sabato 10 ottobre 2009

Puttane, settenni e i difficili discorsi dei genitori sui casi della vita

No, a differenza di Patrizia alle prese con un problema simile, io le cose le chiamo come sono, tanto i pervertiti e i pedofili già mi trovano per conto loro (guardate i referrer).

Posso dirlo che è tutta colpa di Francesco Tricarico e dell'amico che mi ha consigliato di comprarne il CD che gli sembrava carino da usare in radio? Lo ascolto la prima volta e mi dico boh. Poi lo scoprono i bambini in macchina e vuoi "Il drago verdolino", vuoi tutto questo mondo onirico-sognante-terrificante (e spiegagli perché il tipo ha avvelenato con il cianuro l'acquadotto, però poi è rimasto da solo in una città mrta, ergo NON bisogna avvelenare nessuno), insomma, è diventato uno dei nostri top 10 in macchina.

Tanto loro ascoltano sempre le stesse canzoni e le parole che non sanno non ci fanno caso, che loro con l'italiano sono ancora alla fase di riconoscere le parole che conoscono già.

Insomma, oggi lascio Ennio in macchina a sentir canzoni mentre entro in farmacia e come rientro mi fa:
"Mamma, cosa vuol dire puttana?"

Come mi suggerisce sempre la maestra simpatica del doposcuola quando mi vede arrivate trafelata e schizzata, inspiro ed espiro. Un paio di volte.

"È una parola bruttissima che non devi mai ripetere e ti spiego perché".
"Perché?"

Mentre ci penso sopra inspiro ed espiro.

"Allora, tu lo sai che quando due persone si vogliono bene si danno i bacetti e si fanno tante coccole. Però ci sono persone che non gli vuole bene nessuno e le coccole le vorrebbero anche loro."
"Perché?"
"Perché a tutti piacciono le coccole. Ma se qualcuno è brutto, antipatico o è un puzzone, lui paga una signora, a volte anche dei signori, ma soprattutto le signore, per dargli i bacetti e fargli le coccole. Queste signore si chiamano prostitute. Chi fa questo lavoro non fa niente di male, ma a me non piacciono i signori che invece di cercare di essere loro più carini e gentili e trovare anche loro qualcuno che gli vuole bene, preferiscono pagare, perché è più facile".

Che è proprio il mio punto di vista in proposito e mio padre da ragazzina in un momento di confidenze sui fatti della vita, mi spiegò proprio questo. Di non sposare mai un uomo che frequentava prostitute, perché vuol dire che non vuole fare uno sforzo verso le donne. Che mio padre era tanto prude e terrorizzato per me, però quando si era fatto un paio di bicchieri gli calavano i freni inibitori e riusciva a dirmi cose importanti.

Tipo, una volta che stavamo tornando da un battesimo e guidavo io, e il capo era già nella mia vita, lui iniziò un discorso sulle gravidanze indesiderate. E io gli dissi: tranquillo, ci stiamo pensando, una cosa che non avrei mai pensato possibile dire a mio padre, ma lui voleva chiarire un altro punto. Che se ci fossero mai stati incidenti di percorso non dovevo mai pensare di avere come unica scelta un matrimonio o un aborto. Che un bambino si può anche farlo da sole e che la famiglia esiste proprio per aiutarti.

"Guarda, mi fece, se una cosa del genere capitasse a 16 anni, lì non avrei dubbi, devi ancora crescere e svilupparti e una gravidanza rischia di rovinarti la salute o quanto meno di interferire per parecchi anni, guarda tua cugina. Ma quando uno ha la tua età ed è capace di intendere e di volere, deve poter decidere con serenità".

E io mi veniva da dirgli: ma se tu a 16 anni non mi facevi quasi uscire di casa per paura che trovassi un ragazzo da baciare, che poi ero così imbranata, che altro che gravidanza. Ma non gliel'ho detto, che i momenti topici con mio padre erano così rari che andavano rispettati e mi faceva una tenerezza enorme questo mio povero padre che un padre non l'ha mai conosciuto ed è stato allevato da una vedova devota e una monaca di casa ed era assolutamante impreparato a fare il padre di figlia femmina nei gloriosi anni '80 e '90. Che quando gli ho portato tremebonda il capo in casa, che vallo a sapere cpme reagisce all'idea di un uomo per la sua bambina, lo ha amato teneramente ed era terrorizzato che qualcosa potesse andar male tra noi, anche se senza saperlo i peggio danni li faceva proprio lui camminando sulle uova.

