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domenica 3 aprile 2011

A rota

Nell' ultima settimana sono stata malissimo: mal di testa continuo, dolori ai muscoli, dolori alle ossa, inappetenza. Però al contempo ero orgogliosissima di aver avviato la tremenda dieta del capo, al punto che anche la megascatola di biscottini sfiziosi che mi hanno regalato, e che in tempi normali avrei lumato o assaggiato, anche senza fame, per la voglia, adesso la guardo tutta zen e manco mi va.

Ho tagliato pasta, pane, carboidrati in genere e lo zucchero. E nemmeno mi mancano, direi. Al massimp assaggio un fusillo dei bambini per vedere se è cotto, poi lo sputo (si, come i sommelier). Come faccio non lo so manco io. Saranno questi sintomi di influenza, mi sa.

Per tagliare lo zucchero ho tagliato tout court il caffè del mattino, che ultimamente con la scusa che abbiamo solo la moka da 6 ne stavamo bevendo un po' troppo io e il capo.

Ecco. Ho. Tagliato. Il. Caffè.

Altro che influenza, qui sono semplicemente a rota.

E tutti i litri di tisane che mi faccio. Martedì mattina mi lamentavo del mal di testa, che stavo male, del smettetela di cazzeggiare, vestitevi, mangiate e andate senza farmi stancare che sto male.

"Mamma, se stai male fatti una camomilla" idea geniale di Ennio.

Me ne sono fatta una. Poi un' altra. Poi ho finito quel po' di sacchetti, Poi ho attaccato le altre tisane.

Se dimagrisco sarà solo per il potere lavante delle tisane mi sa. Buttalo via.

martedì 26 ottobre 2010

Giochetti sessuali

"Orso, ma come mai ti interessa il sesso?"
"Orso, se tu vuoi sapere qualcosa basta che ce lo chiedi, che problema c'è, noi ti diciamo tutto. Ma il sesso non è per bambini è per le persone grandi e io non voglio che magari vedi cose che ti possono dar fastidio".
"O magari che ti mettono paura, io lo so che non te lo devo dire così, ma molte cose non sono per bambini e voi siete piccoli".
"E poi chi ti ha detto come si scrive?"

Siamo ancora abbastanza seri tutti quanti quando lui risponde.
"Mentre stavamo facendo i giochini al computer si è aperto da solo e poi un paio di volte ci siamo andati anche con Ennio".

Ennio fa un debole tentativo, non di negare, e manco di protestare, ma reagisce alla chiamata a correo.

"Va bene, facciamo che da soli al computer per ora non ci giocate più e la sera ci giocate qui in cucina, mentre io preparo la cena".
"Ma non possiamo solo una volta?"
"Denti, pigiama e a letto, che vi vengo a far vedere un video. E mettete a posto i giochi per terra".

Da quando i bambini sono a piede libero dietro il computer (ovvero da quando Ennio ha imparato a digitarsi da solo il nome del sito dei giochetti, 4 anni or sono) io e il capo parliamo di filtri, password, controlli vari. poi, chevvelodicoaffà, non se ne fa nulla per mancanza di tempo, altre cose che incalzano, la vita è dura ecc.

Questa la premessa.

Stasera cena alla disperata, i bambini hanno già mangiato una pizza surgelata passata in forno, voluta da Ennio che per una volta è andato al supermercato a comprarsela. Poi ovetto strapazzato per Ennio e occhio di bue semistrapazzato per Orso che si è voluto spaccare da solo le uova, ma poi, invece di fare le bizze quando gli ho presentato una padellona con uno strato sottile di uovo giallino sparso tutto crateri e macchie ha fatto:
"Ma è bellissimo, sembra la luna" e se diovuole se l'è mangiato, previo condimento di sugo e pesto scucchiaiato sopra.

Io volevo filarmela per quei 3/4 d'ora che avevo la macchina ed era ancora aperto il faidte, in uno di quei raptus che a volte mi prendono e domani ho deciso che afferro il trapano e sistemo io tutta una serie di cose.

Poi ho fatto il giro dell'isolato, mi sono detta ma chi me lo fa fare che ce ne sono di cose da fare e attrezzi e materiali preposti in casa e male che vada (o megio, bene) scappo dal ferramenta in bici a fsre la parte della femmina imbranata con questi omaccioni prodighi di consigli e suggerimenti che le viti me le vendono a numero quelle che mi servono che poi ci torno perché me ne mancano due, e se si scocciano me le regalano pure, non il gigante del faidate che avrà di tutto, ma un cane che ti sappia dare un consiglio sensato cercacelo.

E rientro a tirar fuori dal forno la lasagna fatta con i resti della lasagna conviviale di dmenica più le verdure buonissime e sanissime che ho comprato e cotto, ma chi se le mangia, però nella lasagna domenica ci erano piaciute e allora vai, una roba sana ed oculata e pure buona (ci abbiamo poi spalmato anche noi il resto di pesto sopra, lo dico per quei filologi della ricetta).

E mentre sto lì a spadellare lasagne per me e il capo e tento di rispondere alle infinite domande di Ennio, e il capo povero sta a fare un paio di pagamenti prima che la gente smetta di lavorare per me, Orso comincia a ticchettare sul laptop che sta lì ad aspettarmi per il dopocena.

E poi gira il tavolo, va dal fratello, vieni, guarda gli fa, passa sotto il tavolo per riemrgere dal lato del computer, io butto un occhio distratto con la lasagna a mezz'aria e strabuzzo.

Ha ticchettato e quindi aperto un sito di giochini sessuali strapieno di gnocche nude di quelle che se ci clicchi sopra. Io a mano aperta a coprirlo mentre cerco di posare la lasagna e cliccare con l'altra.

Segue discorsetto serio. Per mezzo secondo ho avuto l'impressione che al capo fosse venuto da ridere sotto i baffi quando gliel'ho detto, ma è stato un attimo.

Non so, cioè si, lo so, mi sembrano veramente troppo piccoli per capitare anche per sbaglio tra le gnocche che si infilano robe negli orifizi, è la visualità e la crudezza delle immagini che mi spaventa per loro, non il fatto di parlare di sesso.

Che poi, ma magari mi illudo, sono anche di quei bambini che finora non li ho mai beccati a giocare al dottore o robe simili, secondo me tutto quello che s di sesso gli viene da ridere come una di quelle cose ridicole che fanno i grandi. capisco la curiosità, ma piuttosto li stronco leggendogli Tropico del cancro o magari del capricorno.

Che mi ricordo solo che era una roba talmente noiosa che con la mia amica Lori ci siamo divise le pagine segnando solo quelle dove succedev qualcosa di pruriginoso, poi anche lì, nonostante la curiosità, e le orecchie rosse, tutte ste robe ci sembrabano altamente improbabili e dove starebbe il divertimento, ci chiedevamo? E avevamo almeno 14 anni a testa.

Bei tempi quando non c'era Internet e le uniche cose porno in cui inciampavi per sbaglio erano i frammenti di riviste e fumetti che i ragazzi grandi lasciavano in inverno nelle cabine vuote in spiaggia. Che in fondo, per un genitore, sono molto meno controllabili del computer di casa.

mercoledì 30 giugno 2010

Introspezione e decisioni

Oggi finamente siamo andati con il maschio alfa a parlare con la direttrice della Montessori per concludere tutta la questione cambiamento scuola. E la prima cosa che ci ha detto è stata: fossi in voi aspetterei ancora un anno.

Mi è letteralmente caduto un peso dalle spalle. Avremo un anno per vedere come va la dependance, un anno per i bambini per scendere bene a patti con l'idea, perché è vero che ieri a tavola al giro di raccontarci la cosa più bella e la cosa più brutta Ennio ha detto che la cosa più bella era stata la visita alla nuova scuola, ma immagino che anche per loro è stato tutto troppo inaspettato, troppo veloce, troppo tegola che ti cade in testa. Un anno anche noi per vedere cosa succede.

Ieri hanno guardato i bambini, soprattutto li hanno visti reagire insieme, hanno telefonato alla scuola d'origine per controllare se quello che avevano notato loro corrispondeva ed insieme sono giunti alla conclusione di consigliarci così.

"I bambini separatamente sono molto vivaci, ma il punto non è questo. Il punto è che secondo noi non gli fa bene fare un anno nella stessa classe, e una classe separata gliela possiamo offrire solo dal prossimo anno. Sono molto focalizzati l'uno sull'altro, e alla fine succede che uno diventa quello dominante che a casa racconta la sua versione dei fatti e quella versione diventa definitiva. L'altro, indipendentemente se sia il piccolo o il grande, non ha più una storia sua".

Che dire, io mi ritengo fortunatissima ad avere avuto tutte queste attenzioni da parte di entrambe le scuole. Data una situazione di partenza, tutti si sono davvero messi ad esaminare il singolo bambino e vedere cosa è meglio per lui.

