristianità, ma anche sul resto (ha un corano e un testo
indù in inglese, ma anche il libretto rosso di Mao e quello verde di
Gheddafi, solo che questi non li ho mai letti).
Quello che nel blog, che io scrivo sempre d'impulso, forse non ho
fatto a tempo a chiarire è questo. Io non è che non ho fede perché non
mi sia sforzata o non abbia studiato. Ho conosciuto anch'io persone
bellissime, sacerdoti ispirati e più o meno avversati dalla chiesa ma
che per me rappresentavano veramente la santità così come la possiamo
vedere in un uomo o una donna di fede. E ho imparato molto da queste persone. Solo che la fede non è una malattia da contatto.
È solo il passo successivo che mi manca, ovvero vedere nella storia
del Cristo qualcosa in più di una metafora per spiegare a tutti delle
cose complesse. E quando ti metti a studiare le cose anche in
prospettiva storico-politica, come fa un mio amico che invece di
andare in vacanza al mare se ne va in Israele o altri posti a
frequentare seminari, tutta la storia del Getsemani e dell'arresto di
Gesù, il luogo, la scelta, il contesto, cos'era davvero quella porta
di Gerusalemme vicino al Getsemani ecc. capisci che dal punto di vista
dei romani e dei contemporanei in genere quello che stavano facendo
nell'ultima cena era un preparativo di colpo di stato (dice il mio
amico che me l'ha spiegata bene in tutti i dettagli, ma lui ci è stato
un mese a studiarle queste cose e io le so per sentito dire, quindi
magari qualche dettaglio mi sfugge). La Bibbia parla di colpo di stato? Ma quando mai, in fondo neanche la TV italiana parla davvero dei processi di Berlusconi. I dettagli salienti si perdono per strada e alla fine ne resta una versione che però proprio perché purgata solleva più domande di quelle a cui pretende di rispondere.
Per questo ripeto che la fede è appunto una questione di fede e io per
caso non ce l'ho. Il che non vuol dire che non prenda seriamente la
religione, e quella cattolica romana in particolare, visto che ci
sono cresciuta e l'ho studiata per venire fuori dalla contraddizione.
Ciò non vuol dire che non abbia una buona conoscenza del catechismo in
tutte le sue varie ripuliture, visto che come dicevo sono cresciuta
con quello preconciliare di mia zia e solo dopo mi sono aggiornata.
E non vuol dire quindi che io e quell'ateo di mio marito non siamo dei
buoni cristiani, che accogliamo i pellegrini sconosciuti che il fato
ci porta incontro, visitiamo gli ammalati, seppelliamo i morti, diamo
da mangiare agli affamati e diamo da bere agli assetati. Forse siamo
dei cristiani migliori di altri, visto che non ci aspettiamo nessuna
ricompensa, né qui né nel regno dei cieli, ma lo facciamo perché è il
nostro dovere etico di essere umani.
Quello che in generale mi infastidisce, e qui Speranza sappi nel modo
più assoluto che non mi riferisco a te, che mi hai scritto con una
delicatezza che scalda il cuore, è quel modo di fare di tanti
cristiani che per il fatto stesso che certe cose le fanno in nome
della fede e per precetto divino, si sentono superiori agli altri e
ciò traspare in tutte le loro parole e modo di rivolgersi a chi non è
santo come loro. Bella forza, compiere azioni virtuose per i precetti
venuti dall'alto. Ci hanno mandato milioni di persone nei campi di
concentramento con questo principio qui. Got mit uns e Dieux le veut.
Io invece rivendico la fatica di vivere in modo virtuoso e coerente e
senza gli impicci della fede, se possibile, in nome dell'umanità
comune a me e agli altri, che abbiano fede o meno. E non mi aspetto
niente di meno da nessun altro, anche se so che non me lo regala
nessuno questo.
Che problema c'è a vivere in modo onesto, coerenti ai propri principi
e prendendosi le responsabilità delle proprie azioni? Io certe volte
penso che sarebbe ancora più semplice per più persone se non ci si
mettessero di mezzo le ideologie. Perché facci caso, tutte le
religioni che io conosco hanno sempre il principio di esclusione: chi
non è come me è contro di me e va convertito a tutti i costi, con la
forza se necessario, tanto è dio che sta dalla nostra parte.
Ecco, lì faccio un po' fatica a seguire il ragionamento (e rischio
senza volere di diventare polemica). Quindi la pianto qui, perché in
ogni caso mi ha fatto un gran bene ricevere le tue parole e
sull'anonimato non c'è problema, sul web siamo tutti anonimi in fondo,
ma è bello avere un nome per non confondersi i vari interlocutori.
Come diceva mia zia, male non fare, paura non avere.
E ti ringrazio, perché anche se ho scritto di getto questa risposta mi
accorgo che è straordinariamente coerente (cavolo, persino gli errori
di battitura sono meno del solito) il che vuol dire che era un
ragionamente che mi portavo appresso da tempo e che il post precedente
aveva soltanto iniziato a tirare fuori. E un confronto rispettoso fa
sempre bene.
Per questo credo che metterò questa mia risposta nel blog, perché mi
hai stimolata a proseguire un discorso che per i miei gusti era
rimasto a metà, e te ne ringrazio.
Con affetto,
Barbara
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riflessioni profonde sui fatti della vita
martedì 14 settembre 2010
"I bambini mi odiano"
"Isis mi racconta sempre quanto la fa ridere Ennio a scuola", mi fa una collega madre mentre ce li riprendiamo daldoposcuola il venerdì pomeriggio, che mancano tre minuti alla chiusura eppure ci vorrebbe un carrarmato per trascinarli fuori.
Mi fa piacere. Ennio è vero che ha questa strategia di accettazione di fare il clown, però si capisce che in qualche modo funziona.
Mi ricorda mio padre in collegio, il ragazzino più piccolo e magro di tutti, zoppo e orfano, che per difendersi e farsi amici i grandi si era:
a) specializzato in aprire i lucchetti degli armadietti, perché tutti, ma proprio tutti prima o poi si perdevano la chiave ed erano costretti a farsi aiutare da lui
b) faceva il simpatico e lo spiritoso ed è stato per tutta la vita l'anima delle feste. Poi uno dice Mendel.
Però lo stesso Ennio è da lunedi scorso che ogni mattina ne ha una. Si capisce che non vuole andare a scuola e ogni volta bisogna massaggiargli l'anima, e a me dispiace, e gli racconto che anch'io a scuola mi maltrattavano, ma che avevo anche degli amici con cui mi divertitivo. Lo sa, gli interessa, ma non gli risolve il problema contingente.
Ieri, dramma.
"Vieni a vestirti nel lettone che ne parliamo".
"Io non voglio andare a scuola".
Me lo coccolo, lo accarezzo, lo cullo, lo massaggio, gli spiego che devo andare a lavorare fuori Amsterdam e che se non sta platealmente male non può restare a casa. Gli chiedo qual'è veramente il problema.
"I bambini mi odiano".
La mia prima reazione è di compiacimento per la scelta lessicale, perché ce la stiamo facendo tutta in italiano. La seconda reazione è: finalmente che esce fuori, perché core de mamma, è chiaro che l'ho sempre sospettata una cosa del genere.
"Quali bambini esattamente?"
"Grlbl, blrgl blrbleg" mastica nel lenzuolo.
"Amore, io così non ti capisco, dai ripetimelo" (signore dammi la pazienza e meno male che oggi devo esserci alle 9.30 e non prima, dove devo essere).
"Capo, vieni a sentire".
"Ennio, dai, diccelo".
"I bambini più grandi" e quelli li conosco tutti, ce ne sono un paio in effetti.
"Che ti fanno?"
Insomma, pare lo prendano in giro e lo deridano, ordinaria amministrazione. Magari lo ignorano e basta.
"E poi anche in classe mia A, B, C e D".
Pure D, ma come, erano amici, ci siamo persino trovati simpatici noi genitori e che è, è stato pure al suo compleanno.
Il capo annuisce. Si, ha capito di cosa stanno parlando.
"Senti, ci sono due cose: ci sono dei bambini che maltrattano gli altri a scuola e quelli sono semplicemente stronzi, capita. Spesso ce ne sono altri che li seguono, o comunque non ti difendono semplicemente perché hanno paura. Hanno paura che poi vengono presi di mira loro".
Eh, figlio mio, le dinamiche di gruppo, che cosa complicata.
"Poi c'è un'altra cosa: ci sono dele maestre e dei maestri speciali che aiutano i bambini a imparare a rispondergli a quelli che ti prendono in giro. Lo sai che me l'ha detto la maestra Colinda tanto tempo fa, se ci volevi andare, perché possono insegnarti dei trucchi per difenderti".
Mi sembra interessato.
Poi a scuola tre secondi dopo entrato lo vedevo giocare, scherzare e ridere, e al volo ho avvertito la maestra che ci sono state delle crisi (ne avevamo parlato tempo fa), che finalmente ha detto che dipende dagli altri bambini e lei mi ha promesso di starci attenta.
"Capo, ho fatto bene a dirgli dello psicologo?"
"Si, ma io pensavo, se la situazione escala, di parlarne con la coordinatrice interna. Perché quel gruppetto lì in classe sua ha preso veramente di mira S. e credo che Ennio segua di conseguenza. E la scuola deve saperlo e fare qualcosa".
S. è l'amichetto preferito, un bambino d'oro, intelligente, sensibile, curioso. E con i genitori che hanno appena divorziato e anche se ha l'aria serena a casa nostra verso sera non si sente tranquillo da rimanere a dormire e delle volte lo vedo triste anche lui.
"Senti, seguiamo entrambi i percorsi. La scuola quando serve la metteremo di mezzo, ma sono 4 anni ormai che ci giriamo intorno, proviamo a chiedere consiglio a qualcuno".
Prché l'altra cosa che ho fatto a tempo a raccontargli ieri mattina è che da qualche mese da una maestra così che mi fa fare gli esercizi per non arrabbiarmi e non offendermi più ci sto andando anch'io, che mi sta davvero aiutando e che forse ne possiamo trovare una apposta per i bambini.
Mi è sembrato interessato. L'impegnativa del medico di famiglia e la lista di indirizzi ce l'ho da qualche parte, adesso toccherà ritrovarla.
(Continuo a pensare che forse sia esagerato portare un bambino dallo psicologo perché è eccessivamente sensibile, ma se io a 43 anni vedo risultati strabilianti dopo relativamente poche sedute e mi sento più sicura di me e vivo e comunico meglio, perché fargli fare tutta la via crucis anche a lui? Because it builds charachter? Non so, troppo carattere forse fa male pure lui).
Mi fa piacere. Ennio è vero che ha questa strategia di accettazione di fare il clown, però si capisce che in qualche modo funziona.
Mi ricorda mio padre in collegio, il ragazzino più piccolo e magro di tutti, zoppo e orfano, che per difendersi e farsi amici i grandi si era:
a) specializzato in aprire i lucchetti degli armadietti, perché tutti, ma proprio tutti prima o poi si perdevano la chiave ed erano costretti a farsi aiutare da lui
b) faceva il simpatico e lo spiritoso ed è stato per tutta la vita l'anima delle feste. Poi uno dice Mendel.
Però lo stesso Ennio è da lunedi scorso che ogni mattina ne ha una. Si capisce che non vuole andare a scuola e ogni volta bisogna massaggiargli l'anima, e a me dispiace, e gli racconto che anch'io a scuola mi maltrattavano, ma che avevo anche degli amici con cui mi divertitivo. Lo sa, gli interessa, ma non gli risolve il problema contingente.
Ieri, dramma.
"Vieni a vestirti nel lettone che ne parliamo".
"Io non voglio andare a scuola".
Me lo coccolo, lo accarezzo, lo cullo, lo massaggio, gli spiego che devo andare a lavorare fuori Amsterdam e che se non sta platealmente male non può restare a casa. Gli chiedo qual'è veramente il problema.
"I bambini mi odiano".
La mia prima reazione è di compiacimento per la scelta lessicale, perché ce la stiamo facendo tutta in italiano. La seconda reazione è: finalmente che esce fuori, perché core de mamma, è chiaro che l'ho sempre sospettata una cosa del genere.
