Ieri, a parte il baccanale con i corsisti sommelier con cui ho concluso la giornata (grazie Giovanni), siamo anche andati ai colloqui con le maestre per le ultime pagelle, e per incastrare il tutto, per la prima volta in vita nostra abbiamo cenato allo snackbar.
I bambini con hot-dog, patatine e tanto maio e ketchup, il capo con un piatto misto di nasi goreng vegetariano che non era affatto male e io un panino al baccalà piccante.
Ennio, dice la maestra, è cresciuto, sicuro si sé e basta dargli una pila di compiti che si diverte. In matematica ha tutti A, in lettura/scrittura/dettato ha B, scrive i dettati con una calligrafia chiara e bellissima che né io né sicuramente suo padre abbiamo mai avuto.
Legge a livello AVI 5 (un sistema che calcola la velocità di lettura). La volta scorsa era AVI 2, che è anche il livllo previsto per la sua classe.
In 4 volte un minuto ha fatto 85 somme. Io ho deciso che finché ha questo periodo da spugna, che si diverte a leggere e fare compiti, voglio dargliene un sacco e fargli leggere un mucchio di cose. Non vedo l'ora, quando verremo in Italia e tirerò fuori la pila dei miei libri d'infanzia. e devo cominciare a leggergli le avventue di Tom Sawyer, come fece mamma con me in catenandomi indissolubilmente alle gioie dei libri.
L'unica cosa è che continua a fare il clown per mettersi in mostra e poi non sa smettere. Ma passerà, credo.
Orso invece come concentrazione è persino peggiorato, ma non è sempre assente, altenra i momenti di interesse ed entusiasmo per qualcosa a quelli in cui proprio non gliene importa niente di un compito e riesce a non farlo.
È spesso assente in un mondo tutto suo, salvo dimostrare alla fine che in realtà ha seguito tutto. avevano fatto per esempio tutta una discussione su cosa portarsi in vacanza, e lui guardava fuori dalla finestra senza filarsi nessuno. Alla fine si è alzato, è andato dalla maestra e le ha detto:
"Maestra, in realtà in vcnza biogna portarsi i soldi" e guarda un po', a questo non aveva pensato nessuno.
Io credo che Orso stia cercando un suo ruolo nel mondo in questo momento, cosa che gli prende tutte le sue energie. Poi è comunque un osservatore e in tutta la sua assenza e distrazione sa benissimo cosa gli succede intorno e reagisce ad hoc. Me lo ha detto anche l'insegnante di percussioni: sembra che a lezione non faccia nulla e sia completamente assente, poi se deve suonare la sequenza che hanno provato, la sa.
E allora chissenefrega se fa le cose a modo suo.
Dopi l'estate la sua maestra principale, buona e cara ma che io sospetto dell'empatia sbagliata verso certi tipi di bambino, non torna a scuola e il suo ruolo lo prende juf Tineke, una nuova che adesso affianca la maestra capo, e che è molto più dolce e comprensiva, e credo che on lei Orso riuscirà ad aprirsi di più. Anche perché un'estate passata a crescere e a vivere a quest'età fa miracoli.
Sul baccanale dirò meglio quando Beppe mi avrà mandato le foto. Basti dire che ho passato la sera con lui e Nicoletta a parlare di sesso, mentre il giovane bonazzo intontiva una donzella che pendeva dalle sue labbra con la sua erudizione enologica (ma baciala, mi veniva da dirle, cosa stai lì a parlare di chiavennasca), le bionde erano diventate tutte rosee, che la carnagione chiara questo fa, che la mia finta mousse al cioccolato light e molecolare è piaciuta moltissimo e la rifaccio bianca questo weekend per Graz e Co che andremo a trovare ad Ameland.
Il discorso sesso, in realtà, da un lato era una conversazione tra uno scorpione e una tora, che come noto sono dei trombini che lévati, e una gemeli he come è ancora più noto di sesso parla, ma farlo no, che si suda. Dall'altro, lo dico, aveva una motivazione scientifica, perché per il manuale del neopadre vorrei fra poco affrontare il discorso del sesso in gravidanza, che tante le panze, tanti i pareri.
Quindi richiesta formale, per una buona causa: raccontatemi come lo avete vissuto voi. Che sennò questi neopadri mi si scoraggiano.
martedì 16 giugno 2009
domenica 14 giugno 2009
Neopadre 7 o dell'allattamento
Alors, alors, uno può anche chiedersi a questo punto: che ci ho a che fare io, padre con l'allattamento che insieme a un altro paio di dettagli tecnici su cui ora è inutile soffermarsi, è proprio una di quelle cose che nessuno mi richiede? eee, beato te.
Innanzitutto serve come cultura generale. Poi serve se ti sta a cuore la salute fisica e psichica di madre e figlio. Poi perché tutto quello che fai in questo senso ti vale tanti di quei punti di bonus che alla fine non sai neanche cosa farci. E poi, e poi, leggi e impara, va.
Non sottovalutare mai, neopadre, quanto nell'immaginario collettivo la madre venga vista in funzione di nutrice. Pensa alla frase: il bambino non MI mangia. Tu diresti una cosa sana del tipo; se non mangia ha mangiato o mangerà, qual'è il problema.