Nel frattempo ieri pomeriggio mi sono anche vista con la mia psicologa preferita. Con Anna Calogero, che conosco da 15 anni, visto che noi italiani di Olanda prima o poi ci incrociamo tutti, ho deciso di avviare un percorso che mi aiutasse ad uscire da tutte le sfighe dello scorso anno (elaborazione del lutto, mi pare si chiami:-0), ma nel frattempo è diventato un corso di resistenza alla vita. Io sono molto timida e ci vuole poco per azzittirmi, avvilirmi, vergognarmi ecc. e tutto questo oltre a impicciarmi, mi imedisce di stabilire i miei limiti, sia per me stessa che nei confronti degli altri.

Raccontandole di tutto il processo decisionale degli ultimi giorni, mi sono resa effettivamente conto che sto iniziando a reagire diversamente a certe situazioni. Soprattutto nelle discussioni con il capo (ma mi succede un po' con tutti) ci sono delle situazioni abbastanza riconoscibili in cui io non riesco a relativizzare o ascoltare l'altro, ma mi chiudo a riccio, mi sento attaccata, smetto di ascoltare in modo costruttivo.

Stavolta sono riuscita a non farlo, dirò di più, invece di nasconderle ho manifestato le mie insicurezze e questo ha permesso al mio interlocutore di prenderle sul serio. Di trovare insieme una soluzione.

Sul momento magari ho annotato che stava succedendo, ho notato che stavo reagendo diversamente, ma poi in fondo sono andata avanti con la cosa in questione. A posteriori davvero posso dire che in 6 sessioni ho imparato un paio di trucchi che mi aiutano ad aiutarmi. A me sembra fantastico, perché non l'ho fatto prima? Ma molto prima? Ma molto, molto prima? Quanti anni ed energie sprecati, ma vabbé, questo è. Già mi sento fortunata per averlo fatto.

Non sono costretta da me stessa ad essere Wonderwoman. Posso essere una sfigata qualsiasi e già mi va molto bene. E quindi posso ammettere serenamente che anche se sono adesso ancora più convinta che la Montessori possa essere un'ottima scuola con un ottimo metodo per i miei figli (specialmente per quanto riguarda la matematica, che è la loro gioia), tutta questa fretta di decidere con le relative conseguenze di fondo non mi convinceva.

Ognuno ha i suoi tempi e a casa nostra quelli decisionali sono molto lunghi. Questo perché dobbiamo mettere insieme due metodi, quello ellittico mio e quello logico-ordinato del maschio, che in fondo si integrano ala perfezione permettendoci di mettere insieme sia la pancia che la testa. Solo che come tutte le cose che tendono alla perfezione, ci vuole il suo tempo per arrivarci.

Quello che, in modo più ampio, sto cominciando a vedere è che delle volte non sono solo io con i miei riflessi condizionati che tendo a sentirmi attaccata dall'altro. Un paio dei miei interlocutori preferiti hanno anche i loro: uno tende a sentirsi manipolato, l'altra a sentirsi contestata gratis. Scoprire come funzionano questi meccanismi sta permettendo anche a me di ascoltarli meglio ed accoglierli meglio, visto che sono persone a cui tengo.

Ma una delle mie questioni da risolvere era quella dei confini: sto diventando più brava. mi rendo conto adesso che non ho bisogno di tutto e di tutti, che con alcune persone a cui voglio molto bene ma di cui non condivido il modo di crearsi problemi (che poi devono discutere a tutti i costi con me inchiodandomi delle ore) devo semplicemente ridefinire le aspettative e le attività da fare insieme.

Devo chiarire meglio che se una cosa è importante per loro non necessariamente lo è per me, che li ascolto volentieri ma meglio essere consapevoli di questo fin dall'inizio e non aspettarsi da me quello che non posso dare. E che sta a me capire subito dove andiamo a parare e dire fino a che punto posso arrivare io.

Qui si sta prospettando un'estate interessante, decisamente.

domenica 4 aprile 2010

Pasqua in Olanda (2)

"Mamma, ma quando vai dal parrucchiere?"

In una pausa della cena di Pasqua io e Orso ci stiamo coccolando sul divano. lui a cavallo della mia pancia e fresco di barbiere come il padre e il fratello, si tira un po' indietro per guardarmi meglio.

"Secondo te ci devo andare?"
"Si perché questi capelli ricci non mi piacciono. A me piacciono lunghi e dritti".
"Va bene. Ma quelli di papà con i ricci ti piacciono?"
Si. Ma a te mi piacciono dritti".

Pausa.

"Però mi sei simpatica lo stesso, sai?"

domenica 8 novembre 2009

Tutto gratis, ovvero la riprova del mio cattivo gusto musicale


C'è a chi je piace o blues, ma a me oltre al blues piace un sacco anche il gospel, però quello d'annata, non le puttanate alla sister act. Il capo, poveretto, Beethoveniano, underground e metallaro ha sempre praticato la comunione dei beni musicali, tranne che tutti i miei CD di gospel li ha sempre tenuti in quarantena su uno scaffaletto a parte, che si vergogna si pensi sono suoi. E vabbé, sono gusti.

Io devo dire che provo anche a cantarlo e nei miei primi anni ad Amsterdam avevo anche il solista africano di non so più quale chiesa nera nel Bijlmer che lo chiamavano in tournee con il suo trombettista anche in Germania, e costui mi chiamava sister che sono soddisfazioni.

Poi che dire, la maternità, gli ormoni, la vita vissuta e una mi decade nel sentimentalismo più becero, specialmente quando si ascolta No charge, che ho pedestramente tradotto con tutto gratis e per i filologi tra voi ho messo sotto il testo, che però riassumo per Emily che ha il trauma dell'inglese ed attualmente anche quello del figlio. Ecco, quando io ascolto questo pezzo, che peraltro non è neanche che lo possiamo includere tra i gioielli del gospel (datemi allora How I got over cantata da Mahalia Jackson oppure Oh when the saints di Brother Satchmo ovvero Luigino), ecco, a me viene da piangere. Potrebbe essere la menopausa incipiente, non dico di no.

E penso che come compito per casa ai figli bischeri delle volte gli si potrebbe pure far tradurre questo. Poi se troviamo una band trash o hip-hop che ne fa una versione musicalmente più gradita alle giovani leve, ecco, io sto aspettando. (Che il periodo che facevo dei workshop di gospel al coro chiesastico dell'amica Silvia - gesù, pure questo ho fatto, e loro sicuramente cantavano meglio di me -, gli ho fatto ascoltare tutta una serie di versioni di Amazing grace tra cui appunto una metal-trash con tutte le chitarre elettriche impazzite che a mio avviso era bellissima).

Insomma, in breve, questa madre che sta a farsi il culo e mentre cucina (mentre cucina, notare il tempismo, una cucina pensando a spicciarsi, che poi almeno forse riesce a mettere a letto i figli un po' in orario e non dico sedersi finalmente sul divano con i piedi alzati o fare la pipì con calma, ma almeno sta tranquilla a lavarsi i piatti e passare lo straccio, ecco perché io non sparecchio mai se non prima di mangiare, tanto cui prodest?) arriva il figlio con il conto dei servizietti fatti, falciare il prato, prendere una buona pagella, giocare con il fratellino mentre lei va a fare la spesa.

E mentre lei guarda le vengono in mente tante cose che potrebbero venire in mente anche a me e a chiunque, sia pure obnubilata dall'amore materno (e come dice lei con il suo accentino del sud a thousand of mempories came to MAH mind, onestamente, quella sciacquetta di Tammy Wynette se lo sogna, oh, l'ho detto che ho cattivo gusto). E queste cose gliele canta:

"I nove mesi che ti ho portato, le notti insonni a curarti e pregare, tutto quello che sai e i giocattoli e le spese e soprattutto le spese del college che è ben per quello che una si fa il culo, far studiare 'sti stronzi di figli, per averti soffiato il naso ecc. ecc." ed è inutile che stia qui a farvi la traduzione letterale, metteteci voi quello che vi viene in mente personalmente,

TUTTO GRATIS, figlio mio. Il mio amore è gratis.

E alla fine lo stronzetto capisce l'antifona e sul suo consuntivo ci scrive Interamente corrisposto (rimessa diretta, ci metterei io) e il conto è chiuso.

Pura, semplice partita doppia e sensi di colpa, così si tirano su i figli. Che se sanno fare l'addizione dei sodli che gli dobbiamo fanno altrettanto bene quella di ciò che devono a noi, a farceli ragionare sopra. Stronchiamoli di sensi di colpa costruttivi, non la lagna, ma proprio metterli di fronte alle proprie responsabilità. Poi che debbano andare da adulti 20 anni dallo strizzacervelli per i sensi di colpa che gli ha inculcato la madre, beh, saranno tanto fatti loro, sono grandi nel frattempo.

Eccolo qui il testo di No charge (poi vabbé, è gospel, tutta la parte su gesù cristo nel mio CD non c'è e francamente va bene così).