Ecco, però almeno lui ci aveva bevuto sopra, io invece sto qui quasi digiuna, rintronata dal raffreddore, squassata dalla tosse, con rivolgimenti di pancia e se non è la suina poco ci manca.

Vabbé, it's a dirty job but someone gotta do it. perché mio figlio mi guarda e attende e io sono a una rotatoria pericolosa.

"Però siccome molti signori non sono contenti che nessuno gli vuole bene, le chiamano puttane, ma questa è appunto la parola bruttissima che non devi dire".
"Perché gli dicono così?"
"Perché sono stupidi e cattivi. E poi ci sono tante persone che pensano che non è un bel lavoro. Perché non gli vogliono bene, lo fanno per i soldi."
"Allora si guadagna tanto?"
"Si, ma non è molto piacevole se devi baciare uno che non ti piace o che puzza".
"E anche tu puoi guadagnare tanto così?"
"No mai. Non lo farei mai perché le coccole preferisco farle a papà, a te e Orso. Ma ci pensi che brutto, prima devo baciare uno che puzza, poi come faccio a baciare te?"

Vedo che gli sfuggono ancora un paio di implicazioni, ma decide di prendere per buono quello che gli dico.
"Posso rimettere la musica della serpe?" chiedo per darmi un attimo di respiro(è un cd di pizziche salentine, che almeno sono in dialetto e non si capisce).

Annuisce pensoso. Poi gli viene in mente dell'altro.
"Metti pauze. Ma perché allora c'è chi dice puttana se è una parola brutta?"
"Amore, molti uomini hanno paura delle donne e allora gli dicono delle parole brutte. E gli sembra più semplice dire così che dire stupido o brutto (involontariamente penso a chi sapete voi contro chi sapete voi)".
"Ma perché hanno paura?"
"Non lo so, però se ci fai caso lo fanno spesso, anche con il lavoro. I capi, i direttori, i presidenti spesso sono uomini, perché se c'è un lavoro dove si guadagnano tanti soldi gli altri uomini non lo danno alle donne, lo danno a un maschio come loro. E non è giusto, ma ci sono tante cose che hanno a che fare con questo, per questo tu devi essere gentile con le donne".

Notato che non dico più signore e signori? Che qui la conversazione sta diventando un sacco adulta.

Insomma, rimettiamo la musica, andiamo a fare la spesa, risaliamo in macchina, mi fa rimettere pauze, elaboriamo ancora un po' sul tema, gli raccomando davvero di non dirla questa parola, a nessuno, perché altrimenti tutti pensano che anche lui è uno di quei maschi sfigati e puzzoni, e poi l'argomento cade.

Tanto so che è solo questione di tempo e poi mi metterà a parte delle sue conclusioni.

Insomma, non mi sembra di essermela cavata male, per star male e rintronata dall'influenza.

Ricordo la prima volta che feci la stessa domanda a mia madre, anche se ero un po'più grande, perché avevo visto la parola su un titolo di un settimanale. Era epoca di femminismo e il titolo diceva: Sono puttana perché voglio fare a modo mio.

32 anni dopo e siamo sempre lì. Certe volte è sconfortante chiedersi che tipo di mondo stiamo lasciando ai nostri figli.

Chiacchiere tra donne

L'amica G. ha preso in mano la cosa e organizzato un venerdì sera tra madri straniere (un' americana, un'inglese, una indonesiana cinese, una greca, io, con l'iraniana, l'irlandese e la polacca assenti giustificate) alla Kompaszaal, che è l'ex sala di partenza dei transatlantici per le Americhe su KNSM-laan, un bel posto dove si mangia bene, a volte c'è musica dal vivo ed è enorme.

Sottratteci quindi ai doveri materni e coniugali ci siamo ritrovate, abbiamo ordinato un primo giro di vinelli, acqua e the alla menta. Poi preso antipastini e torta goduriosissima al cioccolato.

Poi ordinato un secondo giro. E li si sono spalancate le cateratte, che come tutte sappiamo le madri al secondo giro cominciano a raccontarsi dei rispettivi parti. Che quando una è straniera, abituarsi ai parti in Olanda ci vuole veramente un moto di fede non indifferente. Io, adesso che ho capito come funziona, non vorrei altro, ma ci ho messo 5 mesi di gravidanza per arrivarci.