"Quali bambini esattamente?"
"Grlbl, blrgl blrbleg" mastica nel lenzuolo.
"Amore, io così non ti capisco, dai ripetimelo" (signore dammi la pazienza e meno male che oggi devo esserci alle 9.30 e non prima, dove devo essere).
"Capo, vieni a sentire".
"Ennio, dai, diccelo".
"I bambini più grandi" e quelli li conosco tutti, ce ne sono un paio in effetti.
"Che ti fanno?"
Insomma, pare lo prendano in giro e lo deridano, ordinaria amministrazione. Magari lo ignorano e basta.
"E poi anche in classe mia A, B, C e D".
Pure D, ma come, erano amici, ci siamo persino trovati simpatici noi genitori e che è, è stato pure al suo compleanno.
Il capo annuisce. Si, ha capito di cosa stanno parlando.
"Senti, ci sono due cose: ci sono dei bambini che maltrattano gli altri a scuola e quelli sono semplicemente stronzi, capita. Spesso ce ne sono altri che li seguono, o comunque non ti difendono semplicemente perché hanno paura. Hanno paura che poi vengono presi di mira loro".
Eh, figlio mio, le dinamiche di gruppo, che cosa complicata.
"Poi c'è un'altra cosa: ci sono dele maestre e dei maestri speciali che aiutano i bambini a imparare a rispondergli a quelli che ti prendono in giro. Lo sai che me l'ha detto la maestra Colinda tanto tempo fa, se ci volevi andare, perché possono insegnarti dei trucchi per difenderti".
Mi sembra interessato.
Poi a scuola tre secondi dopo entrato lo vedevo giocare, scherzare e ridere, e al volo ho avvertito la maestra che ci sono state delle crisi (ne avevamo parlato tempo fa), che finalmente ha detto che dipende dagli altri bambini e lei mi ha promesso di starci attenta.
"Capo, ho fatto bene a dirgli dello psicologo?"
"Si, ma io pensavo, se la situazione escala, di parlarne con la coordinatrice interna. Perché quel gruppetto lì in classe sua ha preso veramente di mira S. e credo che Ennio segua di conseguenza. E la scuola deve saperlo e fare qualcosa".
S. è l'amichetto preferito, un bambino d'oro, intelligente, sensibile, curioso. E con i genitori che hanno appena divorziato e anche se ha l'aria serena a casa nostra verso sera non si sente tranquillo da rimanere a dormire e delle volte lo vedo triste anche lui.
"Senti, seguiamo entrambi i percorsi. La scuola quando serve la metteremo di mezzo, ma sono 4 anni ormai che ci giriamo intorno, proviamo a chiedere consiglio a qualcuno".
Prché l'altra cosa che ho fatto a tempo a raccontargli ieri mattina è che da qualche mese da una maestra così che mi fa fare gli esercizi per non arrabbiarmi e non offendermi più ci sto andando anch'io, che mi sta davvero aiutando e che forse ne possiamo trovare una apposta per i bambini.
Mi è sembrato interessato. L'impegnativa del medico di famiglia e la lista di indirizzi ce l'ho da qualche parte, adesso toccherà ritrovarla.
(Continuo a pensare che forse sia esagerato portare un bambino dallo psicologo perché è eccessivamente sensibile, ma se io a 43 anni vedo risultati strabilianti dopo relativamente poche sedute e mi sento più sicura di me e vivo e comunico meglio, perché fargli fare tutta la via crucis anche a lui? Because it builds charachter? Non so, troppo carattere forse fa male pure lui).
domenica 29 agosto 2010
martedì 6 luglio 2010
Schiavitù
C'è questa signora che circola per la nostra scuola, sempre molto distinta, con i pantaloni dalla piega impoeccabile, le scarpe eleganti ed i twin-set. È la direttrice dell'asilo-doposcuola. Io le dò del lei.
Poi il 1 luglio me la ritrovo tutta fresca ed estiva che neanche l'ho riconosciuta, e siccome il turchese è il mio colore preferito e io stavo facendo la sorveglianza a ricreazione e nello specifico aspettare fuori dal bagno un paio di morti, feriti e bisognosi, gliel'ho detto:
"Ma che bel colore fresco che ha oggi, con questo caldo proprio ci vuole".
"Si, ma è perché oggi è la festa dell'abolizione della schiavitù".
"Ha ragione, il Keti Koti festival cominica oggi".
Che ve lo volevo dire per tempo, ma era una settimana folle, quella, ma in Suriname il Keti Koti, la festa per l'abolizione della schiavitù è una cosa grossa. Ed è anche la festa surinamese più festeggiata in Olanda.
Poi cosa ci fosse di particolare nel suo abbigliamento, a parte il fazzoletto, io magari non ci ho fatto neanche caso, da quando i tessuti etnici imperversano più del quadrettino vichy e della riga regimental.
Però per lei, così elegante e formale sul posto di lavoro, sicuramente era un atto sovversivo. e allora le ho chiesto se potevo fotografarla.
E poi sulla schiavitù o meno, su mio padre servo bambino in campagna, su Pomigliano, sui co.co.co ci sarebbe così tanto da dire che è meglio se mi sto zitta.
martedì 22 giugno 2010
Considerazioni orsesche sul proprio futuro
Ennio da venerdì sta male a intermittenza e stamattina ho deciso d'ufficio di non mandarcelo proprio a scuola. Così non devo ritirarlo a metà giornata o farlo vestire, portarcelo, per decidere che tanto vale che me lo riporti a casa. L'ho lasciato a letto con la coperta tirata sulla testa.
Cosa che mi offre delle belle routine mattutine rilassate con Orso, che è vero che comincia zombiesco però poi si scioglie. E mi racconta i suoi pensieri.
"Sai mamma, io non credo che diventerò un cantante da grande".
Come non mi diventi un cantante? E i progetti rocchettari con tuo fratello? che uno vuole fare il lead guitar e l'altro il batterista, e lumare le pupe e difendersi dalle groupies?
"Come mai, topo, non ti piace più?"
"È che io non so fare neanche una canzone".
"Ma hai tempo per imparare, ti eserciti. Senti, che ne dici se dopo le vacanze grandi andiamo a cantare con degli altri bambini? C'è un bel coro, così impari e ti diverti".
Ci pensa sopra perplesso.
"Ma lì non facciamo però le canzoni dei Metallica".
"Senti, lì intanto impari a cantare con le canzoni che fanno, poi se vuoi quelle dei Metalica ce le studiamo a casa".
Marco Spinello, mi senti? Non è che vi servono un paio di aspiranti cantanti quando fate le prove, voi metallari?
Cosa che mi offre delle belle routine mattutine rilassate con Orso, che è vero che comincia zombiesco però poi si scioglie. E mi racconta i suoi pensieri.
"Sai mamma, io non credo che diventerò un cantante da grande".
Come non mi diventi un cantante? E i progetti rocchettari con tuo fratello? che uno vuole fare il lead guitar e l'altro il batterista, e lumare le pupe e difendersi dalle groupies?
"Come mai, topo, non ti piace più?"
"È che io non so fare neanche una canzone".
"Ma hai tempo per imparare, ti eserciti. Senti, che ne dici se dopo le vacanze grandi andiamo a cantare con degli altri bambini? C'è un bel coro, così impari e ti diverti".
Ci pensa sopra perplesso.
"Ma lì non facciamo però le canzoni dei Metallica".
"Senti, lì intanto impari a cantare con le canzoni che fanno, poi se vuoi quelle dei Metalica ce le studiamo a casa".
Marco Spinello, mi senti? Non è che vi servono un paio di aspiranti cantanti quando fate le prove, voi metallari?
lunedì 14 giugno 2010
Il (buon) senso perduto di Susanna Tamaro
Sul Corriere leggo l'articolo di Susanna Tamaro che vi riporto di seguito.
A parte che ogni paio d'anni mi rileggo qualcosa sul corriere e ogni volta mi ricordo perché in realtà cerco di non leggerlo, e che questo è un tipico articolo da Corriere che mi fa passare la voglia di leggere il Corriere, ma:
DI COSA PENSA DI STAR PARLANDO LA TAMARO?
Qualcuno me lo spieghi perché io davvero non capisco. Per spiegare bene la ripugnanza che mi suscita il testo che segue dovrei rileggerlo alcune volte e in questo momento non ho voglia di fargli l'esegesi. Non ho voglia di prendere un paragrafo alla volta e spiegare perché a mio avviso è pieno di errori logici, mancanza di buon senso e impregnato invece di un insopportabile paternalismo.
Vi invito, se ne avete voglia, a leggerlo e dirmi che effetto fa a voi.
Vorrei dire solo una cosa, quella che non c'entra a mio avviso con la maternità, ma con il piacere sessuale, su cui mi pare siano incentrate la maggior parte delle non-argomentazioni: la domanda "dove sono Giulietta e Anna Karenina" è malposta e soffre di quella che io chiamo la sindrome Santa Maria Goretti. Santificata perché meglio morta che sverginata (come vedete non ce l'ho con la povera stella, che la capisco tutta, ce l'ho con il mercimonio che è stato fatto da parte della chiesa cattolica del suo omicidio a favore della retorica della repressione sessuale femminile).
Cara Tamaro, io non so lei dove li abbia letti i suoi classici, ma non mi risulta che né Anna Karenina né Giulietta siano morte vergini, anzi, mi pare anche che siano le eroine della passione accettata e vissuta in barba alle convenzioni e alle conseguenze disumane che queste ponevano alle stesse. Una passione che hanno pagato con la morte.
Come dicevo prima, un sacco di incongurenze su quest'articolo, come se le madri avessero bisogno pure di questo tipo di pubblicità tendenziosa. Perché a me piace ricordare che sia solo statisticamente le donne e i bambini seviziati, torturati, stuprati e ammazzati da uomini (da padri e mariti più spesso che da estranei o dal pazzo di passaggio) sono in numeri tali, che prima che le madri ci si avvicinino solo lontanamente, ci vorrebbe un'ecatombe, che peraltro nessuno auspica. Un'ecatombe che non c'è, e allora, questo articolo che senso ha?
Basterebbe un po'di buon senso. Mi dite la vostra e ne parliamo?
Donne che uccidono i figli
Il senso (perduto) della maternità
L'evoluzione dei costumi ha trasformato l'universo femminile nel clone di quello maschile
di Susanna Tamaro
Sempre più spesso, negli ultimi vent’anni, la cronaca testimonia casi di madri che uccidono i propri figli. Non uccidono solo neonati - cosa che rientra nelle patologie comprensibili della depressione post partum - ma uccidono bambini di sei, otto, dieci anni, bambini per i quali hanno preparato le torte di compleanno, a cui hanno insegnato a camminare e con cui hanno condiviso le fantasie e i sogni sul futuro. A Faenza, una donna italiana, impiegata e regolarmente sposata, all’insaputa del marito - che ignorava la sua gravidanza! - ha partorito di notte nel bagno, nascondendo il bambino in un sacchetto di plastica con l’idea di sbarazzarsene. Pochi giorni fa a Rieti una madre ha lanciato la propria figlia di sei mesi dal balcone, mentre a Vicenza un’altra donna ha aggredito con le forbici la figlia di nove anni che stava andando a scuola, prima di gettarsi dal terrazzo. A Venezia, un marito è tornato a casa e ha trovato il figlio di sei anni soffocato e la moglie impiccata a una spalliera. Le madri uccidono, si uccidono e spesso vengono anche uccise dai loro compagni e mariti. Non c’è giorno in cui la cronaca non ci segnali il caso di qualche omicidio compiuto da uomini incapaci di accettare una separazione. La persecuzione degli ex, o comunque le molestie ossessive, sono diventate un fenomeno così dilagante e pericoloso da richiedere ormai una legge ad hoc.