La madre invece va in crisi esistenziale, il bambino non mangia per fare dispetto a lei, per mettere in discussione il suo ruolo nell'universo e com'è, come non è, la chiamano self-fulfilling prophecy, ci riesce pure a farle venire il dubbio di essere una cattiva madre, cosa dico cattiva madre, no, peggio della matrigna di Biancaneve ecc. ecc.
A quel punto a me è servita moltissmo mia suocera che i giorni che arrivavo dicendo: non ha mangiato, mi imponeva di farle l'elenco di cosa avesse mandato giù. E allora, la poppata del mattno, una mezza mela, tre cucchiaini di yogurth, una galletta di riso, mi dimostrava che mangiare aveva mangiato e che se per una volta non aveva mangiato cucinato, l'importante è che beva, acqua e latte preferibilmente, e riempia tanti pannolini e finché c'è piscio c'è speranza. Ecco, fate anche voi così.
Però si diceva l'allattamento, allo svezzamento ancora non ci arriviamo e finora lo spartiacque è semplice: allattamento al seno o in biberon?
Io sono una stakanovista della tetta, lo dico subito. Manco mi è servita la Leche League, io da prima ancora di avere figli avevo deciso che li avrei allattati esclusivamente al seno e fino a un anno, un anno e mezzo, se ci riuscivo. E stronza come sono, ho fatto di tutto per arrivarci, a costo di schiantarmi. Il che non ha fato bene a me, non ha fatto bene al capo, e di riflesso, ha messo in crisi un po' tutta la famiglia.
Con il senno di poi ho imparato due cose: la primA È CHE DECIDERE SE ALLATTARE AL SENO O MENO È UNA DECISIONE PERSONALISSIMA DELLA MADRE. Sempre che sia una decisione meditata, cioè, non basata su palle e pipe mentali. Quindi il secondo punto è di aiutare la madre materialmente a portare avanti la propria decisione, e se del caso, cambiarla, senza sfinirsi per strada.
Allattare è una fatica fisica enorme, peggio che la miniera. Non ce lo scordiamo mai.
Quindi sfatiamo una serie di false motivazioni:
1) non è vero che se hai il seno piccolo avrai poco latte. Palle. Ho sentito di una ginecologa che diceva una cosa del genere e francamente, l'avesse detto a me la denunciavo all'ordine. Le dimensioni del seno prima del parto non hanno la benché minima influenza sulla quantità di latte prodotta.
2) lo stress e le pippe mentali si, invece e c'è una correlazione diretta e immediata tra questi e la stanchezza e il calo di produzione.
3) non è vero che allattare rovina il seno. Chi si ritrova dopo un figlio le classiche bustine del te ci era predisposta, che abbia o meno allattato. Io ho una coppa E, ho allattato due volte ad oltranza due autentiche idrovore e giuro sulla santa del Topless che non è stato quello il risultato (tanto la foto non la pubblico e mi dovete credere sulla parola, o chiedere a mio marito che è altro 1,98 e pesa oltre i 120 kg, il peso preciso non me lo vuole dire)).
Altre amiche che si sono rifiutate di allattare con questa motivazione si sono comunque ritrovate le bustine da te penzolanti, a riprova che dio esiste e punisce la stupidità.
Però, ripeto, se una donna non si sente di allattare perché:
1) le fa senso (e qui direi: rispettiamolo, ma sarebbe anche sano chiedersi da dove le viene, e lavorarci sopra, perché non per allattare, ma almeno per migliorare il tuo rapporto con il tuo corpo e quello che rappresenta per te, fa sempre bene anche a 80 anni)
2) perché ha avuto un avvio sbagliato e le sono venute le ragadi (dio, le ragadi) e le fa un male bestia (quando le ho avute ogni volta che allattavo capivo perfettamente la gente torturata con le scariche elettriche e non esagero neanche per un grammo)
3) è stanca, depressa, non le prende bene, fa fatica ad adattarsi al ruolo di nutrice
È UN SUO SACROSANTO DIRITTO SCEGLIERE DI NON ALLATTARE E PACE.
Cero, per il bambino l'allattamento al seno è comunque la cosa migliore, e per la madre anche, perché aiuta all'utero a riprendere le dimensioni originarie, aiuta spesso a perdere i chili di troppo messi su in gravidanza, soddisfa tutta una serie di compensazioni psicologiche, quando è così. di motivi a favore dell'allattamento al seno ne trovate quanto ne volete e sono tutti ottimi e validi.
Io ci metto quelli logistici: se anche con un bambino piccolo al seguito vuoi andare, venire, fare e brigare, una riserva di tetta, anche fino a 2 anni, fa sempre comodo. Mica serve chissà che: basta la ciucciatina del buongiorno e quella della buonanotte, che così ci spicciamo meglio anche questi due momenti fondamentali della giornata.
Con Orso di 2 mesi e mezzo ho fatto con la massima comodità un press tour 3 mesi dopo e la presentazione di un libro con pernottamento non pianificato. Lisci come l'olio (ma era il secondo e avevo imparato un paio di trucchi).
Ma la salute della madre ha il sopravvento e come padre tu ti tanto devi fare i fatti tuoi. Non dimenticare quelo che dicevo: alla donna incinta e alla puerpera, che sono tanto fragili in questi periodi, anche una parola sbagliata scatena paure, sensi di colpa e pippe mentali varie. Bisogna quindi essere estremamente cauti nel dire checchessia. e il padre, non essendo lui quello che allatta, deve sostenerla ed aiutarla in questo senza però dire la sua troppo direttamente.