L'amica G. invece è ancora traumatizzata. Lei nel suo afflato di integrazione aveva scelto per un parto in casa, poi l'hanno portata di corsa in ospedale dove tutto era diverso da quello che si aspettava lei da un ospedale.

"Eh, ma pure tu, che decidi di partorire in casa, inutile, noi non ci abbiamo la costituzione per certe cose, lasciamole alle olandesi".

L'inglese, invece, con una storia di diabete in famiglia, alla 14esima settimana doveva essere controllata per vedere se ce l'aveva anche lei. No, lo facciamo alla ventesima. No alla ventiduesima. Insomma lo hanno fatto quando lo hanno fatto. "Ma tu hai il DIABETE! Andava controllato prima. Vabbé adesso non c'è niente da fare preparati a un bambino di 4 chili e mezzo". Poi le è nato di tre e mezzo.

Io invece alle ultime settimane scherzavo con l'ostetrica:
"Che dici, li facciamo 4 chili e mezzo?"
"Ma no, come ti viene in mente?"

Sono diventati 4.750 con Ennio. Orso un po' meno, ma era anche nato tre settimane abbondanti prima del fratello. Pr dire, se hai culo e tutto va più o meno bene il moto di fede basta e avanza.

Ordiniamo un altro giro. E lì le cose diventano davvero interessanti. Si parla di preliminari.

Una delle signore una volta, esaurita la solita routine, ha fatto presente al marito se non stavano facendo qualcosa di sbagliato. Non so, fa lei, ma tutte quelle storie di gente che si titilla per due ore prima di arrivare al dunque.

"Sciocchezze", fa il marito, già in posizione flessione con il bicipite turgido, che della posizione del missionario c'è da dire di buono che tira fuori quel bel muscoletto esterno piccolo e tondo così carino da coccolare "la media è 6 minuti".

Ma è terribile, non ci si crede, fa la povera, ma sa anche che quanto a statistiche il marito quelle che sa non sbaglia mai, ci spiega. E un rapido calcolo silenzioso da parte delle presenti, che non hanno approfondito la cosa, deve aver portato grosso modo alle stesse conclusioni. Meglio tacere e berci sopra, fosse pure un the alla menta.

"Tanto", le fa lui prima di immergersi "i tuoi di preliminari durano 2 settimane".

Che per fortuna era un marito a me sconosciuto, quello citato, che a volte poi non riesci più a rimanere seria quando incontri un uomo in società.

A quel punto era d'uopo ordinare il quarto giro.

Poi mi è scaduto il parcheggio e sono scappata via, ma chissà cosa non mi sono persa. Che queste serate di madri in libera uscita, sono una cosa tremenda.

giovedì 8 ottobre 2009

Abruzzo in Piemonte il 15 ottobre

La cifra 3.32 a voi cosa fa venire in mente? A molti di noi il momento in cui è stato registrato il sisma del 6 aprile all'Aquila. Per questo 3 e 32 è il nome che uno dei comitati cittadini dell'Aquila si sono dati per portare avanti le loro richieste: 100% trasparenza e ricostruzione del centro storico.

O, come spiegano meglio loro: Comitato 3.32: l’ora dell’apocalisse, ma anche l’ora della ripartenza per L’Aquila. Il nome e il comitato sono nati su iniziativa di un gruppo di giovani. All’inizio doveva chiamarsi “Comitato per la rinascita dell’Aquila” poi si e’ deciso di optare per l’ora della scossa che ha distrutto la citta.
“Vogliamo ripartire proprio da quell’istante”

Grazie a Odilia di TRA ME, conosciuta incidentalmente per quelle trame sotterranee tra blogger (e grazie a Giuliana che me l'ha 'presentata'), il 15 ottobre a Carignano si terrà una serata dedicata all'Abruzzo chiamata

... a proposito diterremoto! con un incontro con il Comitato 3.32 dell'Aquila.

Alberto Puliafito – regista di IK Produzioni di Torino, presenta il suo film
“Yes, we camp – appunti sul cratere”
immagini, testimonianze, voci dalle tendopoli, dal G8 ad oggi.