Infanticidio e benessere
Naturalmente l’infanticidio è sempre esistito, l’ecatombe di figlie femmine che ancor oggi si perpetua in molti paesi orientali non fa che confermarcelo. In tempi passati, però, apparteneva soprattutto a realtà di degrado e di povertà, ma questi omicidi che popolano le cronache con sempre maggior frequenza sono omicidi compiuti in situazioni di benessere materiale. Non c’è una carestia che incombe e un’ennesima bocca che urla implorando cibo, non c’è la disperazione della donna sola, lontana dal suo paese, culturalmente incapace di informarsi sulla possibilità di lasciare anonimamente il proprio figlio in ospedale. Ci sono invece case Ikea sullo sfondo, villini con giardino, appartamenti dignitosi, mariti che lavorano. E allora? Da dove viene questa onda nera che offusca, travolge, distrugge quello che dovrebbe essere l’istinto più forte di una donna? Perché le madri uccidono? Cosa si nasconde in questo che le cronache definiscono «insano gesto?». Negli ultimi trent’anni ci sono stati così tanti e rapidi mutamenti sociali e culturali che è difficile mettere a fuoco un solo elemento scatenante: a partire dagli anni ’70 è avvenuta un’evoluzione dei costumi che ha stravolto i rapporti tradizionali tra uomo e donna, cancellando quello che, fino ad allora, era stata la struttura classica della famiglia. Da questa rivoluzione, eravamo certi, sarebbe nato un mondo più giusto, un mondo in cui le donne avrebbero smesso il loro ruolo di vittime per diventare protagoniste piene della realtà e compagne consapevoli dei loro partner. Anche gli uomini, infatti, erano mutati, avevano abbandonato i lati più retrivi del loro carattere ed erano pronti, senza più pregiudizi, senza più gelosie, ad affrontare i tempi nuovi che si affacciavano. A distanza di quarant’anni da allora, al di là delle indiscusse e indiscutibili conquiste delle donne, una cosa è evidente ed è che il modello femminile si è inesorabilmente conformato a quello maschile. Siamo conformi perché, come ho già detto, l’immagine che i media propongono di noi - a cui una buona parte delle donne consapevoli cercano strenuamente di resistere - è quello di una femmina puro oggetto di piacere e di seduzione. Siamo conformi perché l’aver liberato la sessualità dalla procreazione ci ha reso altrettanto libere dei maschi. Possiamo realizzarci, avere diverse storie secondo l’estro e l’umore, senza che questo coinvolga l’affettività, così come avviene nei maschi per i quali avere un’avventura non è che uno sfogo della loro esuberanza. Abbiamo imparato a gestire la nostra fertilità, facendo scivolare la maternità in coda alle priorità della nostra vita, salvo poi farla diventare un’imperiosa necessità quando ci rendiamo conto che l’orologio del tempo ha accelerato i suoi battiti. In qualche modo è avvenuta una sorta di pornografizzazione della società. Tutto sembra girare intorno al sesso - ad un sesso esibito, parlato, vissuto, consumato, condiviso. I giornali per adolescenti parlano di orgasmi come fossero scampagnate in bicicletta. Non c’è divo o diva che non racconti ai quattro venti le sue abitudini sessuali, il come, il quando, con quante, con quanti. Come non c’è - quasi - giornalista, lo dico per esperienza personale, che non ti faccia domande sulle tue preferenze sessuali. Sembra che il sesso sia l’unico grande pensiero dei nostri giorni e il piacere il pifferaio magico a cui tutti corriamo dietro estasiati. Anche in questo, i giornali e le riviste ci aiutano. Quanto hai goduto? Come hai goduto? Hai trovato il punto G, punto F, punto K? Sei nella norma, lui è nella norma? E la norma, cos’è? Uno, due, tre orgasmi per notte?
Anna Karenina, Giulietta dove siete?
Nella letteratura - che in questo si dimostra specchio della società - non va certo meglio. Non c’è romanzo che non contenga tediosissime pagine di descrizione di rapporti, di umori corporei, di dettagli anatomici, inframmezzati magari da penose osservazioni messe lì per cercare di far lievitare la pornografia in arte. Anna Karenina, Catherine Earnshaw, Jane Eyre, Giulietta, dove siete? I grandi amori contrastati, i grandi amori vissuti nell’ombra, nella difficoltà, hanno creato una letteratura indimenticabile, gli amori avviliti dal cronometro e dai dettagli anatomici provocano soltanto una noia profonda. Il piacere è il democratico tiranno dei nostri giorni. Sembra che l’uomo debba esistere e realizzarsi unicamente dalla cintura in giù, come se improvvisamente sul mondo si fosse sparsa una polverina magica, capace di trasformare gli esseri umani in un esercito di mandrilli in libertà. Ma, a parte i lati comici di questa ossessione collettiva, in una tale visione dell’attività sessuale è racchiusa una estrema povertà. Il livellamento obbligatorio - per cui o fai sesso o non esisti - mistifica quella che è una delle componenti più importanti dell’uomo, quella erotica. Ognuno di noi ha una diversa propensione all’eros, per alcuni è una forma di energia straordinaria, per altri più moderata, mentre per altri ancora è ininfluente nell’equilibrio della loro vita. L’eros è sempre un elemento della complessità della persona, e non solo cambia da individuo a individuo, ma può cambiare, nello stesso individuo, nel corso della sua vita. Tanto il piacere è una banderuola a cui affannosamente corriamo dietro, altrettanto l’eros è una realtà che ci precede, ci compenetra e dà un orizzonte ai nostri giorni. Noi siamo qui grazie all’eros dei nostri genitori, e grazie alla nostra forza erotica siamo capaci di progettare un futuro. L’eros, come ci ricordano tutte le culture dell’uomo, non è una forza indistinta, un magma senza volto, bensì il differenziarsi dell’energia primordiale in due forme contrapposte e pur tuttavia complementari: il femminile e il maschile. Tutto il vivente - a parte le forme ermafrodite appartenenti ai livelli più semplici della vita animale e quelle simpatiche patelle capaci di cambiare sesso in virtù del loro compagno - si manifesta ed evolve secondo questa polarità. Come nel simbolo dello yin e dello yang, ogni femminile deve contenere un punto di maschile, così come ogni maschile deve contenere un punto di femminile. Il momento in cui questa polarità si annulla, la forza erotica si inceppa, inciampa, casca, il suo infinito orizzonte si trasforma nella condominiale balaustra del piacere. Gli effetti della promiscuità obbligatoria, unite alla forza plasmante del consumismo, ci hanno subdolamente privato della nostra natura più profonda, trasformandoci in affannati cloni del modello maschile. Ma anche all’uomo non è andata molto meglio: privato di un vero femminile, si è sentimentalizzato, perdendo quelle prerogative positive implicite nella sua natura paterna e virile. Noi stesse per anni abbiamo in fondo voluto ignorare la nostra natura perché ad essa associavamo un’idea culturale di fragilità, di rassegnazione e di sottomissione che mal si conciliava con il nostro desiderio di libertà e di emancipazione. In questo rifiuto, non ci siamo accorte che tranciare così drasticamente le nostre radici non era molto diverso dal tagliare i capelli di Sansone. Senza spirito materno, ogni forza è perduta, perché è vero che le donne hanno una forza straordinaria, ma questa forza discende direttamente dalla capacità di accogliere e far crescere la vita. Tutte queste persone travolte dall’infelicità, dall’incapacità di mettere a fuoco i propri sentimenti, queste madri trasportate come foglie dal vento, senza più stabilità, senza più una vera ragione per vivere, non sono forse donne private del senso profondo del loro essere al mondo? «L’amore richiede forza», scrivevo in Va’ dove ti porta il cuore. Ed è proprio la forza la caratteristica dello spirito materno, la forza di questo amore capace di abbattere ogni ostacolo, di andare sempre avanti, senza scavalcare, senza aver fretta, ma accompagnando. Questo amore - da cui nasce ogni altro amore - è l’amore materno, perché la maternità non è un’ennesima tecnica da applicare al nostro corpo ma qualcosa che ci trascende, che ci lega misteriosamente all’essenza del nostro esistere. Senza questa consapevolezza, l’avere figli non diventa che un atto come un altro, e un figlio non è che un oggetto che può trasformarsi in un gioiello da esibire ma anche in un peso che non siamo più in grado di sopportare perché ci impedisce di realizzare i nostri sogni. Un peso che a volte non sopportiamo più, così come non sopportiamo noi stesse. Ci sentiamo sole. Per questo ammazziamo i nostri figli, per questo ci ammazziamo. Recidendo questa radice profonda, la nostra vita non è molto diversa da quella dei cumuli di foglie che il vento sposta in autunno.
Lo spirito della maternità
Non si tratta di tornare all’angelo del focolare, ma semplicemente di capire che la centralità della nostra vita di donne è lo spirito della maternità. Ripartire da lì. La maternità. Questa maternità, però, va intesa in senso nuovo, ben al di là della mera capacità fisica di procreare. Si può infatti non aver generato ed essere colme di maternità, come si può essere madri biologiche ed esserne totalmente prive. Questa società così fredda, così necrofila, così impaurita, così cinica - e allo stesso tempo così travolta dalle sbornie del sentimentalismo - ha paura dello spirito femminile perché questo spirito, che è concreto, attivo, la spingerebbe in una direzione opposta. Tornare alla nostra vera natura vuol dire rimettere al centro dei nostri giorni una forza armata di dolcezza. Vuol dire collaborare, invece di competere, saper accogliere e accudire tutto ciò che è piccolo e bisognoso di protezione, tutto ciò che è fragile. Sapere che il grande sforzo - quello che giustamente assorbe ogni nostra energia - è quello della crescita, perché costantemente cambiare, costantemente crescere è il senso di ogni essere umano e di ogni nuova vita che viene al mondo.
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14 giugno 2010
A parte che ogni paio d'anni mi rileggo qualcosa sul corriere e ogni volta mi ricordo perché in realtà cerco di non leggerlo, e che questo è un tipico articolo da Corriere che mi fa passare la voglia di leggere il Corriere, ma:
DI COSA PENSA DI STAR PARLANDO LA TAMARO?
Qualcuno me lo spieghi perché io davvero non capisco. Per spiegare bene la ripugnanza che mi suscita il testo che segue dovrei rileggerlo alcune volte e in questo momento non ho voglia di fargli l'esegesi. Non ho voglia di prendere un paragrafo alla volta e spiegare perché a mio avviso è pieno di errori logici, mancanza di buon senso e impregnato invece di un insopportabile paternalismo.
Vi invito, se ne avete voglia, a leggerlo e dirmi che effetto fa a voi.
Vorrei dire solo una cosa, quella che non c'entra a mio avviso con la maternità, ma con il piacere sessuale, su cui mi pare siano incentrate la maggior parte delle non-argomentazioni: la domanda "dove sono Giulietta e Anna Karenina" è malposta e soffre di quella che io chiamo la sindrome Santa Maria Goretti. Santificata perché meglio morta che sverginata (come vedete non ce l'ho con la povera stella, che la capisco tutta, ce l'ho con il mercimonio che è stato fatto da parte della chiesa cattolica del suo omicidio a favore della retorica della repressione sessuale femminile).
Cara Tamaro, io non so lei dove li abbia letti i suoi classici, ma non mi risulta che né Anna Karenina né Giulietta siano morte vergini, anzi, mi pare anche che siano le eroine della passione accettata e vissuta in barba alle convenzioni e alle conseguenze disumane che queste ponevano alle stesse. Una passione che hanno pagato con la morte.
Come dicevo prima, un sacco di incongurenze su quest'articolo, come se le madri avessero bisogno pure di questo tipo di pubblicità tendenziosa. Perché a me piace ricordare che sia solo statisticamente le donne e i bambini seviziati, torturati, stuprati e ammazzati da uomini (da padri e mariti più spesso che da estranei o dal pazzo di passaggio) sono in numeri tali, che prima che le madri ci si avvicinino solo lontanamente, ci vorrebbe un'ecatombe, che peraltro nessuno auspica. Un'ecatombe che non c'è, e allora, questo articolo che senso ha?
Basterebbe un po'di buon senso. Mi dite la vostra e ne parliamo?