My sister's little boy came
Into the kitchen one evening
While she was fixing supper

And he handed her a piece
Of paper he'd been writing on
And after wiping her hands on an apron
She took it in her hands and
She read it and this is what it said

For mowing the yard, five dollars
And for making up my own
Bed this week, one dollar
For going to the store, fifty cents
And playing with little brother while
You went shopping, twenty-five cents

For taking out the trash, one dollar
And for getting a good report card
Five dollars, and for raking
The yard, two dollars
Total owed, fourteen seventy-five

Well, she looked at him
Standing there and expecting
And a thousand memories
Flashed through her mind

So she picked up the pen
And turned the paper over
And this is what she wrote

For the nine months I carried you
Growing inside me, no charge
For the nights I sat up with you
Doctored you, prayed for you
No charge

For the time and the tears and
The cost through the years
There is no charge
When you add it all up
The cost of my love is no charge

For the nights filled with dread
And the worries ahead, no charge
For advice and the knowledge
And the cost of your college
No charge

For the toys, food and clothes
And for wiping your nose
There's no charge, son
When you add it all up
The full cost of my love
Is no charge

lunedì 14 settembre 2009

Quando portavo la coppa D


Avvertenza: questo è un libello scritto per l'amica D, quindi non cominciate a fraintendere e chiedermi le foto in topless, che non ce l'ho. Però l'indirizzo dei miei (e di D.) spacciatori preferiti di reggiseni ad Amsterdam ve li spedisco volentieri. Per ora vi lascio con due foto della mia stilista preferita di biancheria, Marlies Dekkers.

Introduzione

 Quando portavo la coppa D pesavo 15 chili di meno
 Quando portavo la coppa D ero una bonazza. Ora sono una bonazza al quadrato
 Quando portavo la coppa D le tette ed io arrivavamo insieme. Ora mi si vede 5 minuti dopo
 Quando portavo la coppa D non immaginavo neanche che esistessero i reggiseno riduttori
 Quando portavo la coppa D mettevo i reggiseno a balconcino. Per esagerare
 Quando portavo la coppa D non me la menavo tanto
 Quando portavo la coppa D ero single
 Quando portavo la coppa D non spendevo in reggiseno l’equivalente dell’1% del PIL di un piccolo stato povero
 Quando portavo la coppa D, non avevo i solchi sulle spalle che ho ora
 Quando portavo la coppa D, talvolta, potevo permettermi un’uscita senza reggiseno
 Quando portavo la coppa D…

Coppe A: potete pure schiattare


Fenomenologia del reggiseno

Il reggiseno, come il femminismo (che ai bei tempi li bruciava) è un’invenzione moderna. Per la femmina d’oggi, il primo reggiseno è un rito di passaggio. Rito per rito, sempre meglio dell’infibulazione. Ma la vera maturità si riconosce dal momento in cui una donna impara a comprare un reggiseno che le stia alla perfezione. Alcune non ci arrivano mai. Ma come diceva sempre mio padre:
“Chi prima, chi dopo, chi un po’ alla volta” (ma non si riferiva al reggiseno).

Sembra niente, ma se si fa caso ai materiali che ne costituiscono il contenuto, si capisce perché il reggiseno sia un’opera di alta ingegneria meccanica. Stiamo parlando di un sacchetto in materiale elastico e molto fragile, riempito di un quantitativo variabile di tessuti lipidici e acqua. Più si sottopone il sacchetto a stress, tensioni, manipolazioni o la semplice forza di gravità, più questo si allenta e comincia a penzolare da tutte le parti. È così grave? E chi lo sa. Come l’inferno, è tutta questione di fede. Chi ci crede ci finisce, chi è ateo no.

La forma del contenuto dipende in fondo tutta dalla gravità, si modifica, si sposta, aumenta, diminuisce insieme al peso corporeo complessivo. Se cresce troppo in fretta si riempie di smagliature che non vanno più via. Se diminuisce di peso, si riempie di grinze. Un po’ come quei collant che vengono lavati a temperature troppo alte e poi tirano al cavallo e fanno le pieghe alle caviglie. Non so se avete presente. Per capire bisogna avere dimestichezza intima e quotidiana con collant e reggiseno in azione, non tutti ce l’hanno.

Insomma, se il reggiseno stringe troppo, il contenuto si schiaccia, assume forme innaturali, rischia di sparire alla vista. Se non tira su abbastanza, allora è inutile spenderci una lira, non serve. Un quesito apparentemente irrisolvibile, po’ come il sesso degli angeli.

Un buon reggiseno si riconosce dalla sua discrezione, fa il proprio dovere senza che il seno in questione neanche entri in campo. Per esempio, io mi chiedo dove compri i reggiseno Condoleeza Rice. Sono perfetti, ti scordi persino che sotto quei tailleur c’è una femmina. E non ci credo che Condi abbia una coppa A o B, no, no, non è tipo.

Un ottimo reggiseno va un gradino più su. In questo caso non esistono dubbi che la portatrice sia una donna, nossignore: ma si notano le tette, non il reggiseno.

Un cattivo reggiseno si fa notare in absentia: una pensa immediatamente: “Ma perché questa donna non si mette un reggiseno, che starebbe tanto meglio?”

Quanto detto, vale indipendentemente dalla taglia: dalla coppa A alla FF i postulati suesposti sono sempre validi.

Poi ci sono i reggiseno che piacciono agli uomini: sempre di due taglie troppo piccoli, che strizzano le tette in fuori con pericolo che il capezzolo schizzi via. Ma a loro piace così, e a caval donato… Fateci caso, il buyer di tutti i costumi delle ballerine, veline e bellezze al bagno varie o è un uomo, o odia le donne, di solito entrambi, tipo Gianni Versace bonanima.

Insomma, il reggiseno ideale deve sorreggere, ma non strizzare, abbracciare ma non stringere, resistere a una mareggiata, ma non alle dita di un amante che tenta di slacciarlo. Il reparto Ricerca e Sviluppo della Playtex ha un budget maggiore del CNR, tanto per dire. Il dubbio socratico, amletico, nevrotico è: ma allora un buon/ottimo reggiseno deve per forza costare un patrimonio? Non necessariamente, ma aiuta.


Anatomia del reggiseno

Fondamentalmente esistono due famiglie base di reggiseno: quelli con il ferretto e quelli senza. Quelli senza sono più comodi, ma reggono di meno. Devono ovviare quindi con imbottiture, cuciture e scollo a lupetto. Diciamocelo chiaramente, un reggiseno scollato e senza ferretto, o ricade d’ufficio tra i cattivi reggiseno, o è una mosca bianca, o non va oltre la coppa A. Insomma, categoria “gabinetto delle rarità”.

Non a caso i reggiseno senza ferretto per eccellenza sono: o quelli sportivi o quelli da allattamento. Gli sportivi spalmano letteralmente il proprio contenuto tenendolo ben saldo e appiccicato al torso in modo che nessuna rotazione, circonduzione, salto e spaccata ne causino il benché minimo movimento. Per non correre rischi sono fatti di fasce elastiche imbottite, con scollatura ad Y sul dorso, che lascia le spalle libere. Le fighette che in palestra mostrano di avere un seno, non ne avranno per molto. Perché anche in questo campo prevenire è meglio che curare.

Quelli da allattamento sono molto accollati e sostenuti in basso, ma hanno il trucco dello sportellino. E poi diciamocelo, quando si allatta, con le montate lattee che schizzano da tutte le parti, i ritmi sonno-veglia sballati e gli ormoni che ballano, la cosa importante è non portare quelle magliette così strette che si vedono gli assorbenti del latte. Quella si che è una cosa orripilante, alla faccia di quelli che sostengono che la donna che allatta attizza. Attizzerà pure, ma è un concentrato di sindrome pre- e postmenstruale (strano, visto che giusto allora non si mestrua, sarà la legge del contrappasso) e di un gatto arrabbiato a cui tirano la coda. Meglio starle alla larga, non solo dalle tette, ma in generale. Insomma, è un problema che non si pone.

La naturale evoluzione del processo Post-Barbie sono invece i reggiseno da t-shirt. Praticamente con le coppe preformate realizzate nello stesso materiale con cui vengono rivestite le testate nucleari, perché dio ne liberi si veda la sagoma di un capezzolo, siamo rovinati. Il capezzolo ci ricorda che il sesso è un processo in cui entrano in gioco tessuti erettili, si suda e ci si scambiano fluidi corporei. Che schifo, meglio un po’ di sano sesso virtuale che almeno non ci si sporca. Praticamente il reggiseno di Lara Croft. Scomodi, sono di una qualche utilità solo a chi ha le tette piccole, che ci guadagnano con il mezzo cm. di spessore.

Conclusioni
Ma quanto sono più felice da quando non porto più la coppa D. Adesso porto la F. Voi no? Che peccato.

venerdì 14 agosto 2009

Lavori di casa

Io preferisco i lavori che si fanno subito e danno soddisfazione. Non la bastarda porta che da tre giorni mi crea solo sporco e disordine e non si vede mezzo cenno di progresso.