Inoltre verrà presentato in contumacia, nel senso che purtroppo non potrò esserci,

STATALE 17
storie minime transumanti
di Barbara SUMMA - ÉXÒRMAEDIZIONI

(ne avevate già sentito parlare di questo libro, vero?)

Però, chissà, magari potrà esserci qualcuno di voi. Quanto a me spero davvero di poterci arrivare prima o poi anch'io, per conoscerci dal vero e ringraziarvi per lo spazio che state dando a una storia raccontata, finora, molto ma molto male dai media.

Spero che Alberto possa raccontarvi cosa sono stati esattamente questi ultimi mesi nel cratere. Io invece nel libro racconto com'era. E Animapunk che l'ha letto, ne ha già fatto una recensione in cui mi ritrovo molto.

Quindi, riassumento, appuntamento il 15 ottobre 2009 alle 20.30 PRECISE (oh, sono sabaudi questi) presso:

TRA ME
Via S .Pellico 34/c – CARIGNANO

E salutatemeli voi.

Sembra inoltre che il 16 la bottega del commercio equo e solidale di Trofarelloe e il 17 ottobre a Cirié altri due centri presenteranno lo stesso programma. Appena li ho vi segnalo i dettagli.

La fuga dei talenti: raccontate la vostra storia

Vi ricordate tutte le voci (false e tendenziose, naturalmente) sul fatto che molti, in particolare giovani, vanno via dall'Italia in cerca di migliori condizioni di lavoro e carriera altrove?

Su questo tema Sergio nava ha pubblicato un libro e un blog e cerca le storie di altri italiani emigrati per mantenere desta l'attenzione su questo punto.

Un elemento che nelle discussioni in Italia sull'argomento non viene mai fuori è anche questo: intanto in Italia la discrepanza tra chi si iscrive a un'università e chi ne esce con una laurea è una delle più basse tra i paesi avanzati. Cos'è che non funziona?

Non dico che una persona che studia per 3-4- anni e poi per i tanti motivi della vita, che possono essere di natura squisitamente personale piuttosto che accademici, non si laurea, abbia sprecato il proprio tempo, perché tutto fa crescere e ci forma e indica una direzione in cui andare nella vita. però un lavoro al proprio livello fa poi fatica a trovarlo o se lo deve inventare.

Ma un l;aureato che ha studiato nel proprio paese e si costruisce una carriera altrove ci impoverisce tutti quanti: mantenere un'università 9e anche, visti i tempi, un sistema scolastico pubblico) decente, al passo con il livello di civiltà e benessere a cui siamo abituati, costa. costa denaro della collettività.

Il motivo per cui lo facciamo è perché un laureato che utilizzi le competenze che gli vengono dal percorso di studi per andare avanti, restituisce molto di più al mondo, alla propria azienda e alla società in generale di quanto abbiamo speso come collettività per permettegli di laurearsi.

E rendiamoci conto, parlo di quello che so, che alcuni corsi di laurea in italia hanno un tale fondamento teorico che magari in altri sistemi manca, che poi chi vuole fare il ricercatore all'estero in certi ambiti, è molto ambito rispetto ai laureati locali, che nelle loro università magari si privilegia quell'approccio pragmatico che ti permette si di trovare un lavoro con cui aprirti un mutuo, ma ti fa fare più faica se volessi fare ricerca pura.

Poi c'è magari un altro aspetto, per non fermarci solo ai laureati. Il fatto che all'estero, specialmente se ci vai perché gli stipendi sono più alti, sei più pronto a fare la gavetta, a cominciare come lavapiatti, per dire, e poi migliorarti. questo, senza andare troppo lontano, lo si vede molto bene con gli emigrati in Italia. Quante badanti o manovali hanno un diploma?

Io ho conosciuto un signore di mezza età che faceva il factotum in un'azienda agricola e nel tempo libero mi ha fatto dei lavori elettrici. Si scopre che è ingegnere elettrico appunto, ma gli stava bene lavorare alcuni anni in Italia come bracciante per comprarsi la casa.

"Cavolo", mi fa l'idraulico del paese quando gliel'ho detto, "ma allora non è uno stupido qualunque".

Difficile.Perché lo stupido qualunque se non ce lo portano le organizzazioni criminali come carne da macello, difficilmente va all'estero, qualsiasi sia il lavoro che fa.