Donne che uccidono i figli
Il senso (perduto) della maternità
L'evoluzione dei costumi ha trasformato l'universo femminile nel clone di quello maschile
di Susanna Tamaro
Sempre più spesso, negli ultimi vent’anni, la cronaca testimonia casi di madri che uccidono i propri figli. Non uccidono solo neonati - cosa che rientra nelle patologie comprensibili della depressione post partum - ma uccidono bambini di sei, otto, dieci anni, bambini per i quali hanno preparato le torte di compleanno, a cui hanno insegnato a camminare e con cui hanno condiviso le fantasie e i sogni sul futuro. A Faenza, una donna italiana, impiegata e regolarmente sposata, all’insaputa del marito - che ignorava la sua gravidanza! - ha partorito di notte nel bagno, nascondendo il bambino in un sacchetto di plastica con l’idea di sbarazzarsene. Pochi giorni fa a Rieti una madre ha lanciato la propria figlia di sei mesi dal balcone, mentre a Vicenza un’altra donna ha aggredito con le forbici la figlia di nove anni che stava andando a scuola, prima di gettarsi dal terrazzo. A Venezia, un marito è tornato a casa e ha trovato il figlio di sei anni soffocato e la moglie impiccata a una spalliera. Le madri uccidono, si uccidono e spesso vengono anche uccise dai loro compagni e mariti. Non c’è giorno in cui la cronaca non ci segnali il caso di qualche omicidio compiuto da uomini incapaci di accettare una separazione. La persecuzione degli ex, o comunque le molestie ossessive, sono diventate un fenomeno così dilagante e pericoloso da richiedere ormai una legge ad hoc.
Infanticidio e benessere
Naturalmente l’infanticidio è sempre esistito, l’ecatombe di figlie femmine che ancor oggi si perpetua in molti paesi orientali non fa che confermarcelo. In tempi passati, però, apparteneva soprattutto a realtà di degrado e di povertà, ma questi omicidi che popolano le cronache con sempre maggior frequenza sono omicidi compiuti in situazioni di benessere materiale. Non c’è una carestia che incombe e un’ennesima bocca che urla implorando cibo, non c’è la disperazione della donna sola, lontana dal suo paese, culturalmente incapace di informarsi sulla possibilità di lasciare anonimamente il proprio figlio in ospedale. Ci sono invece case Ikea sullo sfondo, villini con giardino, appartamenti dignitosi, mariti che lavorano. E allora? Da dove viene questa onda nera che offusca, travolge, distrugge quello che dovrebbe essere l’istinto più forte di una donna? Perché le madri uccidono? Cosa si nasconde in questo che le cronache definiscono «insano gesto?». Negli ultimi trent’anni ci sono stati così tanti e rapidi mutamenti sociali e culturali che è difficile mettere a fuoco un solo elemento scatenante: a partire dagli anni ’70 è avvenuta un’evoluzione dei costumi che ha stravolto i rapporti tradizionali tra uomo e donna, cancellando quello che, fino ad allora, era stata la struttura classica della famiglia. Da questa rivoluzione, eravamo certi, sarebbe nato un mondo più giusto, un mondo in cui le donne avrebbero smesso il loro ruolo di vittime per diventare protagoniste piene della realtà e compagne consapevoli dei loro partner. Anche gli uomini, infatti, erano mutati, avevano abbandonato i lati più retrivi del loro carattere ed erano pronti, senza più pregiudizi, senza più gelosie, ad affrontare i tempi nuovi che si affacciavano. A distanza di quarant’anni da allora, al di là delle indiscusse e indiscutibili conquiste delle donne, una cosa è evidente ed è che il modello femminile si è inesorabilmente conformato a quello maschile. Siamo conformi perché, come ho già detto, l’immagine che i media propongono di noi - a cui una buona parte delle donne consapevoli cercano strenuamente di resistere - è quello di una femmina puro oggetto di piacere e di seduzione. Siamo conformi perché l’aver liberato la sessualità dalla procreazione ci ha reso altrettanto libere dei maschi. Possiamo realizzarci, avere diverse storie secondo l’estro e l’umore, senza che questo coinvolga l’affettività, così come avviene nei maschi per i quali avere un’avventura non è che uno sfogo della loro esuberanza. Abbiamo imparato a gestire la nostra fertilità, facendo scivolare la maternità in coda alle priorità della nostra vita, salvo poi farla diventare un’imperiosa necessità quando ci rendiamo conto che l’orologio del tempo ha accelerato i suoi battiti. In qualche modo è avvenuta una sorta di pornografizzazione della società. Tutto sembra girare intorno al sesso - ad un sesso esibito, parlato, vissuto, consumato, condiviso. I giornali per adolescenti parlano di orgasmi come fossero scampagnate in bicicletta. Non c’è divo o diva che non racconti ai quattro venti le sue abitudini sessuali, il come, il quando, con quante, con quanti. Come non c’è - quasi - giornalista, lo dico per esperienza personale, che non ti faccia domande sulle tue preferenze sessuali. Sembra che il sesso sia l’unico grande pensiero dei nostri giorni e il piacere il pifferaio magico a cui tutti corriamo dietro estasiati. Anche in questo, i giornali e le riviste ci aiutano. Quanto hai goduto? Come hai goduto? Hai trovato il punto G, punto F, punto K? Sei nella norma, lui è nella norma? E la norma, cos’è? Uno, due, tre orgasmi per notte?
Anna Karenina, Giulietta dove siete?
Nella letteratura - che in questo si dimostra specchio della società - non va certo meglio. Non c’è romanzo che non contenga tediosissime pagine di descrizione di rapporti, di umori corporei, di dettagli anatomici, inframmezzati magari da penose osservazioni messe lì per cercare di far lievitare la pornografia in arte. Anna Karenina, Catherine Earnshaw, Jane Eyre, Giulietta, dove siete? I grandi amori contrastati, i grandi amori vissuti nell’ombra, nella difficoltà, hanno creato una letteratura indimenticabile, gli amori avviliti dal cronometro e dai dettagli anatomici provocano soltanto una noia profonda. Il piacere è il democratico tiranno dei nostri giorni. Sembra che l’uomo debba esistere e realizzarsi unicamente dalla cintura in giù, come se improvvisamente sul mondo si fosse sparsa una polverina magica, capace di trasformare gli esseri umani in un esercito di mandrilli in libertà. Ma, a parte i lati comici di questa ossessione collettiva, in una tale visione dell’attività sessuale è racchiusa una estrema povertà. Il livellamento obbligatorio - per cui o fai sesso o non esisti - mistifica quella che è una delle componenti più importanti dell’uomo, quella erotica. Ognuno di noi ha una diversa propensione all’eros, per alcuni è una forma di energia straordinaria, per altri più moderata, mentre per altri ancora è ininfluente nell’equilibrio della loro vita. L’eros è sempre un elemento della complessità della persona, e non solo cambia da individuo a individuo, ma può cambiare, nello stesso individuo, nel corso della sua vita. Tanto il piacere è una banderuola a cui affannosamente corriamo dietro, altrettanto l’eros è una realtà che ci precede, ci compenetra e dà un orizzonte ai nostri giorni. Noi siamo qui grazie all’eros dei nostri genitori, e grazie alla nostra forza erotica siamo capaci di progettare un futuro. L’eros, come ci ricordano tutte le culture dell’uomo, non è una forza indistinta, un magma senza volto, bensì il differenziarsi dell’energia primordiale in due forme contrapposte e pur tuttavia complementari: il femminile e il maschile. Tutto il vivente - a parte le forme ermafrodite appartenenti ai livelli più semplici della vita animale e quelle simpatiche patelle capaci di cambiare sesso in virtù del loro compagno - si manifesta ed evolve secondo questa polarità. Come nel simbolo dello yin e dello yang, ogni femminile deve contenere un punto di maschile, così come ogni maschile deve contenere un punto di femminile. Il momento in cui questa polarità si annulla, la forza erotica si inceppa, inciampa, casca, il suo infinito orizzonte si trasforma nella condominiale balaustra del piacere. Gli effetti della promiscuità obbligatoria, unite alla forza plasmante del consumismo, ci hanno subdolamente privato della nostra natura più profonda, trasformandoci in affannati cloni del modello maschile. Ma anche all’uomo non è andata molto meglio: privato di un vero femminile, si è sentimentalizzato, perdendo quelle prerogative positive implicite nella sua natura paterna e virile. Noi stesse per anni abbiamo in fondo voluto ignorare la nostra natura perché ad essa associavamo un’idea culturale di fragilità, di rassegnazione e di sottomissione che mal si conciliava con il nostro desiderio di libertà e di emancipazione. In questo rifiuto, non ci siamo accorte che tranciare così drasticamente le nostre radici non era molto diverso dal tagliare i capelli di Sansone. Senza spirito materno, ogni forza è perduta, perché è vero che le donne hanno una forza straordinaria, ma questa forza discende direttamente dalla capacità di accogliere e far crescere la vita. Tutte queste persone travolte dall’infelicità, dall’incapacità di mettere a fuoco i propri sentimenti, queste madri trasportate come foglie dal vento, senza più stabilità, senza più una vera ragione per vivere, non sono forse donne private del senso profondo del loro essere al mondo? «L’amore richiede forza», scrivevo in Va’ dove ti porta il cuore. Ed è proprio la forza la caratteristica dello spirito materno, la forza di questo amore capace di abbattere ogni ostacolo, di andare sempre avanti, senza scavalcare, senza aver fretta, ma accompagnando. Questo amore - da cui nasce ogni altro amore - è l’amore materno, perché la maternità non è un’ennesima tecnica da applicare al nostro corpo ma qualcosa che ci trascende, che ci lega misteriosamente all’essenza del nostro esistere. Senza questa consapevolezza, l’avere figli non diventa che un atto come un altro, e un figlio non è che un oggetto che può trasformarsi in un gioiello da esibire ma anche in un peso che non siamo più in grado di sopportare perché ci impedisce di realizzare i nostri sogni. Un peso che a volte non sopportiamo più, così come non sopportiamo noi stesse. Ci sentiamo sole. Per questo ammazziamo i nostri figli, per questo ci ammazziamo. Recidendo questa radice profonda, la nostra vita non è molto diversa da quella dei cumuli di foglie che il vento sposta in autunno.
Lo spirito della maternità
Non si tratta di tornare all’angelo del focolare, ma semplicemente di capire che la centralità della nostra vita di donne è lo spirito della maternità. Ripartire da lì. La maternità. Questa maternità, però, va intesa in senso nuovo, ben al di là della mera capacità fisica di procreare. Si può infatti non aver generato ed essere colme di maternità, come si può essere madri biologiche ed esserne totalmente prive. Questa società così fredda, così necrofila, così impaurita, così cinica - e allo stesso tempo così travolta dalle sbornie del sentimentalismo - ha paura dello spirito femminile perché questo spirito, che è concreto, attivo, la spingerebbe in una direzione opposta. Tornare alla nostra vera natura vuol dire rimettere al centro dei nostri giorni una forza armata di dolcezza. Vuol dire collaborare, invece di competere, saper accogliere e accudire tutto ciò che è piccolo e bisognoso di protezione, tutto ciò che è fragile. Sapere che il grande sforzo - quello che giustamente assorbe ogni nostra energia - è quello della crescita, perché costantemente cambiare, costantemente crescere è il senso di ogni essere umano e di ogni nuova vita che viene al mondo.
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14 giugno 2010
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riflessioni profonde sui fatti della vita
mercoledì 2 giugno 2010
A me però ricorda tanto Bolzaneto
Da una vita non mi permetto di concedermi un parere su alcune grandi questioni, perché ritengo che le tragedie umane dove si richiede uno sforzo politico globale per risolverle non vadano degradate a chiacchiere da bar.
Non mi permetto di dire se avessero più torto gli Hutu o i Tutsi, i Serbi o i Bosniaci, i Palestinesi o gli Israeliani. Le tragedie sono tragedie, e a noi su certe tragedie fa fin troppo comodo dirci che non ne sappiamo niente, che non ne vogliamo sapere niente, che succedono lontano da casa nostra e che comunque non possiamo farci niente.
Però nella mia ignoranza e non allineamento lo posso pensare che a me nell'attacco di Israele alle navi che volevano forzare il blocco e nelle successive reazioni di media e pubblico, mi viene tanto da pensare a Bolzaneto?