E bisogna uscire dal binarismo: tetta/latte artificiale, perché la vita propone tante soluzioni intermedie.
A posteriori, questo è quello che io avrei fatto di diverso: Ennio è nato di 4750 gr ed affamatissimo, e tutti subito a controllargli gli zuccheri e prevedere che avremmo per definizione dovuto dargli del latte in aggiunta al mio, che mai ne avrei prodotto abbastanza.
A parte che dal momento che l'allattamento è avviato (e ci vuole poco a farlo partire bene o male) è la domanda del bambino a stimolare l'offerta. Se mi avessero lasciata in pace senza prescrivermi il latte artificiale probabilmente avremmo trovato prima i nostri ritmi.
In realtà ero sommersa di consigli, a volte anche contraddittori tra di loro e il fatto di scollare i ritmi di Ennio da quelli del mio corpo, con l'intervento delle poppate extra di latte artificiale, non aiutava a trovare un ritmo nostro.
Grazie alla mia cocciutaggine e al mito dell'allattamento che avevo, alla fine sono andata da un'esperta della lattazione e ho deciso di seguire solo quelo che mi consigliava lei, ignorando ostetrica, puericultrice, nonna medico ed altri esperti, perché una linea devi seguire, e cercare di farlo con coerenza.
Lì ci siamo messi a posto. Ma chiunque altro entro la nostra prima settimana avrebbe rinunciato ad alattare, avevo le ragadi alla seconda poppata, per dire, prima ancora della montata lattea.
A posteriori, visto che comunque gli davamo il 'dessert' di latte artificiale, sarebbe stato più furbo risparmiare a me una poppata notturna in favore del sonno, e far allattare Ennio con il biberon a qualcun altro. Mia madre non mi ha detto altro, ma non le davo retta.
Un'altra cosa era che data la stanchezza enorme, la depressione ecc. a volte nei momenti di maggior stress mi calava la produzione. Quello che qui mi ha aiutata è stato il tiralatte. Anzi, nei momenti di calo mi affittavo per un paio di giorni quello elettrico, e con quel minimo di stimolazione extra rimettevo in carreggiata la produzione.
Quando invece la bestia mi teneva un'ora e mezzo ad allattarlo, per poi allo scadere della terza ora richiedere a gran voce l'inizio della poppata prevista, e io con i patemi, usare il tiralatte mi ha dimostrato che in 5 minuti usciva la quantità di cui aveva bisogno per mangiare e tutto il resto erano ciucciatine di coccola, che però otevo anche dargli un ciuccio e dormire quell'oretta in più. Una pippa mentale in meno.
La produzione, notate il termine che uso: questa è stata, psicologicamente, la cosa che mi ha fatto patire di più. Non ero più una persona completa, ero ridotta a una mucca. Esistevo in quanto produttrice di latte.
Madonna, quanto ci ho patito, non lo sopportavo proprio. Per dire, bastava una montatina lattea quelle che ti fanno bagnare la maglietta, per sentire ondate di disgusto enormi, verso di me, il mio corpo, il latte. Probabilmente, anche se non l'ho mai ammesso, verso la causa principale di tutto ciò.
Eppure a me i miei figli hanno migliorato la vita, fin dal primo secondo in cui ero consapevolmente incinta. Però questa cosa della fabbrica di latte, la prima volta ho fatto una gran fatica, la seconda volta uscivo allora allora da una lunga depressione post-natale, avevo due anni di sonno arretrato, avevo un bambino che aveva appena iniziato a camminare da seguire, francamente ci sono passata sopra più facilmente, solo perché avevo priorità di sopravvivenza più urgenti.
Un altro punto di disagio era la sensazione di essere in trappola. La mia vita e la mia giornata erano spezzettate in intervalli di tre ore. Non potevo muovermi, non potevo allontanarmi, avevo il panico (ed abitavo nella zona meno servita della città, per qualsiasi cosa dovevo allontanarmi di almeno 2 km. senza macchina e con una linea autobus perennemente in ritardo) del rientro.
Non ho mai chiesto aiuto, ero fatta così. Anzi, se me ne offrivano, lo rifiutavo per principio. Mio marito da questo periodo ha imparato a prendere anche delle decisioni per mio conto ed è quello forse che ti tocca fare come padre: da un lato non puoi intervenire nelle decisioni sull'allattamento della neomadre, per non scatenarle tutto il casino di sensi di colpa e "sono una cattiva madre perché non nutro mio figlio come si deve a costo di rimanerci secca".
Dall'altro sei quello che pensa lucidamente e devi aiutare lei a farlo. Il mio consiglio è di offrirle il tuo sostegno incondizionato, farle capire per bene che quel figlio l'avete fatto in due e tu sei lì per farle da sparring parnter, riconoscere che a livello emotivo e fisico lei si sta facendo un culo a capanna, che allattare`comporta una fatica fisica peggio che stare in miniera.
Per i primi mesi almeno, entra nell'ordine delle idee che il semplice fatto di allattare a richiesta un bambino è il triplo di fatica fisica di tutto il resto che puoi fare tu: lavorare, mandare avanti la casa e accudire la madre permettendole di riposarsi o rilassarsi a modo suo.