Insomma, questa della fuga dei talenti all'estero per me è una discussione ancora aperta, quindi mi fa piacere dare spazio all'iniziativa di Sergio e se gli volete raccontare la vostra storia (o me la volete raccontare qui), ditecelo pure.

mercoledì 7 ottobre 2009

Rituali funebri nei Paesi Bassi

Bello, confortante e commovente ieri il funerale della nonna del capo. Diciamo che io mi ero fatta l'idea che tutti in un modo o nell'altro ci fossimo messi l'anima in pace: a 91 anni, con una vita che negli ultimi 2 anni le pesava, un passato di depressione, la malattia ecc. ma quanto tempo bisogna pur stare al mondo prima di adempiere ai propri doveri nei confronti della vita?

Alcune cose belle e che mi hanno colpito: la zia ha portato dei pennarelli colorti in modo che potessimo scrivere tutti un messaggio o un saluto sulla bara, semplice, di legno chiaro, coperta con cuscini di rose rosa.

Ennio ha firmato con tre cuoricini digradanti e Orso ha disegnato una macchina, il ponte e il suo nome con solo un'inversione di lettere.

I 4 nipoti, capo e fratelli, hanno portato la bara in chiesa e acceso i ceri intorno. Proprio in quel momento pronipotino unenne è caduto di brutto tra i banchi (anche Orso ha rischiato di cadere, perché eravamo tutti distratti dall'ingresso della bara) e con sua madre è scomparso per il rest del pomeriggio, ha fatto proprio un brutto boink, quello lo abbiamo sentito tutti, prima di mettersi a piangere.

Tutti con molto aplomb, ma vedevo la mascella di cognato 1 contrarsi regolarmente.

Poi il sacerdote ha letto dei brani sulla vita di Oma-mà, scritti da mia suocera e ad ogni momento saliente uno dei parenti saliva sull'altare ad accendere uno dei sette ceri nel candelabro. Orso lo ha fatto per primo con la nonna, Ennio ha acceso il suo e poi una seconda volta al posto di tante Trudi, la miglior amica e cugina di secondo o terzo grado di Oma, che non era in grado di farsi quei sette scalini ripidi senza corrimano.

Belli, compresi, sicuri, questi miei figli. Specie Ennio. Ma tutti i maschi Diga giovani erano elegantissimi e bellissimi in giacca e cravatta, che di solito sono così abituata a vederli circolare con le pezze al culo, che fa davvero impressione. ho persino detto a cognato 1 che deve assolutamente trovarsi un lavoro che preveda il doppiopetto, gli sta troppo bene (e fosse la volta che rimedia una fidanzata).

Poi siamo andati al crematorium, che lo so che è un nome che fa impressione, infatti sta un pochino ai bordi della città, tra un parco e gli alberi.

Abbiamo prima bevuto u caffé nella sala per la famiglia, arredata con due divani, un tavolone, con sedie, un frigo pieno di bevande.

Poi siamo entrati nell'Aula dove già si trovavano gli ospiti, la bara su un podietto circondata dai fiori, compresi quelli portati dagli ospiti, con una bella foto di Oma messa sopra.

Un minimo di direzione la vori lo faceva la signora delle pompe funebri, una trentenne bionda in gwssato pantalone, che ha dato il benvenuto a tutti anunciando che le figlie e i generi avrebbero letto qualcosa. Ha cominciato Genero 1, ringraziando e incartandosi in una cosa che non si è capita, e di fianco a me ho visto cognato 1 fare una smorfia, che non si capiva se quella che stava trattenendo fosse una risata o la botta di commozione.

Mia suocera ha raccontato un po' la vita di Oma, sua sorella delle vacanze che da bambine trascorrevano a Rockanje con due amici che loro chiamavano zia e zio in una fattoria.

Il capo e i suoi fratelli, cui la bionda aveva messo in mano una rosa a stelo lungo che poi hanno deposto sulla bara, hanno detto in breve cose loro, su quando erano bambini e andavano a trovarla. Tra un discoro e l'altro ci sono stati dei brani musicali scelti tra i CD di Oma, tra cui anche Con te partirò, che pare sia nella top 10 dei brani da funerale in Olanda.

(Il capo a suo tempo ne ha fatto la canzone della nascita di Ennio, cantandomela come Con te partorirò). ecco, l'i ho cominciato a piangere pure io, ma nelle pause altre persone si alzavano e andavano a scrivere un messaggio sulla bara, o lasciare dei fiori.