E lo posso dire che certa stampa italiana grida vendetta a dio?
E che gli embarghi, tutti gli embarghi, servono solo a peggiorare la vita di gente come me e come te e che non hanno potere politico e decisionale? E che gli embarghi sulla libertà di pensiero e di parola sono quasi peggio di quelli di merci di prima necessità e medicinali?
E che forse è ora di darsi una mossa, prima che anche da noi ci si ritroverà tutti fino al collo in situazioni più grandi di noi, in cui uno auspicherebbe una qualche forma di accordo tra le parti, che tutti possano vivere, lavorare e stare in pace con dignità?
Che la stampa disobbediente e non allineata è l'unica cosa che ci rimane a salvarci la faccia e il culo, almeno finché non gli sparano addosso, e che francamente, né da noi né dagli altri uno può essere contento di una cosa del genere?
Ecco, l'ho detto e non ne parlo più. Considerato quello che ho scritto ieri penso si possa mettere tutto in conto alla sindrome premestruale, al fatto che non mi rassegno che debbano essere i falchi e quelli che gridano più forte e quelli che sparano per primi ad aver ragione, penso che sia ora di dare ed esigere un ruolo alle voci pacificatorie e ragionevoli, penso che sarebbe bello un mondo in cui i colpevoli vengano giudicati in modo equo, penso che penso male, perché tutto questo non lo vedo. O lo vedo troppo poco.
Qualche idea?
Non mi permetto di dire se avessero più torto gli Hutu o i Tutsi, i Serbi o i Bosniaci, i Palestinesi o gli Israeliani. Le tragedie sono tragedie, e a noi su certe tragedie fa fin troppo comodo dirci che non ne sappiamo niente, che non ne vogliamo sapere niente, che succedono lontano da casa nostra e che comunque non possiamo farci niente.
Però nella mia ignoranza e non allineamento lo posso pensare che a me nell'attacco di Israele alle navi che volevano forzare il blocco e nelle successive reazioni di media e pubblico, mi viene tanto da pensare a Bolzaneto?
E lo posso dire che certa stampa italiana grida vendetta a dio?
E che gli embarghi, tutti gli embarghi, servono solo a peggiorare la vita di gente come me e come te e che non hanno potere politico e decisionale? E che gli embarghi sulla libertà di pensiero e di parola sono quasi peggio di quelli di merci di prima necessità e medicinali?
E che forse è ora di darsi una mossa, prima che anche da noi ci si ritroverà tutti fino al collo in situazioni più grandi di noi, in cui uno auspicherebbe una qualche forma di accordo tra le parti, che tutti possano vivere, lavorare e stare in pace con dignità?
Che la stampa disobbediente e non allineata è l'unica cosa che ci rimane a salvarci la faccia e il culo, almeno finché non gli sparano addosso, e che francamente, né da noi né dagli altri uno può essere contento di una cosa del genere?
Ecco, l'ho detto e non ne parlo più. Considerato quello che ho scritto ieri penso si possa mettere tutto in conto alla sindrome premestruale, al fatto che non mi rassegno che debbano essere i falchi e quelli che gridano più forte e quelli che sparano per primi ad aver ragione, penso che sia ora di dare ed esigere un ruolo alle voci pacificatorie e ragionevoli, penso che sarebbe bello un mondo in cui i colpevoli vengano giudicati in modo equo, penso che penso male, perché tutto questo non lo vedo. O lo vedo troppo poco.
Qualche idea?
martedì 1 giugno 2010
Il filtro dalla partecipazione al potere comincia a 11 anni
Ieri in Olanda c'è stato il CITO-toets, un esame periodico che viene fatto regolarmente agli alunni delle elementari per valutarne i risultati in una serie di materie in base alla media nazionale. L'unico che serve veramente è l'ultimo, quello che si fa a 11 anni, perché in base a quello vengono date le raccomandazioni per la scuola superiore da seguire.
Ella, la bimba dei vicini, ha fatto questo. Stamattina sua sorella mi ha detto che aveva paura di aver cannato, ma mi sembra impossibile. A domanda la diretta interessata mi ha detto un formale: abbastanza bene, ma quando le ho spiegato che in genere ci sembra sempre di aver fatto peggio di quello che possiamo e che se lei pensa abbastanza bene sicuramente è andata molto bene, mi è sembrata sollevata.
Ella andrà al Gymnasium, immagino. che sarebbe non solo il liceo classico, ma anche la scuola che dà accesso diretto all'università. L'alternativa è l'Atheneum, che ha più o meno le stesse materie tranne latino e greco = materie classiche. entrambi durano dai 12 ai 18 anni. Ora ad Amsterdam il problema fondamentale è che c'è un Gymnasium al quale vale la pena di andare ed è il Barleus. Ci sono anche il Vossius che quanto a percentuale di fighettagine non scherza e un altro paio, ma il Barlaeus oltre ad essere il ginnasio storico in centro, è anche una monoscuola. Cioè è solo ginnasio.
Ha importanza? Per molti genitori, guarda caso quelli che hanno fatto pure loro il ginnasio e l'università si, è importante. Non solo per la questione fighettaggine, che ha pure il suo peso. Quanto per il fatto che alcuni anni fa il ministero ha incoraggiato la creazione di megascuole (magari anche divise in più succursali, ma amministrativamente insieme) perché più efficiente. E anche, era l'idea, perché un ragazzino che inizia a un livello troppo facile o troppo difficile ha sempre la possibilità di spostarsi a un altro tipo di scuola superiore senza uscire dalla scuola di provenienza e ritrovando i propri amici più o meno nello stesso edificio.
Ai genitori ambiziosi, o comunque a quelli che conoscono le capacità dei figli e le possibilità offerte dal sistema, il liceo senza uscite di sicurezza sembra però più serio. Questo perché il programma è tutto a un certo livello e non si fanno concessioni al fatto che in una scuola mista alcune materie valgano sia per il liceo che per altre tipologie di scuola (come l'atheneum, che sarebbe più ad indirizzo scientifico ma un pelino più in basso come status) e che magari quindi il livello del liceo è più basso per venire incontro alla preparazione degli alunni delle altre scuole. Questo perché nei licei olandesi ci sono una serie di indirizzi con materie fisse e poi delle materie a scelta. Le materie a scelta nelle scuole miste forse sono di più, ma molte in condivisione con altri livelli di istruzione.
Un po' come dire lettere fatte al classico o alle professionali (a me è rimasto impresso mio fratello che al I Itis mi spiegò che la Divina Commedia era scritta in latino, per questo loro la studiavano sulla parafrasi in italiano).
E una scuola che ha 4 volte il numero di iscrizioni rispetto ai posti per le nuove prime, è chiaro che stabilisce i criteri che vuole per l'accettazione e che quindi può scegliere di ammettere solo bambini (scusate, per me a 11 anni stiamo parlando di bambini) che abbiano certi voti al CITO.
Un CITO che come tutti gli esami, e specie quelli di importanza vitale, no necessariamente rispecchia l'effettiva preparazione di un bambino, che magari gli dice culo o al contrario si impappina per i nervi. Qui ad Amsterdam la situazione è così da anni, ci sono storie infinite di genitori del centro che mandano i figli a licei in provincia, pur di non iscriverli al liceo misto.
Ora, io salto volentieri i dettagli tecnici, perché non li so abbastanza. Ricordo solo che quando andammo alla prima giornata informativa per iscrivere Ennio alle elementari nel vecchio quartiere, che a suo tempo aveva le scuole strapiene con liste di attesa di 2-3 anni e considerato che iniziano a 4, Ennio aveva un anno quando siamo andati alla mattina info dell'Achthoek, l'elementare cattolica dietro l'allora casa. Da me scelta in primo luogo perché ci si poteva andare in bici da casa attraversando la strada una sola volta vicino la scuola, con gli addetti al traffico che aiutavano i bambini ad attraversare.
Insomma, queste all'epoca le mie preoccupazioni per la scelta della scuola. Il capo ne aveva di altre:
"Senti, secondo me, cioè, io e te abbiamo entrambi fatto il liceo e l'università, supponiamo per un attimo che anche lui cresce che può fare un liceo (da qui il genitore olandese che manco osa supporre, in nome del principio di uguaglianza ed equità, che suo figlio possa essere meglio della magica, aurea media che imperversa, n.d.b.), sarà il caso di informarci che criteri chiedono al Barlaeus?"
"Cristo, ha un anno, stai già a pensare al liceo".
Poi l'amica americana con padre prof universitario mi disse ridendo che suo marito aveva fatto lo stesso ragionamento. I padri olandesi che si preoccupano del futuro dei propri figli.
Bene, fanno bene.
Perché a me ci è voluto un bell'intervento di Elisabetta Materassi alla discussione seguita allo spettacolo di teatro filosofico Demo di Democrazia per capire di cosa si tratta esattamente.
Elisabetta, che non per niente insegna all'Università di Amsterdam e ha una figlia adolescente che il CITO con tutte le sue conseguenze occulte se l'è già fatto ci ha spiegato che così come è costituito il CITO serve essenzialmente a mantenere al potere il solito gruppo di olandesi maschi bianchi. (E infatti se andiamo a guardare chi sono gli ex-alunni del Barlaeus, ci sta mezzo parlamento e ancora di più se guardiamo alle legislazioni passate. e quelli che non stanno in parlamento dirigono le banche e le multinazionali. E si conoscono tutti tra di loro).
Fondamentalmente a un 15% di undicenni prevalentemente maschi viene consigliato, in base al CITO, il liceo. Un 40% tra cui anche le femmine intelligenti, vanno al Havo che è il gradino sotto. I bambini figli di migranti senza laurea, finiscono tutti, guarda un po', al vmbo che è questa specie di refugium peccatorum, a cui hanno aggiunto però ultimamente anche un indirizzo "teorico", si chiama così.
E ricordiamoci che a differenza dell'Italia, per passare da un gradino all'altro delle tipologie di scuola superiore ci vuole un anno integrativo. Quindi se cominci con il VMBO prima di entrare all'università ti tocca sgobbare e perdere del tempo.
Per carità, ne abbiamo di amici che si sono fatti tutto il cursus honorum e sono riusciti bene, Martin per esempio (il padre era ristoratore, non per dire) che non solo si è laureato in medicina e ha preso 2-3 specializzazioni, ma alla fine è diventato medico di famiglia con ambulatorio ostetrico, in pratica la specializzazione più lunga e difficile di medicina da queste parti.
Mia cognata invece che era una ragazzina timida e abbastanza chiusa, di quelle che hanno bisogno di tempo per sbocciare, anche a lei era stato consigliato l'indirizzo Havo. Sua madre si è impuntata. I 3 fratelli, il cui percorso scolastico e cognitivo lei era perfettamente in grado di confrontare con la figlia, il liceo l'avevano finito o lo stavano frequentando benissimo, per cui ha chiesto un anno di prova al liceo in quanto era sicura che con quell'anno in più la bambina sarebbe sbocciata.
Infatti è quella che si è laureata in veterinaria in tempi record, rispetto ai fratelli che sono tutti andati fuori corso. Solo che nel liceo in provincia dove la famiglia Diga la conoscevano da quando lo ha frequentato mio suocera c'era il posto e a quell'epoca la possibilità di farla provare. E no ci scordiamo che mia suocera è bravissima a sostenere le proprie posizioni con argomenti logici, cosa che io mi incazzerei o comincerei a balbettare e mi bollerebbero immediatamente come straniera emotiva da non prendere sul serio.
Qui ad Amsterdam al Barlaeus non te la daranno mai questa possibilità. Ed Elisabetta, giustamente si chiedeva: che messaggio passa ad una ragazzina intelligente che a un certo punto si accorge che i fratelli al liceo ci sono andati direttamente mentre lei ci deve mettere un anno extra e perdere per strada i suoi amici se cambia scuola, e insomma, hai veramente voglia di primeggiare o ti accontenti di quello che puoi e invece di diventare tu la manager ne diventi l'assistente che è pure un bel lavoro? (Il peresempio è mio).