Oggi però ho verniciato il tavolo che finirà in giardino con la favolosa pittura ecologica a base di olio di lino. Rossa. Ma rossa rossa, che così quando quest'inverno guarderò il grigio che c'è fuori mi tiro su di morale. Stasera o domani la seconda mano e poi lo stencil (si, ho comprato uno stencil, che è vero che è meglio il minimalismo, ma un tavolo da giardino, ecchessarà mai).

Adesso mi godo il dopodoccia con le mani incorstate di vernice bordò del portone, tutte appiccicose e secce e schifide. Il che pone un problema di ordine igienico sanitario.

Madò, per la prima volta in vita mia ho nostalgia di un tampone con l'applicatore.

venerdì 26 giugno 2009

Fratelli adolescenti

A 12 anni mio fratello, biondo, bianco e roseo, decisamente cicciottello, ma non esattamente uno che alzava volentieri il culo, iniziò improvvisamente a praticare una cosa strana all'indietro, che non si capiva bene cos'era, ma devo dire, aveva una sua grazia. Sembrava ballasse.

Poi si comprò Thriller, di Michael Jackson, uno di quei cantanti che noi sorelle maggiori intellettual-snob nominavamo sempre con la puzza sotto il naso e allora persino io ho capito che quelo era il moonwalk. Per riconciliarci i gusti musicali abbiamo dovuto aspettare la stagione Ligabue.

Nel frattempo il cugin-quasi gemello odi-et-amo, 5 cm. più alto e 10 kg. più magro era diventato il mago della brekdance, e forse ci entrava anche quello nell'improvvisa passione per il moonwalk.

Poi Jackson non fu più il tipo buffo che ballava con quelle coreografie carine (che pure noi sorelle intellettuali dovevamo riconoscere che ballare, ballava bene) con la mania del nasino all'insù, ma una specie di freak con storie strane su bambini, sindrome di Peter Pan, affari sballati, processi.

Uno che se pensi che è venuto su in una famiglia di testimoni di Geova, costretti tutti i figli a fare i minidivi per le aspirazioni artistiche (e forse monetarie) del padre, quel padre di cui si diceva avesse abusato della sorella Janet, beh, che dire, a me quel ragazzo faceva sempre più pena. Anche se non mi potrete mai accusare di essere una sua fan.

Ma parlo oggi di Michael Jackson, perché in un epoca come questa di veline rifatte e di culto del corpo, anche artificiale, purché levigato e omologato, a me sembra che tutto sia cominciato con lui.

(Mio fratello non è più piccolo, e neanche biondo e roseo, ma lampadato, pieno di tatuaggi e piercing e per fortuna l'unica operazione che si è fatto è quella ai legamenti del ginocchio, non so se c'entra. Talvolta si fa fare anche la testa a treccine).

E spero che i miei figli, comunque e quantunque, si piacciano per come sono. Che più dell'apparecchio ai denti, se serve, non gli concedo. Le treccine, se proprio insistono, se le pagano da soli.

giovedì 14 maggio 2009

Smart Project

... Non è una nuova droga sintetica, ma un nuovo spazio culturale dietro l'Overtoom ad Amsterdam.

Situato nel vecchio padiglione di Patologia anatomica dell'ex- ospedale Wilhelmina Gasthuis, da parecchi anni rinnovatosi come atelier ed uffici, è un posto incredibile.

Ha una fantastica sala per cinema e performance, che ospita fissa una compagnia di danza, ma anche spettacoli e film. Una saletta da 40 posti per proiezioni in intimità, un atrio, sala-congressi, sale prova e uffici di organizzazioni culturali, una grande galleria d'arte e un caffé-ristorante bellissimo, con decorazioni colorate in colori freschi alle pareti, finestroni enormi e lampade dei vecchi laboratori.

Abbiamo bevuto al grande tavolo verde, sotto le vecchie lampade operatorie, e parlato con Chris, il ragazzo italiano che si occupa della programmazione dei film e che ha messo su anche un programma di cinema italiano.

Un'altra caratteristica dello Smart sono le cene a tema con film e la prossima sarà Chocolat, di cui sottoscrivo al volo il nome di theobroma, che per me è un alimento assolutamente divino.

L'unico appunto che devo fare al sito, è che per trovare l'indirizzo si fatica, quindi ve lo metto io: Arie Biemondstraat 101-111, all'angolo con la Nicolaas Beetstraat.

Tutti i dettagli li trovate qui

venerdì 6 febbraio 2009

On my dead body

Ci sono i saldi, un paio di settimane prima le belve hanno distrutto le splendide scarpe verde pisello comprate in Italia e io mi sono presentata al negozio di quelle scarpe lì che per risparmiare materie prime gli fanno il buco nella suola, che in genere compriamo quelle. In Italia, all'Outlet e devono costare meno che al mercato, ma ci va bene, finora hanno avuto quasi solo quelle.

Solo che Orso che è suscettibile alle pubblicità (e meno male che non abbiamo TV) è rimasto molto impressionato dalla foto sulle scatole della scarpa che dalla suola esala una doccia a propulsione di calore corporeo, si è persuaso che ciò significa che quelle scarpe lì lo fanno volare e lo scorso anno, in un negozio multimarca, mi ha sorpresa a controllare se ci fossero i buchi e rifiutare quelle che non avevano.

"Io voglio le scarpe da volo".
Che ho capito che il mio figlio stiloso e fashion victim è lui, ma adesso, a 4 anni, esageriamo, mi sa che lo condanno alle infradito cinesi fino alla maggiore età se non la pianta.

Insomma, a orecchio ho deciso che numero di scarpe potessero avere, per Orso ce ne sono in casa almeno 4 paia, magari un 3 più leggerine ed estive (tra sue e del fratello), e per Ennio ho preso al volo un paio di scarpe delle solite, sportive con le due strisce di velcro. E poi un paio di scarponi antipioggia in Goretex che un paio di giorni fa avrei voluto averli anch'io.

Dramma. Orso avrà pure uno stivalettino alla caviglia bordò che è una meraviglia, ma che il fratello abbia due paia di scarpe nuove e lui no (quelle da ginnastica che gli ho preso per scuola non contano, il fratello fa ancora scalzo) grida vendetta a dio.

Per togliermi il dubbio li porto al negozio, che lo stivalettino in goretex lo avrebbero ancora in altre misure, io ero rimasta che in italia nevica (e che il carnevale ad Ascoli fa sempre un freddo cane, adesso le previsioni odierne da Pescara mi danno 20 gradi, li odio i pescaresi), ma di quelle in crescita che vanno verificate.

Scopriamo così che è cresciuto non di un numero ma di due e che quindi le scarpe nuove se le merita anche lui. E che con la buona volontà e la crescita, anche gli scarponcini antipioggia.
Tento di fargli scegliere tra tre paia quello che gli piace di più, che con loro vale il multiple choice, non il libero arbitrio.

Lui vuole quelle d'oro.
E anche il fratello a quel punto le vuole d'oro.

Ditemi quello che vi pare, ma a 4 e 7 anni mi rifiuto di mandarli in giro con le scarpe da pappone.
Blu col righino giallo e ciccia. D'oro se le compreranno con i soldi loro.

E se non gli va bene, tappo pure tutti i buchi della suola. Col pongo.

PS per le 4 paia misura 30 l'amica Meryam sta raccogliendo per un trasporto benefico in Afghanistan, mi sa che le porto a lei.

lunedì 12 gennaio 2009

Della brevità delle cose

Oggi è iniziato il disgelo e continuerà. Con il ghiaccio naturale, l'inverno per quest'anno ha dato.

Io ho evitato di bere il caffé stamane, che senza zucchero non mi piace, ho evitato pane e frumento in genere. Poi dopo una cena sofferta in cui entrambi i mostri hanno rifutato tutte e 4 le cose cucinate in tavola (merluzzo bianco con filino d'olio, quinoa passata per riso, fagioli bianchi in salsa di pomodoro, frittelline di zucca), hanno mangiato a forza qualche cucchiaiata in cambio di un panino (altrimenti li stavo mandando a letto senza film della talpina, sui due piedi), mi sono sparata due cucchiaiate della crema di nocciole e cioccolato che avevo appena spalmato per Orso.

Biologica, questo si.

Anche la crociata dello zucchero bianco sarà una cosa sofferta, temo.

venerdì 9 gennaio 2009

Come si festeggia Carnevale da voi?

Carnevale comincia ufficialmente il 17 gennaio e voi vi chiederete cosa cavolo comincio a parlarne adesso. Fate presto voialtri lì. Che anch'io ero così, domenica o martedi grasso, dopo pranzo, si faceva un giro di telefonate:
"Che facciamo?"
"Andiamo ad Ascoli".
"Ma come ci vestiamo?'
"Da cuntadì", e si partiva, ci si divertiva e verso le 20 ce ne andavamo via da Ascoli ormai deserta. In genere con ventaccio, congelati, che un Carnevale che sia uno ad Ascoli dove non siamo morti di freddo io non me lo ricordo. Un anno ci cadde davanti agli alluci un lampione staccatosi con il vento.