Siici e convincila che ci sei per lei. Coraggio, hai nove mesi per farlo, non dicendoglielo, ma facendolo. Facilitandola fin da ora nella fatica fisica extra che fa per il semplice fatto di portare avanti la circolazione di due organismi.
Insomma, questa cosa che la madre ha fatto il figlio e se lo deve gestire da sola è un concetto non solo sbagliato, ma pure recente. Una volta le madri tornavano a partorire a casa dei genitori, e pure al paese natio se si sposavano fuori, proprio per avere tutto il sostegno della famiglia allargata e non dedicarsi ad altro che allattare. Il resto lo facevano la madre, le zie le sorelle, le cugine.
Ricordiamoci che un bambino è patrimonio collettivo, quindi tutti possono fare la propria parte, fermo restando che le decisioni fondamentali spettano ai genitori. Se solo tornassimo a questo, quanto sarebbe meglio per tutti.
Innanzitutto serve come cultura generale. Poi serve se ti sta a cuore la salute fisica e psichica di madre e figlio. Poi perché tutto quello che fai in questo senso ti vale tanti di quei punti di bonus che alla fine non sai neanche cosa farci. E poi, e poi, leggi e impara, va.
Non sottovalutare mai, neopadre, quanto nell'immaginario collettivo la madre venga vista in funzione di nutrice. Pensa alla frase: il bambino non MI mangia. Tu diresti una cosa sana del tipo; se non mangia ha mangiato o mangerà, qual'è il problema.
La madre invece va in crisi esistenziale, il bambino non mangia per fare dispetto a lei, per mettere in discussione il suo ruolo nell'universo e com'è, come non è, la chiamano self-fulfilling prophecy, ci riesce pure a farle venire il dubbio di essere una cattiva madre, cosa dico cattiva madre, no, peggio della matrigna di Biancaneve ecc. ecc.
A quel punto a me è servita moltissmo mia suocera che i giorni che arrivavo dicendo: non ha mangiato, mi imponeva di farle l'elenco di cosa avesse mandato giù. E allora, la poppata del mattno, una mezza mela, tre cucchiaini di yogurth, una galletta di riso, mi dimostrava che mangiare aveva mangiato e che se per una volta non aveva mangiato cucinato, l'importante è che beva, acqua e latte preferibilmente, e riempia tanti pannolini e finché c'è piscio c'è speranza. Ecco, fate anche voi così.
Però si diceva l'allattamento, allo svezzamento ancora non ci arriviamo e finora lo spartiacque è semplice: allattamento al seno o in biberon?
Io sono una stakanovista della tetta, lo dico subito. Manco mi è servita la Leche League, io da prima ancora di avere figli avevo deciso che li avrei allattati esclusivamente al seno e fino a un anno, un anno e mezzo, se ci riuscivo. E stronza come sono, ho fatto di tutto per arrivarci, a costo di schiantarmi. Il che non ha fato bene a me, non ha fatto bene al capo, e di riflesso, ha messo in crisi un po' tutta la famiglia.
Con il senno di poi ho imparato due cose: la primA È CHE DECIDERE SE ALLATTARE AL SENO O MENO È UNA DECISIONE PERSONALISSIMA DELLA MADRE. Sempre che sia una decisione meditata, cioè, non basata su palle e pipe mentali. Quindi il secondo punto è di aiutare la madre materialmente a portare avanti la propria decisione, e se del caso, cambiarla, senza sfinirsi per strada.
Allattare è una fatica fisica enorme, peggio che la miniera. Non ce lo scordiamo mai.
Quindi sfatiamo una serie di false motivazioni:
1) non è vero che se hai il seno piccolo avrai poco latte. Palle. Ho sentito di una ginecologa che diceva una cosa del genere e francamente, l'avesse detto a me la denunciavo all'ordine. Le dimensioni del seno prima del parto non hanno la benché minima influenza sulla quantità di latte prodotta.
2) lo stress e le pippe mentali si, invece e c'è una correlazione diretta e immediata tra questi e la stanchezza e il calo di produzione.
3) non è vero che allattare rovina il seno. Chi si ritrova dopo un figlio le classiche bustine del te ci era predisposta, che abbia o meno allattato. Io ho una coppa E, ho allattato due volte ad oltranza due autentiche idrovore e giuro sulla santa del Topless che non è stato quello il risultato (tanto la foto non la pubblico e mi dovete credere sulla parola, o chiedere a mio marito che è altro 1,98 e pesa oltre i 120 kg, il peso preciso non me lo vuole dire)).
Altre amiche che si sono rifiutate di allattare con questa motivazione si sono comunque ritrovate le bustine da te penzolanti, a riprova che dio esiste e punisce la stupidità.
Però, ripeto, se una donna non si sente di allattare perché:
1) le fa senso (e qui direi: rispettiamolo, ma sarebbe anche sano chiedersi da dove le viene, e lavorarci sopra, perché non per allattare, ma almeno per migliorare il tuo rapporto con il tuo corpo e quello che rappresenta per te, fa sempre bene anche a 80 anni)
2) perché ha avuto un avvio sbagliato e le sono venute le ragadi (dio, le ragadi) e le fa un male bestia (quando le ho avute ogni volta che allattavo capivo perfettamente la gente torturata con le scariche elettriche e non esagero neanche per un grammo)
3) è stanca, depressa, non le prende bene, fa fatica ad adattarsi al ruolo di nutrice
È UN SUO SACROSANTO DIRITTO SCEGLIERE DI NON ALLATTARE E PACE.