Ecco, per questo a me è piaciuta moltissimo la discussione seguita a Demo di Democrazia: ci vuole delle volte la scusa e l'occasione per farsi un paio di chiacchiere serie e a un livello interessante con gente che ha voglia di pensare. Di questo pomeriggio filosofico avrei voluto scrivere molto prima e molto di più e meglio, perché abbiamo toccato argomenti interessantissimi, mi limito ad accennare a questo, sperando che nei commenti anche gli altri mi vogliano rispondere ricordandoli tutti.
E per Ella non ho dubbi, anche se lei è la prima delle 4 sorelle, buon sangue non mente e se la sua sorellina quest'anno il CITO lo ha fatto insieme a quelli della clsse più alta della sua, in cui ha seguito tutto l'anno matematica (e anche così era avanti a tutti, ma l'uguaglianza, eh? Mica puoi ammettere che ci sono bambini più dotati di altri) sono sicura che lei andrà in una scuola che le piace e che valorizzi le sue qualità.
Che poi alla fine il discorso scolarizzazione, eccellenza e carriera l'ho fatto tante volte con l'amica americana che temporaneamente è rientrata in patria e ha constatato che il livello della scuola (privata) lì solo per quanto riguarda le nozioni e il programma è molto più avanti che qui. E deprecava appunto il fatto che i bambini che prestano molto nella nostra scuoletta vengano penalizzati per mancanza di comprensione.
"You know, it's that sort of kids who in the end will run the country".
"I don't want them to run the country, I want them to do something they like and be happy".
Il che dimostra quanto olandese stia diventando pure io. O fricchettona, che non so cosa sia peggio.
Ella, la bimba dei vicini, ha fatto questo. Stamattina sua sorella mi ha detto che aveva paura di aver cannato, ma mi sembra impossibile. A domanda la diretta interessata mi ha detto un formale: abbastanza bene, ma quando le ho spiegato che in genere ci sembra sempre di aver fatto peggio di quello che possiamo e che se lei pensa abbastanza bene sicuramente è andata molto bene, mi è sembrata sollevata.
Ella andrà al Gymnasium, immagino. che sarebbe non solo il liceo classico, ma anche la scuola che dà accesso diretto all'università. L'alternativa è l'Atheneum, che ha più o meno le stesse materie tranne latino e greco = materie classiche. entrambi durano dai 12 ai 18 anni. Ora ad Amsterdam il problema fondamentale è che c'è un Gymnasium al quale vale la pena di andare ed è il Barleus. Ci sono anche il Vossius che quanto a percentuale di fighettagine non scherza e un altro paio, ma il Barlaeus oltre ad essere il ginnasio storico in centro, è anche una monoscuola. Cioè è solo ginnasio.
Ha importanza? Per molti genitori, guarda caso quelli che hanno fatto pure loro il ginnasio e l'università si, è importante. Non solo per la questione fighettaggine, che ha pure il suo peso. Quanto per il fatto che alcuni anni fa il ministero ha incoraggiato la creazione di megascuole (magari anche divise in più succursali, ma amministrativamente insieme) perché più efficiente. E anche, era l'idea, perché un ragazzino che inizia a un livello troppo facile o troppo difficile ha sempre la possibilità di spostarsi a un altro tipo di scuola superiore senza uscire dalla scuola di provenienza e ritrovando i propri amici più o meno nello stesso edificio.
Ai genitori ambiziosi, o comunque a quelli che conoscono le capacità dei figli e le possibilità offerte dal sistema, il liceo senza uscite di sicurezza sembra però più serio. Questo perché il programma è tutto a un certo livello e non si fanno concessioni al fatto che in una scuola mista alcune materie valgano sia per il liceo che per altre tipologie di scuola (come l'atheneum, che sarebbe più ad indirizzo scientifico ma un pelino più in basso come status) e che magari quindi il livello del liceo è più basso per venire incontro alla preparazione degli alunni delle altre scuole. Questo perché nei licei olandesi ci sono una serie di indirizzi con materie fisse e poi delle materie a scelta. Le materie a scelta nelle scuole miste forse sono di più, ma molte in condivisione con altri livelli di istruzione.
Un po' come dire lettere fatte al classico o alle professionali (a me è rimasto impresso mio fratello che al I Itis mi spiegò che la Divina Commedia era scritta in latino, per questo loro la studiavano sulla parafrasi in italiano).
E una scuola che ha 4 volte il numero di iscrizioni rispetto ai posti per le nuove prime, è chiaro che stabilisce i criteri che vuole per l'accettazione e che quindi può scegliere di ammettere solo bambini (scusate, per me a 11 anni stiamo parlando di bambini) che abbiano certi voti al CITO.
Un CITO che come tutti gli esami, e specie quelli di importanza vitale, no necessariamente rispecchia l'effettiva preparazione di un bambino, che magari gli dice culo o al contrario si impappina per i nervi. Qui ad Amsterdam la situazione è così da anni, ci sono storie infinite di genitori del centro che mandano i figli a licei in provincia, pur di non iscriverli al liceo misto.
Ora, io salto volentieri i dettagli tecnici, perché non li so abbastanza. Ricordo solo che quando andammo alla prima giornata informativa per iscrivere Ennio alle elementari nel vecchio quartiere, che a suo tempo aveva le scuole strapiene con liste di attesa di 2-3 anni e considerato che iniziano a 4, Ennio aveva un anno quando siamo andati alla mattina info dell'Achthoek, l'elementare cattolica dietro l'allora casa. Da me scelta in primo luogo perché ci si poteva andare in bici da casa attraversando la strada una sola volta vicino la scuola, con gli addetti al traffico che aiutavano i bambini ad attraversare.
Insomma, queste all'epoca le mie preoccupazioni per la scelta della scuola. Il capo ne aveva di altre:
"Senti, secondo me, cioè, io e te abbiamo entrambi fatto il liceo e l'università, supponiamo per un attimo che anche lui cresce che può fare un liceo (da qui il genitore olandese che manco osa supporre, in nome del principio di uguaglianza ed equità, che suo figlio possa essere meglio della magica, aurea media che imperversa, n.d.b.), sarà il caso di informarci che criteri chiedono al Barlaeus?"
"Cristo, ha un anno, stai già a pensare al liceo".
Poi l'amica americana con padre prof universitario mi disse ridendo che suo marito aveva fatto lo stesso ragionamento. I padri olandesi che si preoccupano del futuro dei propri figli.
Bene, fanno bene.
Perché a me ci è voluto un bell'intervento di Elisabetta Materassi alla discussione seguita allo spettacolo di teatro filosofico Demo di Democrazia per capire di cosa si tratta esattamente.
Elisabetta, che non per niente insegna all'Università di Amsterdam e ha una figlia adolescente che il CITO con tutte le sue conseguenze occulte se l'è già fatto ci ha spiegato che così come è costituito il CITO serve essenzialmente a mantenere al potere il solito gruppo di olandesi maschi bianchi. (E infatti se andiamo a guardare chi sono gli ex-alunni del Barlaeus, ci sta mezzo parlamento e ancora di più se guardiamo alle legislazioni passate. e quelli che non stanno in parlamento dirigono le banche e le multinazionali. E si conoscono tutti tra di loro).
Fondamentalmente a un 15% di undicenni prevalentemente maschi viene consigliato, in base al CITO, il liceo. Un 40% tra cui anche le femmine intelligenti, vanno al Havo che è il gradino sotto. I bambini figli di migranti senza laurea, finiscono tutti, guarda un po', al vmbo che è questa specie di refugium peccatorum, a cui hanno aggiunto però ultimamente anche un indirizzo "teorico", si chiama così.
E ricordiamoci che a differenza dell'Italia, per passare da un gradino all'altro delle tipologie di scuola superiore ci vuole un anno integrativo. Quindi se cominci con il VMBO prima di entrare all'università ti tocca sgobbare e perdere del tempo.
Per carità, ne abbiamo di amici che si sono fatti tutto il cursus honorum e sono riusciti bene, Martin per esempio (il padre era ristoratore, non per dire) che non solo si è laureato in medicina e ha preso 2-3 specializzazioni, ma alla fine è diventato medico di famiglia con ambulatorio ostetrico, in pratica la specializzazione più lunga e difficile di medicina da queste parti.
Mia cognata invece che era una ragazzina timida e abbastanza chiusa, di quelle che hanno bisogno di tempo per sbocciare, anche a lei era stato consigliato l'indirizzo Havo. Sua madre si è impuntata. I 3 fratelli, il cui percorso scolastico e cognitivo lei era perfettamente in grado di confrontare con la figlia, il liceo l'avevano finito o lo stavano frequentando benissimo, per cui ha chiesto un anno di prova al liceo in quanto era sicura che con quell'anno in più la bambina sarebbe sbocciata.
Infatti è quella che si è laureata in veterinaria in tempi record, rispetto ai fratelli che sono tutti andati fuori corso. Solo che nel liceo in provincia dove la famiglia Diga la conoscevano da quando lo ha frequentato mio suocera c'era il posto e a quell'epoca la possibilità di farla provare. E no ci scordiamo che mia suocera è bravissima a sostenere le proprie posizioni con argomenti logici, cosa che io mi incazzerei o comincerei a balbettare e mi bollerebbero immediatamente come straniera emotiva da non prendere sul serio.
Qui ad Amsterdam al Barlaeus non te la daranno mai questa possibilità. Ed Elisabetta, giustamente si chiedeva: che messaggio passa ad una ragazzina intelligente che a un certo punto si accorge che i fratelli al liceo ci sono andati direttamente mentre lei ci deve mettere un anno extra e perdere per strada i suoi amici se cambia scuola, e insomma, hai veramente voglia di primeggiare o ti accontenti di quello che puoi e invece di diventare tu la manager ne diventi l'assistente che è pure un bel lavoro? (Il peresempio è mio).
Ecco, per questo a me è piaciuta moltissimo la discussione seguita a Demo di Democrazia: ci vuole delle volte la scusa e l'occasione per farsi un paio di chiacchiere serie e a un livello interessante con gente che ha voglia di pensare. Di questo pomeriggio filosofico avrei voluto scrivere molto prima e molto di più e meglio, perché abbiamo toccato argomenti interessantissimi, mi limito ad accennare a questo, sperando che nei commenti anche gli altri mi vogliano rispondere ricordandoli tutti.
E per Ella non ho dubbi, anche se lei è la prima delle 4 sorelle, buon sangue non mente e se la sua sorellina quest'anno il CITO lo ha fatto insieme a quelli della clsse più alta della sua, in cui ha seguito tutto l'anno matematica (e anche così era avanti a tutti, ma l'uguaglianza, eh? Mica puoi ammettere che ci sono bambini più dotati di altri) sono sicura che lei andrà in una scuola che le piace e che valorizzi le sue qualità.
Che poi alla fine il discorso scolarizzazione, eccellenza e carriera l'ho fatto tante volte con l'amica americana che temporaneamente è rientrata in patria e ha constatato che il livello della scuola (privata) lì solo per quanto riguarda le nozioni e il programma è molto più avanti che qui. E deprecava appunto il fatto che i bambini che prestano molto nella nostra scuoletta vengano penalizzati per mancanza di comprensione.
"You know, it's that sort of kids who in the end will run the country".
"I don't want them to run the country, I want them to do something they like and be happy".
Il che dimostra quanto olandese stia diventando pure io. O fricchettona, che non so cosa sia peggio.
venerdì 21 maggio 2010
Della prostituzione
Roberta ha scritto un bel commento al post precedente e mi sembra un peccato non proseguire il discorso.
Senza fare moralismi inutili, io trovo che chiunque, uomo o donna, abbia il diritto di prostituirsi se lo desidera, se i vantaggi gli sembra che superino gli svantaggi. Il corpo è mio e lo gestisco io in questo caso mi sta benissimo.
Poi che la maggior parte delle prostitute che ci sono in giro non ha scelto liberamente è un fatto. Che a me è tutto l'indotto intorno alla prostituzione che dà fastidio e basterebbe leggersi Giorgio Scerbanenco, per esempio in Milano calibro 9, e che dati i tempi non si poneva troppo il dubbio di creare personaggi politicamente corretti, semmai iperrealisti, per capire che sulla prostituzione girano tanti e tali interessi che l'idea di fare la libera professione in modo indipendente è un mito.