Adesso, invece, hai voglia. Figli, aerei, autonoleggio, amici e parenti compiacenti che ci ospitino vanno roganizzati in anticipo. Diciamo che dopo che l'anno scorso Albert Figurt mi ha edotta sul Carnevale di Offida e la corrida de Lu Bov Fint, io è un anno che mi trastullo con la voglia di andare ad Offida a far Carnevale. Solo che l'obbligo scolastico olandese mi inchioda qui, porcaloca. E gli aerei e i risparmi causa mutuo e svariate amenità.

E io sono già 4 o 5 volte che mi confondo le date di Carnevale, quelle delle vacanze di febbraio, poi ho scoperto che le date sul sito del ministero differiscono da quelle che la nostra scuola ha scelto, in più una settimana prima delle vacanze ci hanno appioppato un giorno libero, che ci appura una povera madre italiana in preda al winterblues?

Infatti non faccio che confondermi e dare segnali contraddittori, in tutto ciò con la suocera che preme per fare il weekend di compleanni della famiglia, che noi Diga ne abbiamo 6 che compleanneggiano tra 26 gennaio e 14 marzo, alcuni in prioprio e a tre a caso significa che la festa la organizzo io, un altro che ci tiene e sta a Rotterdam ed ha avuto il cattivo gusto di nascere lo stesso giorno del mio primogenito, anche se un paio di decenni prima, guarda caso il mio periodo peggiore ogni anno, vuoi per il winterblues, vuoi per le prove che la prima è sempre a fine marzo, mi ci mancava la fregola del Carnevale.

Che vi risparmio i dettagli, ma oggi pomeriggio la maestra mi ha messo in mano un modulo timbrato che dice che una tantum, e solo stavolta, ed in via del tutto eccezionale, ecc. ecc. possono avere libera anche la settimana prima delle vacanze, a patto che rendano edotti i compagni al ritorno di tutte le belle cose che hanno fatto nel paese natio della mamma, portando prove e ammennicoli ad illustrare il tutto. 'Eghete, direbbero a Sulmona, mio paesello natio. Mica posson andare a dirgli, scusatemi tanto ho sbagliato data?

Io nel frattempo ho scoperto che mi sono sbagliata di una settimana. L'ho scoperto dopo aver detto al capo:
"Ma vieni anche tu con noi almeno per il weekend lungo di Carnevale, che l'aereo costa poco, e poi riparti" e lui pare abbia accettato. Che adesso mi sgama. Se andavo da sola, mi imboscavo quel paio di settimane in italia e i figli mica erano loro a precisargli le date.

In tutto ciò, l'alibi che mi ero creata era quello di fare un reportage sulle tradizioni carnevalesche marchigiane, ma queste cominciano appunto la settimana dopo. Pensavo persino di farmi un giro di Carneval veneziano e tridentino, ma non ci complichiamo inutilmente la vita.

Diciamo che per la salute mentale mia e per amor di comodità e non traumatizzare gli Gnorpoli, che va bene la full-immersion nelle tradizioni materne ma cercare di divertirci tutti e restare nelle zone in cui posso contare su un tetto, un letto ed eventuali fritti di Carnevale senza passare le ore sulla A14, adesso ho urgente bisogno di aggiornarmi sulle tradizioni carnevalesche tra Marche, Abruzzo e poco poco, anche Umbria. In modo da capire come prenotare gli aerei e quando far venire il capo.

Che gli abruzzesi, di tutto li si potrà accusare, tranne di avere la tempestività di mettermi su Internet quando e come e se vale la pena andare a fare un Carnevale da loro. Che sia inteso, io voglio riti atavici e sentiti, non i ricchi premi e cotillon al centro commerciale Val Vibrata (esiste). Per esempio il canrevale di Francavilla. O di Alfedena. Parliamone, con date e dettagli.

Quindi, io vi faccio una lista del poco che so, e se voi ne siete pratici mi dite pliis di che si tratta. Che è per una buona causa educativa, mica bruscolini. E il 28/2-1/3 sono convocata dai suoceri per il mega compleannone. E il low cost mica vola quando fa comodo a me.

Allora,
- il 14 pare ad Ascoli Piceno e quello lo so come è fatto, ma se qualcuno conferma sono felice.
- 15 febbraio Fano, programma seguirà, ma qualcuno che ci è andato, possibilmente con i figli? che ho una mezza idea che se ci mettiamo di buzzo buono fosse la volta buona che mi incontro live con Mamikazen. Avendo persino, per una volta entrambe, la scusa che lo stiamo facendo per far divertire i bambini. Ci sarebbe poi anche
- 15 febbraio Acquasparta, che devo dire mi ispiricchia parecchio e mi consentirebbe di piazzarmi fino a giovedi grasso o quasi da Flavia a farmi mettere all'ingrasso, io e le pore creature, che quella donnna, mica lo faccio per noi, ma so così di renderla felice. E già che sto in zona, mi suggeriscono Todi, ma dove cosa e quando, boh.

E poi arriviamo al clou della storia:
- 19 febbraio a Offida, carnevale per i bambini e si andrebbe in ricognizione, per il
- 20 febbraio, giornata de lu bov fint, alle 9 di mattina in versione ad usum Delphini per i piccoli, alle 10 per i ragazzi, e alle 14;15, quando tutti sono sbronzi persi, mi dice Albert e io riferisco, the real McCoy, lu bov fint. e lì, forse, farei meglio a lasciare i bambini dalla zia.

Poi la domenica o martedi di Carnevale si possono sempre andare a vedere i carri a San Benedetto, che è una di quelle robe annacquate, ma per i cuccioli fanno sempre effetto, specie se poi ci andiamo a strafocare di pizza.

E volendo il
- 24 a Offida per li vlurd. Che è dialetto per una parola medievale che indicava una giostra, poi diventata in buon italiano bagordi e sono delle fascine che vengono incendiate e portate a spasso, senza incendiare le porte delle case.

Che Albert già mi ha avvertita che se voglio le foto, si fa fatica, lui la macchinetta o la cinepresa a Offida si è sempre guardato bene dal portarla. E dire che di immagini lui ci vive (cercatelo su youtube).

Allora, per amor di cronaca e di Gnorpoli, che Carnevali si fanno dalle vostre parti? Cosa hanno di speciale? A voi piacciono? Ci andate? Ci portate i figli?

A quelli siculi (Sciacca, Acireale), di Ivrea (scusa Graz), Viareggio e Toscana varia rinuncio a priori, una botta di Veneto, per amicizia, me la potrei ancora fare, ma temo si faccia fatica. Tanto ci sono anche i prossimi carnevali.

martedì 30 settembre 2008

Lo jutter di Texel



Texel è quest'isolotto, il più grande delle isole frisoni, le isole Wadden, a nord del Noord-Holland, dove sono stata lo scorso weekend.

In realtà lo conoscevo già, c'ero stata un paio di volte brevemente all'epoca in cui facevo la guida per le vacanze in bici e battello, e se vi capita fatelo (http://www.cycletours.nl/), non mi pagano per dirlo, ero io entusiasta del tipo di esperienza.

Tra la terraferma e le isole Wadden c'è il wad, che è questa specie di fondale influenzatissimo dalle maree, a volte è asciutto e si formano banchi di sabbia, in genere in estate, a volte bagnato. Per le navi tengono dragati dei canali, ma si tratta di un terreno quanto mai mutevole, regno incontrastato delle foche. In estate si possono fare anche delle escursioni guidate, con gli stivaloni, oppure scalzi e in certi punti si arriva all'acqua fino a quasi le ascelle, in altri si sta asciutti. Spero di non doverlo mai fare con le mestruazioni, ma l'idea mi attira.

Venendo dal mare da nord la prima cosa che si vede dell'Olanda sono le isole Wadden. In inverno nel passato erano completamente isolate dalla terraferma e gli abitanti dovevano arrangiarsi, e lo facevano benissimo approfittando dei relitti alla deriva. A volte li prvocavano, facendo luci di notte in modo che i poveri navigante pensassero di accostarsi a un porto, invece affondavano e se ci provavano a nuotare fino a riva li finivano con una botta di bastone di piombo alla nuca, non sia mai gli venisse in mente di reclamare le merci. poi hanno costruito il faro e i naufragi hanno ritrovato la spontaneità primeva.

Uno jutter è appunto questo spigolatore di naufragi: dopo il maltempo va a farsi il giro dei punti che sa lui sulla spiaggia, per vedere il mare cosa gli ha portato. Soprattutto adesso che ci sono i container che si sciolgono, i bischeri di città che si fanno la barca e partono freschi freschi senza guardare i venti e le correnti e si incagliano, affondano, ne fanno di tutti i colori e vanno salvati, abbandonando la nave.

Ecco, tra le altre cose a Texel ci siamo stati a fare un giro con questo jutter, Maarten, che ci ha raccontato come è cresciuto su Texel, raccogliendo, trafficando, riparando, riciclando. Come dice lui:
"Tenersi occupati va bene, purché non degeneri in lavoro".