Cero, per il bambino l'allattamento al seno è comunque la cosa migliore, e per la madre anche, perché aiuta all'utero a riprendere le dimensioni originarie, aiuta spesso a perdere i chili di troppo messi su in gravidanza, soddisfa tutta una serie di compensazioni psicologiche, quando è così. di motivi a favore dell'allattamento al seno ne trovate quanto ne volete e sono tutti ottimi e validi.
Io ci metto quelli logistici: se anche con un bambino piccolo al seguito vuoi andare, venire, fare e brigare, una riserva di tetta, anche fino a 2 anni, fa sempre comodo. Mica serve chissà che: basta la ciucciatina del buongiorno e quella della buonanotte, che così ci spicciamo meglio anche questi due momenti fondamentali della giornata.
Con Orso di 2 mesi e mezzo ho fatto con la massima comodità un press tour 3 mesi dopo e la presentazione di un libro con pernottamento non pianificato. Lisci come l'olio (ma era il secondo e avevo imparato un paio di trucchi).
Ma la salute della madre ha il sopravvento e come padre tu ti tanto devi fare i fatti tuoi. Non dimenticare quelo che dicevo: alla donna incinta e alla puerpera, che sono tanto fragili in questi periodi, anche una parola sbagliata scatena paure, sensi di colpa e pippe mentali varie. Bisogna quindi essere estremamente cauti nel dire checchessia. e il padre, non essendo lui quello che allatta, deve sostenerla ed aiutarla in questo senza però dire la sua troppo direttamente.
E bisogna uscire dal binarismo: tetta/latte artificiale, perché la vita propone tante soluzioni intermedie.
A posteriori, questo è quello che io avrei fatto di diverso: Ennio è nato di 4750 gr ed affamatissimo, e tutti subito a controllargli gli zuccheri e prevedere che avremmo per definizione dovuto dargli del latte in aggiunta al mio, che mai ne avrei prodotto abbastanza.
A parte che dal momento che l'allattamento è avviato (e ci vuole poco a farlo partire bene o male) è la domanda del bambino a stimolare l'offerta. Se mi avessero lasciata in pace senza prescrivermi il latte artificiale probabilmente avremmo trovato prima i nostri ritmi.
In realtà ero sommersa di consigli, a volte anche contraddittori tra di loro e il fatto di scollare i ritmi di Ennio da quelli del mio corpo, con l'intervento delle poppate extra di latte artificiale, non aiutava a trovare un ritmo nostro.
Grazie alla mia cocciutaggine e al mito dell'allattamento che avevo, alla fine sono andata da un'esperta della lattazione e ho deciso di seguire solo quelo che mi consigliava lei, ignorando ostetrica, puericultrice, nonna medico ed altri esperti, perché una linea devi seguire, e cercare di farlo con coerenza.
Lì ci siamo messi a posto. Ma chiunque altro entro la nostra prima settimana avrebbe rinunciato ad alattare, avevo le ragadi alla seconda poppata, per dire, prima ancora della montata lattea.
A posteriori, visto che comunque gli davamo il 'dessert' di latte artificiale, sarebbe stato più furbo risparmiare a me una poppata notturna in favore del sonno, e far allattare Ennio con il biberon a qualcun altro. Mia madre non mi ha detto altro, ma non le davo retta.
Un'altra cosa era che data la stanchezza enorme, la depressione ecc. a volte nei momenti di maggior stress mi calava la produzione. Quello che qui mi ha aiutata è stato il tiralatte. Anzi, nei momenti di calo mi affittavo per un paio di giorni quello elettrico, e con quel minimo di stimolazione extra rimettevo in carreggiata la produzione.
Quando invece la bestia mi teneva un'ora e mezzo ad allattarlo, per poi allo scadere della terza ora richiedere a gran voce l'inizio della poppata prevista, e io con i patemi, usare il tiralatte mi ha dimostrato che in 5 minuti usciva la quantità di cui aveva bisogno per mangiare e tutto il resto erano ciucciatine di coccola, che però otevo anche dargli un ciuccio e dormire quell'oretta in più. Una pippa mentale in meno.
La produzione, notate il termine che uso: questa è stata, psicologicamente, la cosa che mi ha fatto patire di più. Non ero più una persona completa, ero ridotta a una mucca. Esistevo in quanto produttrice di latte.
Madonna, quanto ci ho patito, non lo sopportavo proprio. Per dire, bastava una montatina lattea quelle che ti fanno bagnare la maglietta, per sentire ondate di disgusto enormi, verso di me, il mio corpo, il latte. Probabilmente, anche se non l'ho mai ammesso, verso la causa principale di tutto ciò.
Eppure a me i miei figli hanno migliorato la vita, fin dal primo secondo in cui ero consapevolmente incinta. Però questa cosa della fabbrica di latte, la prima volta ho fatto una gran fatica, la seconda volta uscivo allora allora da una lunga depressione post-natale, avevo due anni di sonno arretrato, avevo un bambino che aveva appena iniziato a camminare da seguire, francamente ci sono passata sopra più facilmente, solo perché avevo priorità di sopravvivenza più urgenti.