In Olanda ci hanno provato a normalizzarla, la situazione lavorativa, ma da una quindicina d'anni la situazione è desolatamente dominata dall'illegalità, come conferma purtroppo anche il sito di De Rode Draad (il filo rosso), un'associazione fondata da (ex) professionisti del sesso nel 1985 per difendere i diritti della categoria.
Vi ho linkato il sito in inglese se siete interessati, ci sono anche altre lingue, soprattutto quelle di paesi da cui provengono le prostitute illegali e sfruttate. Non l'italiano (per fortuna, o non ancora?)
A questo proposito ho un nanetto dell'amico X, che lavorava in finanza tanti anni fa, viveva in centro e nel tempo libero frequentava (diceva di) il miglior bordello di Amsterdam, lo Yab Yum. E su questo suo hobby, chiamiamolo così, io mi sono fatta i peggiori patemi sul suo conto. Perché X è davvero una personcina deliziosa, educata, discreta, spiritosa, un autentico gentiluomo per quei pochi che frequento. Uno che fa il baciamano alle signore, ma non per darsi delle arie, proprio perché l'hanno tirato su così.
E il mio patema era: ma come, è tanto un caro ragazzo, gli sono affezionata nonostante faccia cose che io considero moralmente riprovevoli? Perché è così che considero chi paga per avere sesso.
E da quel poco che sono riuscita ad estorcergli (perché poi a me interessava, come no, per una volta che conosco uno che ammette serenamente di andare per bordelli, quando mi ricapita), mi dà l'idea di essere quel tipo di cliente meno apprezzato di quello che le sue intenzioni vorrebbero, quello che si sforza davvero di piacere e di dar piacere alla sua partner di letto, anche quando la paga.
Che se poco poco vi siete mai letti qualche memoria di prostitute (consiglio Le ragazze di madame Claude) saprete che una ragazza che lavora mica ha tempo da perdere con uno così. E però, il marketing è marketing e il customer service in certi settori è ancora una cosa seria, e allora un cliente assiduo, solvibile e che non crea rogne, che fai, ogni tanto il secondo giro gratis glielo fai fare, anche se lui lo crede una manifestazione di gradimento per lo sforzo.
Perché è comunque vero che molta gente le donne le paga per semplificarsi la vita o che altro ne so di motivo, ma preferisce fingere che si tratti di un rapporto alla pari. Tanto non lo è ed è meglio che ci mettiamo tutti l'animo in pace su questo.
Comunque X ha anche avuto i suoi tempi d'oro in cui per tutte le buone qualità che gli ho sempre riconosciuto le donne che gli strappavano spontaneamente le mutande le ha pure avute, solo ad Amsterdam per qualche motivo alle olandesi non dava affidamento. Poi si è sposato ed è diventato un noioso padre di famiglia come tutti, forse rispetto ad altri a donne non ci va più perché adora la moglie e se la fa bastare.
Ecco da chi ho quindi il seguente aneddoto, vi prego di tener conto del contesto. X abita in centro, va al lavoro in bicicletta con i suoi doppiopetti di sartoria e la sua valigetta da bancario e di fianco a casa sua c'è una vetrina occupata spesso da una ragazza, che lui saluta sempre con un cenno della mano se rientrando a casa la vede dietro la finestra. Che i vicini si salutano anche se non hai intenzione di frequentarli. Hai visto mai che ti finisca lo zucchero in un momento cruciale? E poi X è un ragazzo educato, l'ho già detto. E la vicina saluta di rimando.
Finché un giorno lei esce un attimo dalla porta, lo ferma e gli fa:
"Ma tu per caso lavori in finanza?" che le divise da lavoro, specie in un posto come Amsterdam, si riconoscono.
"Si, perché?"
"No, perché studio economia e commercio e per questo esame mi sono incartata sui future, mi chiedevo se me li puoi spiegare?"
"Non c'è problema, dimmi quando e dove, da me o da te?"
"Meglio da me, il mio ragazzo si secca se vado da sola a casa di un uomo".
Lì, giurava l'amico X, lui si è detto: questa non l'ho capita. Però paese che vai usanze che trovi. Poi si sono fatti questo caffé, lui le ha spiegato i future, lei ha raccontato di essersi comprata due case con questo mestiere e appena arrivava alla terza smetteva, tanto poi voleva laurearsi.
Ora, io manco ci provo a spiegarmi le motivazioni di questa ragazza. Vanno bene per lei, vanno bene per il suo ragazzo, che non mi sembra stia lì a sfruttarla, ma è sanamente geloso di altri uomini che le possano piacere fuori dal lavoro ed evidentemente sia come coppia che come singola lei sa farsi le sue distinzioni tra frequentazioni di lavoro e quelle private, che siano con il vicino o meno. Dico solo come possono stare le cose. Fin qui il lato normalizzazione.
Ma che la prostituzione resti uno di quei mestieri un po' al margine se ne sono anche accorti in Olanda quando anni fa hanno dato un giro di vite a tutta la normativa sui sussidi di disoccupazione. Lí ci è stata tutta una discussione su questo.
Perché delle due l'una, o fingi che prostituirsi sia equiparabile allo stare dietro la cassa del supermercato, o ti tieni alla larga dall'idea che chi riceve un sussidio e deve essere obbligato anche ad accettare lavori diversi dalle proprie qualifiche se vuole mantenere certi diritti, non possa essere costretto ad accettare un lavoro nel settore, perché è una scelta un po' diversa.
Voglio dire che se sono una ballerina disoccupata mi può star bene essere costretta a insegnare danza ai bambini, ma devo poter rifiutare di andare a fare lap dance in mutande in un bar del quartiere a luci rosse. E che questa non è più una questione di soldi. È una questione che investe altre motivazioni che vi salto a piè pari.
Proprio ieri leggevo dell'inchiesta in Veneto per cui ex-operaie disoccupate, causa crisi si prostituiscono raccontando ai figli o in casa che fanno la badante o la barista. Io trovo atroce che si debba arrivare a questo punto, che nel nostro paese gli ammortizzatori sociali non esistano proprio, proprio noi che non abbiamo fatto un amato tubo per intervenire nella crisi, ma ci dicono che la crisi è una cosa percepita, di non preoccuparci, di spendere e spandere.
E il commento di un lettore che dice: troppo facile prostituirsi, lavare i pavimenti negli ospedali non va bene lo stesso? Ma dove viviamo? Trovalo tu a 45 anni un lavoro del genere, vai tu a fare la badante di notte. A un certo punto uno si fa i suoi conti e anche un bambino capisce che con lavoretti del genere non ci paghi un mutuo e non ci mantieni dei figli. Che l'umiliazione a cui ti sottopongono per trovare e fare dei lavori del genere non è inferiore a quella di andare con uno che non conosci e non devi frequentare e allora scegli quello che paga di meno?
Guardate che per le pulizie gli italiani preferiscono gli stranieri o gli sconosciuti, perché secondo loro una del posto va a raccontare i fatti suoi al panettiere.
(Il che potrebbe aprire un altro discorso. ovvero, perché gli emigranti lo fanno? ma questo è argomento di un prossimo post, quindi ci torno).
Ma si diceva della prostituzione. Io trovo in parte riduttivo giudicare la gente che sceglie per questo in base al telefonino, il macchinone ecc. È vero che in questo momento il messaggio che circola tra le ragazze e aspiranti veline in genere è: studiare non serve a niente, fai il calendario, sposati il calciatore che così sei sistemata.
Ma è proprio questo il punto pericoloso: una sana attività di prostituzione in proprio - ammesso che sia possibile e che non ti vengano subito a far visita i protettori - con un obiettivo specifico (come la studentessa di cui sopra) e per un periodo limitato mi sembra il minore dei mali per una ragazza.
Il velinismo invece è pericolosissimo perché ti rende ricattabile, perché non hai autonomia, perché dipendi davvero dai Lele Mora e giù nella gerarchia di ometti sporchi. Perché dà nobiltà a una professione nella quale per definizione non devi saper fare niente. (Cercatevi su youtube il balletto di Gioca Jouer con Cecchetto 20 anni fa - non il Lago dei cigni con Nureyev - e ditemi come sapevano ballare quelle ragazze lì rispetto alle nostre idolette attuali).
Non mi venite a dire che Belen è una donna forte che esercita il proprio potere e fa le sue scelte, per cortesia. Preferisco la D'Addario allora.
In questo, se vogliamo, mi è piaciuto moltissimo come Silvia Avallone in Acciaio descrive il reclutamento della quattordicenne per il gilda e la prostituzione. È terrificante pensare quante ragazzine ci sono in giro senza certezze, senza autostima, e preda di qualsiasi squalo che - quelli si - sono bravi a fare la bella vita fruttandole.
È terrificante pensare come il tessuto di sostegno sociale stia fallendo in questo momento, come i genitori, la scuola, gli esempi, le pressioni esterne stiano modellando una cultura del de-merito. Come dice giustamente Roberta, questa serena convinzione per cui non serve sbattersi, non serve essere onesti, non serve rispettare le leggi. Basta vendersi, e non mi riferisco solo al sesso, per avere successo nella vita.
Qui, altro che normalizzazione della prostituzione, qui siamo finiti nella prostituzione della normalità, non sappiamo come sia successo e ci stiamo pure chiedendo se ne verremo mai fuori.
A questo punto il condannare le escort che amano la bella vita facile scusate, ma mi sembra sparare sulla croce rossa.
Senza fare moralismi inutili, io trovo che chiunque, uomo o donna, abbia il diritto di prostituirsi se lo desidera, se i vantaggi gli sembra che superino gli svantaggi. Il corpo è mio e lo gestisco io in questo caso mi sta benissimo.
Poi che la maggior parte delle prostitute che ci sono in giro non ha scelto liberamente è un fatto. Che a me è tutto l'indotto intorno alla prostituzione che dà fastidio e basterebbe leggersi Giorgio Scerbanenco, per esempio in Milano calibro 9, e che dati i tempi non si poneva troppo il dubbio di creare personaggi politicamente corretti, semmai iperrealisti, per capire che sulla prostituzione girano tanti e tali interessi che l'idea di fare la libera professione in modo indipendente è un mito.
In Olanda ci hanno provato a normalizzarla, la situazione lavorativa, ma da una quindicina d'anni la situazione è desolatamente dominata dall'illegalità, come conferma purtroppo anche il sito di De Rode Draad (il filo rosso), un'associazione fondata da (ex) professionisti del sesso nel 1985 per difendere i diritti della categoria.
Vi ho linkato il sito in inglese se siete interessati, ci sono anche altre lingue, soprattutto quelle di paesi da cui provengono le prostitute illegali e sfruttate. Non l'italiano (per fortuna, o non ancora?)
A questo proposito ho un nanetto dell'amico X, che lavorava in finanza tanti anni fa, viveva in centro e nel tempo libero frequentava (diceva di) il miglior bordello di Amsterdam, lo Yab Yum. E su questo suo hobby, chiamiamolo così, io mi sono fatta i peggiori patemi sul suo conto. Perché X è davvero una personcina deliziosa, educata, discreta, spiritosa, un autentico gentiluomo per quei pochi che frequento. Uno che fa il baciamano alle signore, ma non per darsi delle arie, proprio perché l'hanno tirato su così.
E il mio patema era: ma come, è tanto un caro ragazzo, gli sono affezionata nonostante faccia cose che io considero moralmente riprovevoli? Perché è così che considero chi paga per avere sesso.
E da quel poco che sono riuscita ad estorcergli (perché poi a me interessava, come no, per una volta che conosco uno che ammette serenamente di andare per bordelli, quando mi ricapita), mi dà l'idea di essere quel tipo di cliente meno apprezzato di quello che le sue intenzioni vorrebbero, quello che si sforza davvero di piacere e di dar piacere alla sua partner di letto, anche quando la paga.