A me però sembra che stia sempre a fare qualcosa. Vicino al parcheggio del palo 33 ha l'insegna con gli orari in cui fa i tour, a seconda della marea. Il cartello è il timone di un'imbarcazione che ha trovato sempre dopo una tempesta.

"Il timone ce l'ho. Adesso mi tocca solo aspettare che mi arrivi anche la barca".

Da piccolo Maarten e i fratelli, che erano famiglie poverissime, metteva le trappole per conigli, abbondantissimi sull'isola, e vivevano di quelli, pesce e molluschi, alghe commestibili e tutte le more e le bacche che crescono sulle dune. Da grandi, il colpaccio che hanno fatto è stato quando si è staccato un container di sigarette marca Hollywood. le hanno vendute e ci si sono comprati una barca. Una stecca, per ricordo, sta sulla mensola sopra la porta della sua baracca.

La baracca di Martin, ecco, sembra un'installazione di Tracy Emin, ma senza le macchie di sperma, quindi meglio. Una delle estremità della baracca è rappresentata dalla cabina di pilotaggio di un'imbarcazione, compresa di radio e toilette ad effetto sottovuoto.

C'è una collezione enorme di boe in tutte le sfumature, giubbotti di salvataggio, la ringhiera di una barca da mezzo milione affondata, che lui ha appesa al muro come appendino. cordini con una collezione di spazzolini da denti e un'altro di ciucci attraversano il soffitto come decorazioni natalizie. Un tavolone lunghissimo con panche di legno alla deriva e rivestite di un cuscinone coperto di vela. I rocchettoni di legno dei cavi fanno da tavolinetti. Lì ci offre il liquore dello jutter, che è marrone scuro ma sa di centerba, solo molto meno forte.

Maarten su un terreno tra le dune ha due cavalli neri e bianchi, del tipo che tiravano i carrozzoni degli zingari. Li è andati a prendere in Inghilterra. Con pezzi di scarto si è fatto un carro, e quando trova qualcosa va con cavalli e carro tra le dune a recuperarli.

"Quella tavola lì è un pezzo di molo, levigato dal mare. Una volta ci facevamo il fuoco, adesso invece la gente di città la comprano a 100 euro per fare una panchetta in giardino. E io gliele vendo".

I mozzi delle ruote del carro sono coperti con bottiglie di PVC tagliate ad hoc, le ruote davanti e quelle dietro sono di due misure diverse, ma con un altro pezzo di recupero ha fatto un giunto per metterle in pari. una tanica tagliata all'imboccatura fa da pattumiera, affiancata da due pezzi di tubi in PVC in cui buttare i bicchieri delle bibite che offre ai turisti in gita "che così non perdo tempo a dividere la monnezza".

Infatti il carro lo usa anche per far fare i giri ai turisti. Il suo sogno però è quello di ricomprarsi una vecchia barca di salvataggio finlandese che adesso sta su Ameland, sempre per portare a spasso i turisti.

"Così li porto a farsi un giro al largo, finché non mi si mettono a vomitare dal mal di mare, e lì mi pagano il doppio per riportarli indietro. Così siamo contenti tutti e due".

Insomma, da piccolo cacciava i conigli per sopravvivere, adesso fa un po' lo stesso con i turisti. Dagli torto. In inverno invece salda, aggiusta, mette insieme e ricicla. In terraferma ci va poco che il limite sulla provinciale è 80 km. all'ora e lui non ci è abituato, sull'isola vanno a 40.

Secondo me, tra i turisti, i giri con i racconti, le casette di madre, zie, nonne e fratelli che si sono venduti agli immobiliaristi che ci hanno fatto gli chalet e le villette per villeggianti, si è fatto un sacco di soldi. Va in giro con questa tuta rossa nuovissima, un paio di stivaloni di gomma e questa cuffia lercia in testa.

Un fenomeno questo Maarten. Parla in un dialetto del nord, che mi ricorda tanto quello di Groningen, che sta sempre in cima, però a destra, fino a che non mi ricordo che la punta del Noord Holland la chiamano anche Frisia occidentale. Affinità.

A parte quel paio di battute standard che tutte le guide sviuluppano con il tempo, emerge il carattere di quest'uomo, che vive ai margini del mondo e della società consumistica, con cui però fa dei grandi affari. Che ha visto la sua isola da un banco di sabbia di foche e conigli e dune, diventare una secie di parco disneyland per turisti di città. Che qui è nato e qui vuole morire.

All'inizio del tour mi dicevo: vedrai che sotto sotto ha un dottorato in antropologia e un loft minimalistico di 240 metri in terraferma. Mwah, diciamo che casa sua da fuori ha un aspetto molto più ordinato e borghese di quanto il capanno e il piazzale stracolmo di rommici farebbero pensare. Secondo me sua moglie gli ha concesso baracca e piazzale, purché non le entri in salotto senza pattine.

Insomma, se andate a Texel, andate a farvi un tour con lui, che merita. Le cose serie che ho imparato le racconto un'altra volta.



Cose pratiche:
se non avete una barca voi, a Texel ci si arriva prendendo il traghetto da Den Helder, andata e ritorno costano € 35 per una macchina, si fa un biglietto unico all'andata. Parcheggiare anche solo per un weekend al porto costa di più. In 20 minuti di navigazione si arriva, sono 2,5 km.

Credits foto: parco vacanze de Krim, si quello dei lettinimini

lunedì 21 luglio 2008

Scampagnando

Stamattina siamo andati in campagna con Maria Teresa, che doveva nutrire dei pollastri che ha nella stia della sorella a San Pietro. Così abbiamo fatto una botta di natura e campagna, con nell'ordine:

- considerazioni filosofiche sulla vita e la morte, e sulla morte a fine commestibile dei polli (oddio, se mi vengono che non mangiano carne, come il padre, io smetto di cucinare)

- una grassa pipì contro un olivo, che far pipì en plein air è tutta un'altra cosa

- studiato cavallette, farfalle, ragni e ragnatele

- mordicchiato le cimette del finocchio selvatico, che a Orso son piaciute e a Ennio no

- deciso che la farfalla di cui si vedevano ancora le ali intrappolate in strati di ragnatela su un muretto a secco era prima morta, e poi caduta sula ragnatela.

Poi, vista la giornata senza vento siamo andati in piscina-ina-ina, ci siamo studiati monti e boschi circostanti dall'acqua, siamo riusciti a far dormire Orso di pomeriggio, e siamo andati a riprendere nonna e zie dallla passeggiata per la via di San Nicola che hanno fatto dopocena, e abbiamo pure visto un'aquila, mentre scendevamo una stradina rurale tutta in discesa.

Tre secondi dopo abbiamo evitato per un pelo lo scontro frontale con una macchina che saliva a tutta velocità. Io ho urlato buttandomi a destra.

"Ed è il prete!" ha strillato mia madre
"Bucce di melarancia" ha imprecato zia One, che è un tipino fine.
"Ma è un incosciente, poteva ammazzarci", si è spaventata zia Two.
"Almeno sarebbe stata una morte santa", faccio io.

L'estrema unzione, spero sia prevista nel pacchetto.

Per consolarci siamo andati a capestrano a mangiare il gelato e abbiamo cantato canzoni polacche, italiane e francesi per tutta la strada, andata e ritorno. Che il bello delle riunioni di famiglia è che si canta.

mercoledì 25 giugno 2008

Inviti orseschi


"Perché quando Charlotte fa il compleanno le facciamo una grande festa qui da noi, a casa nostra, e tu papà devi fare i pannenkoek"

"Ma davvero Charlotte viene a festeggiare il suo compleanno qui?" stranisce il capo, che questi annunci di prima mattina bisognerebbe darglieli con calma.
"Ma no, è un'idea che gli sarà venuta adesso".

Meglio che non gl dica che proprio ieri ho proposto a Marta di fare la sua cena di compleanno qui. Che diceva che con il neonato da allattare doveva stare nei paraggi.

E noi siamo abbastanza nei paraggi da farsi portare l'idrovora al momento del bisogno, ma sempre fuori casa, che mi sembra una cosa non trascurabile. Non devi pulire il bagno. Non devi mettere in ordine. Non devi lavare i piatti. Decisamente, amo i compleanni fuori casa.

Orso deve aver rirpeso da me.

N.d.R.: i "pannenkoeken" sono una delle specialità olandesi. Ve li spacciano anche sotto il nome inglese di pancakes (ma non sono i pancakes americani), potremmo fare i fighi e chiamarli crepes, ma sono più spessi di una crepes, dalle mie parti si chiamerebbero scrippelle rustiche dolci. La ricetta alla prossima.

N.d.R. 2: il capo da giovane, nel suo studentato era anche noto com Dr. Pancake. Così un paio di mesi fa gli ho proposto, la domenica, di farceli a colazione. Ma ieri ne ho comprato un pacco già pronti alla HEMA, solo da scaldare 30 seconi nel microonde.

mercoledì 14 maggio 2008

Uncinetto rivisitato: beyond the presina

Ieri mi sono ritrovata tra la posta un volantino per una serie di corsi di uncinetto durante un picnic al parco. Titolo (tradotto): Beyond la presina. Ovvero, le madri FDT moderne, possono andare molto oltre le tipiche presine, se decidono di mettersi a lavorare all'uncinetto.