Un altro punto di disagio era la sensazione di essere in trappola. La mia vita e la mia giornata erano spezzettate in intervalli di tre ore. Non potevo muovermi, non potevo allontanarmi, avevo il panico (ed abitavo nella zona meno servita della città, per qualsiasi cosa dovevo allontanarmi di almeno 2 km. senza macchina e con una linea autobus perennemente in ritardo) del rientro.
Non ho mai chiesto aiuto, ero fatta così. Anzi, se me ne offrivano, lo rifiutavo per principio. Mio marito da questo periodo ha imparato a prendere anche delle decisioni per mio conto ed è quello forse che ti tocca fare come padre: da un lato non puoi intervenire nelle decisioni sull'allattamento della neomadre, per non scatenarle tutto il casino di sensi di colpa e "sono una cattiva madre perché non nutro mio figlio come si deve a costo di rimanerci secca".
Dall'altro sei quello che pensa lucidamente e devi aiutare lei a farlo. Il mio consiglio è di offrirle il tuo sostegno incondizionato, farle capire per bene che quel figlio l'avete fatto in due e tu sei lì per farle da sparring parnter, riconoscere che a livello emotivo e fisico lei si sta facendo un culo a capanna, che allattare`comporta una fatica fisica peggio che stare in miniera.
Per i primi mesi almeno, entra nell'ordine delle idee che il semplice fatto di allattare a richiesta un bambino è il triplo di fatica fisica di tutto il resto che puoi fare tu: lavorare, mandare avanti la casa e accudire la madre permettendole di riposarsi o rilassarsi a modo suo.
Siici e convincila che ci sei per lei. Coraggio, hai nove mesi per farlo, non dicendoglielo, ma facendolo. Facilitandola fin da ora nella fatica fisica extra che fa per il semplice fatto di portare avanti la circolazione di due organismi.
Insomma, questa cosa che la madre ha fatto il figlio e se lo deve gestire da sola è un concetto non solo sbagliato, ma pure recente. Una volta le madri tornavano a partorire a casa dei genitori, e pure al paese natio se si sposavano fuori, proprio per avere tutto il sostegno della famiglia allargata e non dedicarsi ad altro che allattare. Il resto lo facevano la madre, le zie le sorelle, le cugine.
Ricordiamoci che un bambino è patrimonio collettivo, quindi tutti possono fare la propria parte, fermo restando che le decisioni fondamentali spettano ai genitori. Se solo tornassimo a questo, quanto sarebbe meglio per tutti.
venerdì 12 giugno 2009
Cosa ci insegna tutto ciò?
Sembra una cosa banale, e sembra uno di quei casi in cui i genitori difendono i desideri del figlio contro le decisioni della scuola, una situazione che io trovo sempre deleteria ma che succede, che non siamo angeli.
Però sia io che il capo (e soprattutto lui, nella mia interpretazione, perché si sente in colpa, visto che è lui quello che per evitare rogne al lavore è partito tardi, si è incastrato nel traffico ed è arrivato tardi) non siamo affatto d'accordo con la decisione della scuola di non dare la medaglia ai bambini per aver saltato una delle 4 sere di marcia.
Orso l'ha presa con filosofia ("allora la compriamo, però io ne voglio una gialla come quella della scuola perché mi piace").
Ennio invece ci patisce moltisimo, un po' perché è nel suo carattere, un po' perché era così contento di fare questa marcia per la medaglia, visto che quella di nuoto l'ha persa il giorno stesso e per lui era una rivalsa. A lui la nostra medaglia di consolazione non interessa, lui voleva quella dei suoi amici e riceverla insieme a loro.
E lì facciamo un po' fatica a fare i genitori, perché io gli dò pienamente ragione, ma come glielo motivo?
Questa situazione aveva già iniziato a dar vita a una serie di "cattivi insegnamenti" da parte nostra, tipo: se stai zitto e non lo dici a nessuno che non siamo andati, vedrai che non ci fanno caso. Sapevano che li raggiungevamo per strada, ed ero disposta a mentire: eravamo dietro, in fondo, insieme a un'altra scuola. C'erano migliaia di partecipanti, avrebbe retto.
Solo che Ennio è patologicamente incapace di mentire e in un certo senso ci assomiglia, siamo così (fatti salvi i casi in cui la vita ti insegna un po' di diplomazia).
E già mi facevo il patema teorico se fosse un bell'insegnamento da dare a tuo figlio, ma il fine giustifica i mezzi. E il fine era la medaglia, questo era chiaro.
Io cercavo di buttarla su quello che credo sia poi lo scopo di organizzare una cosa del genere: farsi una bella camminatona, scoprire pezzi di città ai confini tra città e fuori, farlo insieme ai propri amici e loro genitori per aumentare lo spirito di coesione, e tutte queste belle cose. amore, ci siamo divertiti tutti insieme l'importante è questo.
Si, domani. e cosa gli rispondo quando ha chiesto:
"Ma adesso con la medaglia che gli è avanzata cosa ci fanno, mica la buttano?" nche lo spreco gli sembrava ancora peggio del fatto che non l'avessero data a lui.
Allora io mi chiedo: perché cavolo siamo stati, migliaia di genitori e bambini, per quattro sere, con il sole e con la pioggia, a farci 5 km. a botta, trascinandoci dietro i più piccoli che non ce la facevano sempre, correndo dietro ai grandi, euforici, che ti sparivano dalla circolazione, cenando male e tardi, andando tutti a letto ad orari per i bambini inverosimili quattro sere di seguito e quattro mattine a tirarli su con la gru.