Che se poco poco vi siete mai letti qualche memoria di prostitute (consiglio Le ragazze di madame Claude) saprete che una ragazza che lavora mica ha tempo da perdere con uno così. E però, il marketing è marketing e il customer service in certi settori è ancora una cosa seria, e allora un cliente assiduo, solvibile e che non crea rogne, che fai, ogni tanto il secondo giro gratis glielo fai fare, anche se lui lo crede una manifestazione di gradimento per lo sforzo.
Perché è comunque vero che molta gente le donne le paga per semplificarsi la vita o che altro ne so di motivo, ma preferisce fingere che si tratti di un rapporto alla pari. Tanto non lo è ed è meglio che ci mettiamo tutti l'animo in pace su questo.
Comunque X ha anche avuto i suoi tempi d'oro in cui per tutte le buone qualità che gli ho sempre riconosciuto le donne che gli strappavano spontaneamente le mutande le ha pure avute, solo ad Amsterdam per qualche motivo alle olandesi non dava affidamento. Poi si è sposato ed è diventato un noioso padre di famiglia come tutti, forse rispetto ad altri a donne non ci va più perché adora la moglie e se la fa bastare.
Ecco da chi ho quindi il seguente aneddoto, vi prego di tener conto del contesto. X abita in centro, va al lavoro in bicicletta con i suoi doppiopetti di sartoria e la sua valigetta da bancario e di fianco a casa sua c'è una vetrina occupata spesso da una ragazza, che lui saluta sempre con un cenno della mano se rientrando a casa la vede dietro la finestra. Che i vicini si salutano anche se non hai intenzione di frequentarli. Hai visto mai che ti finisca lo zucchero in un momento cruciale? E poi X è un ragazzo educato, l'ho già detto. E la vicina saluta di rimando.
Finché un giorno lei esce un attimo dalla porta, lo ferma e gli fa:
"Ma tu per caso lavori in finanza?" che le divise da lavoro, specie in un posto come Amsterdam, si riconoscono.
"Si, perché?"
"No, perché studio economia e commercio e per questo esame mi sono incartata sui future, mi chiedevo se me li puoi spiegare?"
"Non c'è problema, dimmi quando e dove, da me o da te?"
"Meglio da me, il mio ragazzo si secca se vado da sola a casa di un uomo".
Lì, giurava l'amico X, lui si è detto: questa non l'ho capita. Però paese che vai usanze che trovi. Poi si sono fatti questo caffé, lui le ha spiegato i future, lei ha raccontato di essersi comprata due case con questo mestiere e appena arrivava alla terza smetteva, tanto poi voleva laurearsi.
Ora, io manco ci provo a spiegarmi le motivazioni di questa ragazza. Vanno bene per lei, vanno bene per il suo ragazzo, che non mi sembra stia lì a sfruttarla, ma è sanamente geloso di altri uomini che le possano piacere fuori dal lavoro ed evidentemente sia come coppia che come singola lei sa farsi le sue distinzioni tra frequentazioni di lavoro e quelle private, che siano con il vicino o meno. Dico solo come possono stare le cose. Fin qui il lato normalizzazione.
Ma che la prostituzione resti uno di quei mestieri un po' al margine se ne sono anche accorti in Olanda quando anni fa hanno dato un giro di vite a tutta la normativa sui sussidi di disoccupazione. Lí ci è stata tutta una discussione su questo.
Perché delle due l'una, o fingi che prostituirsi sia equiparabile allo stare dietro la cassa del supermercato, o ti tieni alla larga dall'idea che chi riceve un sussidio e deve essere obbligato anche ad accettare lavori diversi dalle proprie qualifiche se vuole mantenere certi diritti, non possa essere costretto ad accettare un lavoro nel settore, perché è una scelta un po' diversa.
Voglio dire che se sono una ballerina disoccupata mi può star bene essere costretta a insegnare danza ai bambini, ma devo poter rifiutare di andare a fare lap dance in mutande in un bar del quartiere a luci rosse. E che questa non è più una questione di soldi. È una questione che investe altre motivazioni che vi salto a piè pari.
Proprio ieri leggevo dell'inchiesta in Veneto per cui ex-operaie disoccupate, causa crisi si prostituiscono raccontando ai figli o in casa che fanno la badante o la barista. Io trovo atroce che si debba arrivare a questo punto, che nel nostro paese gli ammortizzatori sociali non esistano proprio, proprio noi che non abbiamo fatto un amato tubo per intervenire nella crisi, ma ci dicono che la crisi è una cosa percepita, di non preoccuparci, di spendere e spandere.
E il commento di un lettore che dice: troppo facile prostituirsi, lavare i pavimenti negli ospedali non va bene lo stesso? Ma dove viviamo? Trovalo tu a 45 anni un lavoro del genere, vai tu a fare la badante di notte. A un certo punto uno si fa i suoi conti e anche un bambino capisce che con lavoretti del genere non ci paghi un mutuo e non ci mantieni dei figli. Che l'umiliazione a cui ti sottopongono per trovare e fare dei lavori del genere non è inferiore a quella di andare con uno che non conosci e non devi frequentare e allora scegli quello che paga di meno?
Guardate che per le pulizie gli italiani preferiscono gli stranieri o gli sconosciuti, perché secondo loro una del posto va a raccontare i fatti suoi al panettiere.
(Il che potrebbe aprire un altro discorso. ovvero, perché gli emigranti lo fanno? ma questo è argomento di un prossimo post, quindi ci torno).
Ma si diceva della prostituzione. Io trovo in parte riduttivo giudicare la gente che sceglie per questo in base al telefonino, il macchinone ecc. È vero che in questo momento il messaggio che circola tra le ragazze e aspiranti veline in genere è: studiare non serve a niente, fai il calendario, sposati il calciatore che così sei sistemata.
Ma è proprio questo il punto pericoloso: una sana attività di prostituzione in proprio - ammesso che sia possibile e che non ti vengano subito a far visita i protettori - con un obiettivo specifico (come la studentessa di cui sopra) e per un periodo limitato mi sembra il minore dei mali per una ragazza.
Il velinismo invece è pericolosissimo perché ti rende ricattabile, perché non hai autonomia, perché dipendi davvero dai Lele Mora e giù nella gerarchia di ometti sporchi. Perché dà nobiltà a una professione nella quale per definizione non devi saper fare niente. (Cercatevi su youtube il balletto di Gioca Jouer con Cecchetto 20 anni fa - non il Lago dei cigni con Nureyev - e ditemi come sapevano ballare quelle ragazze lì rispetto alle nostre idolette attuali).
Non mi venite a dire che Belen è una donna forte che esercita il proprio potere e fa le sue scelte, per cortesia. Preferisco la D'Addario allora.
In questo, se vogliamo, mi è piaciuto moltissimo come Silvia Avallone in Acciaio descrive il reclutamento della quattordicenne per il gilda e la prostituzione. È terrificante pensare quante ragazzine ci sono in giro senza certezze, senza autostima, e preda di qualsiasi squalo che - quelli si - sono bravi a fare la bella vita fruttandole.
È terrificante pensare come il tessuto di sostegno sociale stia fallendo in questo momento, come i genitori, la scuola, gli esempi, le pressioni esterne stiano modellando una cultura del de-merito. Come dice giustamente Roberta, questa serena convinzione per cui non serve sbattersi, non serve essere onesti, non serve rispettare le leggi. Basta vendersi, e non mi riferisco solo al sesso, per avere successo nella vita.
Qui, altro che normalizzazione della prostituzione, qui siamo finiti nella prostituzione della normalità, non sappiamo come sia successo e ci stiamo pure chiedendo se ne verremo mai fuori.
A questo punto il condannare le escort che amano la bella vita facile scusate, ma mi sembra sparare sulla croce rossa.
mercoledì 19 maggio 2010
Io non ci sto

Una poesia di Giorgia Vezzoli per questa bella iniziativa di Donne pensanti (pippone mio personalissimo segue in calce):
IO NON CI STO
Io non ci sto
alla dittatura televisiva dell’avvenenza,
che mi fa esistere solo se bella o appetibile,
barattando il mio pensiero in nome di una magra
visibilità.
Io non ci sto
ad essere solo corpo.
Da guardare,
da toccare,
da giudicare,
da mercificare.
Io non ci sto
poiché conosco
cosa genera l’offerta della mia carne
sugli sguardi inconsapevoli.
Io non ci sto
e pretendo rispetto
e che si dia spazio a tutte le mie
diversità.
La mia rivoluzione comincia con il rifiuto
dell’immaginario imposto
per mutare nel respiro di una nuova dignità.
Ora, lo so che combattere ferocemente ogni scivolone con un mail bombing rischia di disperdere energie che si utilizzerebbero in modo più efficiente altrove (ma quale altrove).
Lo so che è una questione di immaginario femminile, che esiste da ben prima della televisione, ma che la televisione ha contribuito a veicolare ed esasperare in questi ultimi anni.
Lo so che è inutile fare l'anima bella e mandare avanti una battaglia silenziosa e individuale quando la merda ti circonda a tutti i livelli.
E lo so che una percentuale costante della popolazione non ci arriva né ci arriverà mai e che la democrazia di base ammette la possibilità che ci arrivi a governare gente proveniente da quella percentuale lì, che il dispotismo illuminato è una bella cosa ma all'atto dei fatti non più infrangibile del resto.
MA:
cominciate a spegnere quella cavolo di televisione. Cioè, stiamo lì a fare le blog-action e i mail bombing allora vuol dire che accesso a internet ce l'abbiamo. che altre vie di comunicazione ci sono aperte. Che non è vero che alla fermata dell'autobus non sappiamo di che chiacchierare, volendo.
Cominciate a spegnere quella TV e cominciate a procurarvi documentari, cartoni, dvd che vi piacciono e il sabato mattina impegnateli con quelli i bambini, mentre voi avete bisogno di quell'oretta tranquilla per ingranare.
Cominciate ad esercitare il vostro diritto di consumatori, che le battaglie ideali i grandi conglomerati forse non ci arrivano o fingono, ma il bilancio di fine trimestre vedi come lo capiscono.
Cominciate a dire esplicitamente che la tale pubblicità mi offende o mi fa schifo e col cavolo che compro i tuoi prodotti, comunicatore del piffero. Che ci metterai 15 anni a rifarti una verginità di immagine, anche se li passi tutti a 15 ad acarezzare i cincillà in pericolo di estinzione.
Cioè, cominciamo. Nel mio piccolo un po' ho cominciato 15 anni fa lasciandomi ale spalle una TV che non ho più ricomprato (e litigando per 3 anni con chi automaticamente mi faceva pagare il canone per spiegargli che si, esiste anche gente che a un certo punto smette di guardare la TV). Restituite il decoder.
Non dico che sia sempre possibile, non dico che si possa essere sempre coerenti, non dico i valori dell'autarchia, non dico che siamo zen, ma cominciamo. Un grande viaggio comincia dal primo passo, se proprio ve lo devo dire con la citazione citabile appropriata.
E come primo passo suggerisco di lasciar stare quella confezione di merendine o quel toccone di ciocccolato ed investire i soldi risparmiati in un prodotto culturale.
Andate a vedervi Draquila. Compratevi un libro. Andate a teatro. Prendete un paio di guanti e un saccone della monnezza e ripulite dalla plastica un metro quadro dei vostri giardinetti preferiti, che ci vogliono 3 minuti.
Consiglio per gli acquisti della settimana: Demo di democrazia, teatro filosofico con dibattito (il testo comincia in olandese e prosegue in italiano, non cominciate subito a scoraggiarvi, nessuno ha mai detto che fosse tutta discesa). Amsterdam, domenica 23 maggio
Scusate (ma tanto non vi ha costretto nessuno con la pistola puntata alla tempia a legger fin qui) ma devo andare a stirare e mi sa che mi ci guardo Johan Padan e la conquista delle Americhe che ieri mi sono presa con l'Espresso. Che anche quella testata lì ho iniziato a boicottarla per iscritto una ventina d'anni fa per una foto ammiccante in copertina ad illustrare un articolo sullo stupro, ma Fo ha questo potere taumaturgico persino con l'Espresso.
L'ho sempre detto di essere incoerente.
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