Per la modica cifra di € 37,50 si passa una mattina o pomeriggio al Vondelpark, a uncinettare e fare un picnic preparato dalle organizzatrici. C'è anche una sessione con madre-figli, ci si può portare un bambino che viene anch'esso intrattenuto con lavoretti fai-da-te a tema maglia e uncinetto (per esempio fare i tubolari con l'aggeggino fattapposta che non so come si chiama in italiano, quel cilindretto di legno con 4 gancetti (come si chiama, appunto?).

Bellissimo, specialmente per me che alla presina manco ci sono mai arrivata e talvolta me ne dolgo. So solo fare la catenella, non so se come livello di ingresso al corso basti.

La giro così com'è alla metà femminile dei Roberti e a Roberta filava, sperando che riescano a trarne più profitto di me (non so, un equivalente in spiaggia, magari alla torre di Cerrano o alla pineta dannunziana?)

e resto con il dubbio: ma chiamarsi Roberta è un prerequisito per amare il fai-da-te? No, che così cambio nome (e se trovassi il tempo per farmi lo sciallino in chiffon e feltro che mi attende dalla primavera scorsa....)

domenica 4 maggio 2008

Cucine e bagni, nonne e Kop van Zuid (Rotterdam per iniziati)

(la foto proviene dal sito www.erasmusbrug.com, che ne ha altre bellissime, andateci)


Non mi sentite da un po' perché con la scusa delle vacanze e dei figli parcheggiati dai nonni io e il capo ci stiamo facendo il giro delle sette chiese in tutti i negozi di pavimenti, rivestimenti, sanitari e cucine che internet ci procura.

Tutto ciò in parte ci ha chiarito le idee, in parte ce le confonde. Per le piastrelle quello che si vede in giro è: ancora una volta la stessa roba che sta dappertutto )un paio di eccezioni ci sono). Adesso poi vanno di moda i bagni minimalistici con i pavimenti in ardesia declinati nei colori antracite e sabbia. Proprio ora che io vorrei un bagno a colori shock di quelli che ti svegliano di colpo la mattina, che un bagno a me serve per quello, non come centro wellness per rilassarmi.

Giovedi abbiamo fatto un tentativo a un enorme negozio di tutto per gli interni ad Amersfoort, ne siamo usciti dopo 10 minuti visto che non faceva per noi, ci siamo persi un po' in giro che era tutto chiuso e alla fine siamo andati ad Utrecht per farci almeno un giretto per il centro. Abbiamo cenato in un ristorante indiano sull'Ouddegracht (era veramente un sacco che non si mangiava indiano in casa Diga e il nan alle cipolle era fantastico, sembrava quasi una farinata) e per un attimo mi era venuta la tentazione di telefonare al cognato di Utrecht per vedere se voleva unirsi. Ma visto che era già stata una giornata dal planning sconlusionato abbiamo lasciato perdere, per non incasinarci con apountamenti e orari.

Venerdi siamo andati ad Alkmaar e avevo anche scritto un post bellino sulla città e il formaggio, ma per la stanchezza è scomparso mentre lo stavo postando (bestemm' bestemm'). Abbiamo trovato un negozio con cose molto interessanti, solo ci siamo entrati in orario di quasi chiusura e vogliamo tornarci. Un tot di negozi della nostra lista non li abbiamo manco visti, visto che chiudeva tutto tra le 16:30 e le 17:30. Abbiamo perso tempo in centro per decidere sula cucina AGA, mia grande passione, ma consuma troppo, e d'estate resta accesa e bisogna ventilare le stanze. Scaricata, quindi (e manco sono riuscita a togliermi la curiosità di sapere quanto costa, troppa gente in negozio).

Ieri invece è toccato a Rotterdam e una capatina a un negozio figo di cucine all'Aja. Ormai avevo imparato il trucco, quindi ho fatto una lista scelta di negozi interessanti (solo quelli che avevano un sito, così ci rendiamo conto), con i percorsi dall'uno all'altro razionalmente ordinati e stampati e si, siamo riusciti a vederli tutti. Ne ho scoperto uno caruccio di cui dirò sotto.

Questa spedizione a Rotterdam si sarebbe conclusa con una cenettina a casa della nonna, che io sono l'unica a non aver mai visto il suo nuovo appartamento nel complesso residenziale per anziani. È abbastanza vicino al lavoro del capo e lui ogni tanto va a cenarci o pranzarci. Adesso è ancora più semplice mangiare con lei visto che il complesso a pianoterra ha un ristorante. Che però nel weekend è chiuso. Per semplificare ho detto che ci saremmo portati noi qualcosa e infatti avevo fatto un cake salato con porri, topinanbour e salmone. Lei non era molto felice, ma è la soluzione più pratica.

Il punto è che nonna ha passato un periodo duro negli ultimi giorni e avevamo fretta di vederla e tirarla un po' su.

Il buffo è che arrivati esausti all'ultimo centro commerciale arredi, l'Alexandrium, che è un mall esclusivamente dedicato alla casa, mentre i negozi stavano per chiudere, ci siamo offerti un gelato nell'atrio. E chi vediamo arrivare tre minuti dopo? I cognati Diga di Rotterdam, belli e incinti (il terzo nipote Diga è previsto per luglio) e in cerca di un divano, visto che anche loro hanno appena comprato casa e il 16 maggio traslocano (la cucina e il bagno per ora se li tegono come sono, beati loro).

Mi sembrava stupido mollarli lì dopo una coincidenza così carina, ma cambiare gli appuntamenti con nonna, specie di questi tempi è una cosa difficile e complicata (infatti ci stava già aspettando giù nell'atrio del complesso, vestita e calzata, chiacchierando con un'altra signora), quindi li abbiamo salutati e ce ne siamo andati. Poi ci hanno chiamato dicendo che gli avrebbe fatto piacere venire anche loro, siamo tornati indietro e li abbiamo caricati.

Insomma, siamo arrivati in 4, con gran gioia della nonna che ha subito proposto di andare tutti a mangiare al ristorante cinese del quartiere (non ve lo segnalo che non è niente di eccezionale), e ci siamo divertiti un sacco. Spero che alla santa donna le paturnie per un poco siano passate.

Poi abbiamo riaccompagnato i Diga di Rotterdam alla casa attuale, in Kop van Zuid, e ho scoperto che abitano a uno sputo dal mio negozio preferito della giornata, Cucine et Bagni (www.cucine-bagni.nl).

Kop van Zuid è l'estremità nord di Rotterdam Zuid, la parte di città a sud dell'acqua, collegata dal ponte Erasmusbrug. Una storia di successo, in quanto Kop van Zuid è diventata un altro di questi quartieri di palazzoni moderni bellissimi, circondata da quello che era ed è rimasta una parte della città più povera ed etnica.

L'Erasmusbrug è stato un po' il collegamento riuscito delle due rive di Rotterdam e non a caso ci ho trovato quindi questo negozio così bello. Che come dice il nome, e come è abbastanza ovvio per chi sta seguendo le mie peripezie arredatorie, vende prodotti italiani.

Mi sono innamorata di due cose: i sanitari Pear della Agape, disegnati da Patricia Urquiola (e che paragonati ai prezzi dei sanitari senza designer che ho visto in questi giorni e a tutti gli altri progetti della Urquiola che amo da matti, ma che attualmente sono fuori dalla portata dellle mie tasche), potrebbero persino starci nel budget. E di una cucina Schiffino che venderebbero per fare posto nella showroom.

Le mie conclusioni generali di tutti questi sopralluoghi sono:

- non sappiamo ancora che pavimenti vogliamo. A me piacciono quelli in graniglia fatti su misura, stile pavimenti alla veneziana, per capirci, in colori pastello, ma costano tanto e per via dell'altezza non ci potremmo mettere il riscaldamento isolato sotto. Il capo dubita fortemente;

- in alternativa, ho scoperto delle piastrelle in graniglia della Mipa che mi piacciono da matti e costano poco meno del pavimento di cui sopra, mi sa. Sono più sottili, che fa tanto. Il capo è disposto a cercarle in Italia e vedere se costano meno, ma non sappiamo bene da dove cominciare;

- devo convincere il capo a prendere i sanitari della Urquiola per il bagno delle femmine e quelli a due soldi dei centri fai da te per il bagno dei maschi (per la par condicio). Per il quale stiamo pensando a un mix di piastrelle standard colorate, che uno la mattina per svegliarsi ha pur bisogno di un po'di allegria, e che costano poco.

- per la cucina il campo si è ristretto a due opzioni uguali e contrarie: a noi piacciono le cucine lineari e funzionali. Quindi o ci compriamo una cucina dell'IKEA con un piano di pietra o acciaio che la protegga dalle mie intemperanze culinarie, o trovo un modello da showroom in svendita di una marca migliore (quelle viste finora costano comunque il doppio del nostro budget, ma si aprono degli spiragli).