Poi, proprio mentre eravamo lì lì per metterci a piangere in coro, la bionda ha invitato tutti ad uscire lasciando per ultima la famiglia, o proponendo a tutti di cogliere l'occasione per un ultimo saluto. Così siamo passati tutti davanti alla bara, chi l'ha toccata, chi si è fermato, chi le ha mandato un saluto ad alta voce, e siamo passati nella saletta rinfreschi, con tavolini e seggioline in legno chiaro rivestite di stoffa lilla penitenzial-allegra.

Sono stati serviti caffé, rinfreschi, vino, bocconcini da aperitivo salato, che ormai con la logistica il pranzo era bello che saltato. Con mia suocera vlevamo andare noi per i vari tavoli a salutare, sua sorella invecew è rimasta lì quindi alla fine si è formata la fila di condolenti, abbiamo chiacchierato con qualcuno.

Io mi sono fatta presentare la suora che l'ha vegliata una notte la settimana scorsa, suor Teodolpha, che insieme alla signora van Damme che era lì con lei hanno conosciuto oma quando, dai 56 ai 65 anni ha lavorato come receptionista in una casa di riposo. Questo lo sapevo, e sapevo anche che l'avevano presa nonostante l'età (in Olanda gli stipendi salgono con l'età, quindi conviene sempre assumere persone giovani) proprio perché sapeva parlare molto bene con gli ospiti, che si andavano tutti a confidare con lei.

abbiamo incrociato dei parenti alla lontana che non conosco, tre sorelle più o meno mie coetanee che hanno vissuto da bambine nella strada e adesso ci vive ancora la madre.

Oma prima di andare a lavorare alla casa di riposo ha gestito per anni un negozio di giocattoli sopra al quale abitava, le bambine le ha tirate su lei da sola, e quindi era conosciuta in tutto il quartiere. Persino una volta che era andata in Romagna con tante Trudy negli anni '60 credo, la prima persona che ha beccato in spiaggiaera un suo ex cliente. E lei che sperava di farsi una vacanza staccando dal quotidiano.

Insomma, quello che è emerso da tutti i ricordi è che Oma era una donna con tanti racconti e anche se a volte si ripeteva ("Questa però te l'avevo già raccontata, vero?"), come ha detto il capo nella sua orazione funebre, anche ripetuta rimaneva una bella storia.

Prima o poi racconteremo anche queste storie qui.

Poi dopo il rinfresco, siamo tornati nella casa di riposo, non siamo neanche saliti nell'appartamento, ma ci siamo arenati al ristorante a prezzi popolari del pianoterra, abbiamo fatto un brindisi, cenato e chiacchierato. Come in tutti i bei funerali di famiglia che si rispettino.

martedì 6 ottobre 2009

Sensazioni tattili

L'ho visto. L'ho toccato. Devo restituirlo, ma ieri mi sono finalmente letta la copia di Statale 17 che Marina ha riportato dall'Italia (le ho telefonato mentre stava per le scale con il valigione).

E spero che stasera Paola me ne porti una copia mia, che le poste, signora mia, non sono più i tempi.

OT: Ieri toccata e fuga con Pizza da Pizza Taxi, c'era una famiglia con una tipa di qualche TV che per una serie di bambini di cinque anni che sanno fare qualcosa di particolare stava torturando una bimba che parlava italiano e doveva ordinare una pizza e da bere al signor Romano e Paolo.

Io ne avevo un altro di bambino di cinque anni che sapeva parlare italiano, ma per fortuna non me l'hanno cagato.

Veramente, i giornalisti della televisione sono così coglioni a volte. Da rifiutarti di mettergli in mano dei bambini, tanto non sanno come gestirli (questa era una ragazza giovane, ma davvero, meglio che faccia reportage che non metterla in un doposcuola).

E Marina ha riportato a Orso la maglietta di Ronaldinho, che adesso ce l'ha anche lui l'uniforme. Ora tocca comprargli la tuta invernale.

lunedì 5 ottobre 2009

Interviste ad Amsterdam durante la manifestazione di sabato

La parte in olandese è un'intervista a Judith Sargentini, europarlamentare olandese. Ma trovo che anche le solite cose dette e ridette sia interessante risentirle dalla voce degli italiani d'Olanda.