Il motivo per cui l'abbiamo fatto noi, per come stiamo messi in questi giorni e per quello che ci è costato farlo (capo che si alza alle tre del mattino per finire il lavoro che non ha fatto a tempo a finire prima e dopo cena) meritava una medaglia anche se abbiamo saltato una sera causa traffico del capo.
Il motivo per cui la scuola non ce l'ha dato non lo capisco, ma la settimana prossima ci sono i colloqui per le pagelle e mi sembra un'occasione per chiederlo senza fare polemiche, ma tanto per capire l'impostazione pedagogica che sottende una decisione del genere, che ripeto, a Orso non cambia la vita, ma a un bambino come Ennio che già da una settimana si chiede perché lui sta male dal lunedi al venerdi, e quindi qualche forma di disagio a scuola ce l'ha, non convincetemi del contrario ("però mamma, sono contento quando vado a scuola perché imparo a fare i calcoli", mi ha detto stamattina) si.
Perché l'unica spiegazione di tipo pedagogico che mi viene in mente è quella di insegnargli che le regole purtroppo sono regole, che non sarebbe giusto nei confronti degli altri che i quattro giorni se li sono fatti tutti e che a volte nella vita si hanno delusioni per motivi indipendenti dalla tua volontà e dal tuo potere di modificare le cose.
Temo però invece che questa sia una mia sovrapposizione teorica, che innanzitutto non concorda con l'impostazione della scuola, che vivaddio è pure una a indirizzo Dalton e se volevo metterlo in una scuola di regole a cazzo lo mandavo a una scuola protestante di quelle belle ortodosse.
E poi non tiene conto del fatto che probabilmente tutto questo è il risultato della stupidità di una o due persone che ogni sera sono andate a controllare esattamente sulla lista chi c'era e chi non c'era.
Quindi su una cosa non mi sento più a disagio nell'insegnare a mio figlio a mentire: quando hai a che fare con gli stupidi devi mentire, mentire a oltranza, come forma di difesa preventiva. Non si può fare diversamente nella vita.
E sono contenta che sia stata la scuola a farmi prendere questa decisione: le scuole, ti danno sempre tanti insegnamnti che poi servono nella vita.
Però sia io che il capo (e soprattutto lui, nella mia interpretazione, perché si sente in colpa, visto che è lui quello che per evitare rogne al lavore è partito tardi, si è incastrato nel traffico ed è arrivato tardi) non siamo affatto d'accordo con la decisione della scuola di non dare la medaglia ai bambini per aver saltato una delle 4 sere di marcia.
Orso l'ha presa con filosofia ("allora la compriamo, però io ne voglio una gialla come quella della scuola perché mi piace").
Ennio invece ci patisce moltisimo, un po' perché è nel suo carattere, un po' perché era così contento di fare questa marcia per la medaglia, visto che quella di nuoto l'ha persa il giorno stesso e per lui era una rivalsa. A lui la nostra medaglia di consolazione non interessa, lui voleva quella dei suoi amici e riceverla insieme a loro.
E lì facciamo un po' fatica a fare i genitori, perché io gli dò pienamente ragione, ma come glielo motivo?
Questa situazione aveva già iniziato a dar vita a una serie di "cattivi insegnamenti" da parte nostra, tipo: se stai zitto e non lo dici a nessuno che non siamo andati, vedrai che non ci fanno caso. Sapevano che li raggiungevamo per strada, ed ero disposta a mentire: eravamo dietro, in fondo, insieme a un'altra scuola. C'erano migliaia di partecipanti, avrebbe retto.
Solo che Ennio è patologicamente incapace di mentire e in un certo senso ci assomiglia, siamo così (fatti salvi i casi in cui la vita ti insegna un po' di diplomazia).
E già mi facevo il patema teorico se fosse un bell'insegnamento da dare a tuo figlio, ma il fine giustifica i mezzi. E il fine era la medaglia, questo era chiaro.
Io cercavo di buttarla su quello che credo sia poi lo scopo di organizzare una cosa del genere: farsi una bella camminatona, scoprire pezzi di città ai confini tra città e fuori, farlo insieme ai propri amici e loro genitori per aumentare lo spirito di coesione, e tutte queste belle cose. amore, ci siamo divertiti tutti insieme l'importante è questo.
Si, domani. e cosa gli rispondo quando ha chiesto:
"Ma adesso con la medaglia che gli è avanzata cosa ci fanno, mica la buttano?" nche lo spreco gli sembrava ancora peggio del fatto che non l'avessero data a lui.
Allora io mi chiedo: perché cavolo siamo stati, migliaia di genitori e bambini, per quattro sere, con il sole e con la pioggia, a farci 5 km. a botta, trascinandoci dietro i più piccoli che non ce la facevano sempre, correndo dietro ai grandi, euforici, che ti sparivano dalla circolazione, cenando male e tardi, andando tutti a letto ad orari per i bambini inverosimili quattro sere di seguito e quattro mattine a tirarli su con la gru.
Il motivo per cui l'abbiamo fatto noi, per come stiamo messi in questi giorni e per quello che ci è costato farlo (capo che si alza alle tre del mattino per finire il lavoro che non ha fatto a tempo a finire prima e dopo cena) meritava una medaglia anche se abbiamo saltato una sera causa traffico del capo.