- comunque, dopo un paio di settimane di ricerca fanatica di cucine della Siematic che posso permettermi e mi piacciono un sacco e sono lineari e funzionali ecc., ieri ho visto quelle della Schiffino (che non posso assolutamente permettermi). E mi sono improvvisamente ricordata perché, a livello di design minimalista, a me comunque piace di più il design italiano. Il che fa sempre bene, ricordarsi dei propri punti fermi.

Quindi, secondo me il discorso piastrelle di marmo comincia a uscire dalle possibilità. A noi piace il design, quindi è inutile che continuo sulla via masochistica del restauro filologico. Sto appena andando via dal quartiere Museo dell'architettura moderna, tanto bello ma scomodo da abitare, per andare in un quartiere normale, mica mi voglio far schiavizzare stavolta da delle pippe mentali di tipo formale sul restauro filologico degli interni?

(Ma di questo passo, mi chiedo, noi quando traslocheremo mai? Che è da lunedi che non metto piede nella casa nuova manco di striscio).

giovedì 1 maggio 2008

La mia vera natura...

... me la definiscono "Animated inventor". E chi sono io per contraddirli?

giovedì 17 aprile 2008

Gita ad Eindhoven con sushi e vestiti


(foto dal sito di Herman Thijs che ha fatto gli interni)

Chi vive ad Amsterdam non si sposta volentieri. Tutto il resto dei Paesi Bassi, ci sembra questa campagna noiosa in the middle of nowhere dove non vogliamo trovarci manco morti e in cui non abbiamo niente da cercare e non succede mai niente. Che noi stiamo bene qui. In fatti con i miei amici italiani qui usiamo l'espressione "andare a Puttemburgo" quando ci propongono ingaggi in trasferta. Però ci andiamo sempre volentieri, se si tratta di esibirci.

Facciamola breve, con un giorno di preavviso mi mandano a fare l'interprete ad Eindhoven. Eindhoven la conosco o perché in effetti a volte vado a fare l'interprete per la DAF, o perché ci prendo il low-cost per l'Italia con i bambini, o ci arrivano mia madre o altri amici.

Ieri era invece una roba di metallurgia. Il primo commento della mia amica: oh, povera te, così lontanto? Poi facendo mente locale ci siamo rese conto che un'ora e 20 di treno, ci arrivo prima che se dovessi andare con i mezzi a fare un lavoro ad Amsterdam West. Per dire, la barriera psicologica.

Stavolta, invece di finire in centri industriali o congressuali in mezzo ai boschi, l'indirizzo è in centro. Scopro così che si tratta di un simposio nella Sala Musica di Eindhoven, inserita nella Heuvel galerie, galleria di negozi in pieno centro.

Il lavoro in sé, massacrante, una di quelle cose da rifiutarsi, ma ormai c'ero. Con un microfono in mano, da uno dei palchi nella sala tradurre quello che i vari oratori che si succedevano sul palcone racontavano al pubblico in platea. Praticamente con la mia voce mi coprivo quello che dicevano loro, una simultanea massacrante. Senza cambio per blocchi di un'ora e mezzo. All'ultimo oratore, un tedesco che parlava un inglese incomprensibile, un paio di volte mi è quasi caduto il microfono nel momento di abbiocco. Che io ho scoperto questa cosa: che in cabina con le cose difficili e lunghe a volte mi abbiocco pur continuando a tradurre (la collega a fianco non si accorge di nulla di strano, mi dicono). Io poi nel momento in cui mi ciondola la testa mi risveglio di colpo e mi accorgo che stavo dormendo. Solo che ieri mi ha stancato anche il semplice fatto di tenere sempre appiccicato alla bocca il microfono pesante.

Allora, uscita di lì e senza colazione dal mattino, mi premio con un sushi. Finisco da SOHO Kitchen, in Jan van Lieshoutstraat 24a, una stradina che comincia dalla piazza (Markt) e finisce in una zona con tanti negozi. (tel. 040-2364228).

Fanno Asian fusion, come lounge bar (una roba minimalistica con soffittoni alti, lampade a forma di ramazza spettinata in metallo, bellissime, e vetro, un sacco di vetro) e anche come Take-away.

Tutti i soliti piatti a base di riso o vermicelli e altro li servono nella scatolina quadrata da asporto. Per il sushi, ma anche tutta una bella serie di altri piattini, Miso-soup + altre minestre giapponesi grandi e nutrienti a base di soba, praticano la formula all-you-can-eat.

Per il prezzo fisso di €16,50 fino alle 17 e € 20 dalle 17 in poi, per due ore ordini quello che vuoi. Se ordini troppo e fai sprecare le cose, quello che non mangi te lo mettono in conto, così impari.

Il menu con le foto dei sushi è plastificato e basta fare con il pennarello in dotazione una croce su quello che si vuole. Quando hai finito, te lo riportano se vuoi ordinare altre cose. Di fianco alle foto dei sushi c'è una serie di altri piatti e minestre, polpettine di pesce, ecc.

In breve, ho ordinato una miso-soup, buona e leggera, con le alghe e le strisicoline di frittatina a strati (all'inizio pensavo fossero verdure) e erba cipollina. Un pelo sciocca (da noi si dice sciapa), ma buona, e calda, che anche con il sole, fa ancora freddino qui.

Poi tutta una serie di sushi: la barchetta con le uova di salmone, che poi ho preso anche nella versione con le uova di un'altra bestia, pure arancioni ma quelle piccolissime. Un california roll con avocado e cetriolo. Una barchetta all'insalata di tonno, quindi non crudo ma in scatola. Un Thai chicken, una porzione completa, visto che mi ero preparata agli assaggini. Un altro paio di cose che volevo sperimentare. I sashimi, o comunque i bocconcini con la fettona di pesce crudo sopra non li ho provati, anche se quello con il polpo alla griglia mi intrigava.

Il fatto è che con il pesce crudo non so mai come reagisco. Con le bacchette non riesco a farlo a pezzettini, che è la cosa che mi viene facile. E alcune cose, come le ostriche, so che mi fanno male, magari sono allergica. Sulle ostriche che posso mangiare, dirò in un post-futuro.

Insomma, mi sono tenuta, e sono persino riuscita ad alzarmi da tavola con la nostaglia per un altro paio di sushi che avrei assaggiato volentieri. Ma rifare l'ordine ed aspettare che me li preparassero, che sono anche stati veloci, ma fanno tutto al momento, come è giusto, non avevo più tempo.

In genere sono un po' contraria per principio alla formula all-you-can-eat: primo, perché di solito la qualità non è granché. Secondo, perché io sono una di quelle con la carne debolissima e mi ingozzo esageratamente. Anche i buffet mi fanno questo effetto. Perché ho la curiosità di assagiare un poco di tutto e mi frego con le mie mani. Con il sushi invece mi sembra una formula splendida, che ho assaggiato così anche cose nuove.

Tra tutto il mio shopping ho scoperto anche il negozio di una delle mie marche preferite di vestiti, ART. È l'acronimo di Atelier Rare Toggerij cioè l'atelier delle pezze strane. Hanno iniziato con una botteghina a Nimega, facendo vestiti con stoffe da tappezzerie, da cui il nome. Hanno sempre delle cose molto belle e strane, stoffe con testure particolari e pantaloni larghissimi con grandi tasche. Purtroppo non hanno un negozio ad Amsterdam, ma solo Utrecht e cittadine di provincia. Io li ho scoperti a Groningen e me ne sono innamorata. e hanno taglie dalla XS alla XXXL. E io sono XXL, che bello, esistono vestiti che potrebbero starmi larghi.

Mi ero comprata a Groninen una camicetta e gonna con una stampona rossa, viola e con dei bordini bianchi (sembra una cosa esagerata, e lo è, ma basta combinarla bene, ieri avevo la camicia con un serissimo tailleur pantalone nero, e oggi porto i pantaloni con un vestito al ginocchio di cotone e un gilet lungo di maglia viola), e ieri trovo che hanno anche il pantalone larghissimo a pigiama di maglina. Comprato al volo, e mi ha salvato, che ho lasciato la sciarpa a teatro, e mi stava venendo il mal di gola. Ho usato i pantaloni appena comprati come sciarpa.

Come per i vestiti di Cora Kemperman, di cui ho scritto in precedenza, anche i vestiti di ART sono pensati per donne con i fianchi larghi e il seno e le spalle non enormi. Ma i pantalonacci stanno bene a chiunque, secondo me anche alle piccoline se ci mettono dei tacchi alti sotto. I vestiti invece mi stanno un disatro. Ma le magliette le amo, e si trovano anche ad Amsterdam da Sjerpetine.

E poi in treno, mi sono addormentata due volte, che uno pensa che fare l'interprete sono capaci tutti, ed invece a volte ci si stanca. Ma mi piace troppo il mio lavoro.