Il motivo per cui la scuola non ce l'ha dato non lo capisco, ma la settimana prossima ci sono i colloqui per le pagelle e mi sembra un'occasione per chiederlo senza fare polemiche, ma tanto per capire l'impostazione pedagogica che sottende una decisione del genere, che ripeto, a Orso non cambia la vita, ma a un bambino come Ennio che già da una settimana si chiede perché lui sta male dal lunedi al venerdi, e quindi qualche forma di disagio a scuola ce l'ha, non convincetemi del contrario ("però mamma, sono contento quando vado a scuola perché imparo a fare i calcoli", mi ha detto stamattina) si.
Perché l'unica spiegazione di tipo pedagogico che mi viene in mente è quella di insegnargli che le regole purtroppo sono regole, che non sarebbe giusto nei confronti degli altri che i quattro giorni se li sono fatti tutti e che a volte nella vita si hanno delusioni per motivi indipendenti dalla tua volontà e dal tuo potere di modificare le cose.
Temo però invece che questa sia una mia sovrapposizione teorica, che innanzitutto non concorda con l'impostazione della scuola, che vivaddio è pure una a indirizzo Dalton e se volevo metterlo in una scuola di regole a cazzo lo mandavo a una scuola protestante di quelle belle ortodosse.
E poi non tiene conto del fatto che probabilmente tutto questo è il risultato della stupidità di una o due persone che ogni sera sono andate a controllare esattamente sulla lista chi c'era e chi non c'era.
Quindi su una cosa non mi sento più a disagio nell'insegnare a mio figlio a mentire: quando hai a che fare con gli stupidi devi mentire, mentire a oltranza, come forma di difesa preventiva. Non si può fare diversamente nella vita.
E sono contenta che sia stata la scuola a farmi prendere questa decisione: le scuole, ti danno sempre tanti insegnamnti che poi servono nella vita.
Etichette:
Piezz' e core,
sono una donna non sono una santa
giovedì 11 giugno 2009
Stati d'animo
Allora, io sono stanca, ma in testa soprattutto, sminchiata e non ho voglia di niente. Faccio quello che devo fare perché devo, ma se avessi una giornata completamente libera vorrei passarla nell'armadio a muro con una coperta in testa.
Sono irritabile e lo nascondo, cosa che mi affatica. Mi affatica tutto, in realtà.
Non riesco né a leggere né a scrivere.
Non voglio cucinare e neanche pensare a cosa comprare (mangiare si, mangio).
La mia schiena protesta, non riesco ad alzarmi dal letto la mattina e ho il collo e le spalle così tese che fra un po' schioccano.
Io la chiamo la mia sindrome posttraumatica da stress.
Però nel frattempo le mie istruzioni per l'uso le ho imparate.
Ho chiamato la mia coach che oggi partiva ma mi ha detto di chiamarla una di queste sere per una chiacchierata e di farlo anche, di non fare la solita Barbara. mi vedrà quando torna. Io l'ho chiamata, ma sarò la solita Barbara, erano le 21 passate e non l'ho beccata.
Poi ho chiamato Marghe e oggi mi sono andata a fare la botta di Pilates che intanto mi ha sbloccato tanto, ma tanto, le spalle. Di Marghe mi fido più che di un fisioterapista, quello che sa lei sul corpo non lo sa nessuno e infatti si è visto, è riuscita a farmi fare cose che l'anno scorso, quando ci andavo regolarmente, non riuscivo a fare.
È persino riuscita a farmi piangere un pochino, ma che carattere di merda che ho, che se piango mi blocco, specie in pubblico. Proprio una montanara del cazzo, ma chi l'avrebbe mai detto che mi vergongo a farmi compatire per le cose serie? Con lei mi sono anche vergognata, è lei in lutto dopotutto e io invece di esserle vicina, piango. Va bene che consolare gli altri fa un gran bene quando anche tu sei stropicciata.
Abbiamo fatto un affare per coprire giugno, perché io adesso da proprietaria di casa non ho più la possibilità economica che avevo allora quando affittavo, ma lavorare con lei mi serve più del pane.
"Sei come una pentola a pressione, qui o scoppi o cominci a far scendere la pressione piano piano. E parla con quell'uomo", mi ha detto.
Allora stasera al capo gliel'ho detto, che finora era così preso lui dai casini e dal lavoro che non volevo assillarlo.
"Io non sto granché bene in questo periodo", gli ho detto.
"Il perché non lo sei lo so, ma cos'hai esattamente? Ti senti depressa?"
"Non lo so bene e comunque mi fa male la schiena".
Si è incazzato.
"Allora mi dici perché ti sei messa quello zaino pesantissimo? Dai qua".
Lo amo, anche se è un uomo, ma piano piano comincio a capirli.
La schiena, non voglio mica dire che adesso tra blogger stiamo sempre a parlare tutte delle stesse cose, però si, la schiena è un grande indicatore di problemi. Dev'essere la stagione.
Poi dopo il Pilates mi sono raddrizzata, adesso speriamo che duri.
Sono irritabile e lo nascondo, cosa che mi affatica. Mi affatica tutto, in realtà.
Non riesco né a leggere né a scrivere.
Non voglio cucinare e neanche pensare a cosa comprare (mangiare si, mangio).
La mia schiena protesta, non riesco ad alzarmi dal letto la mattina e ho il collo e le spalle così tese che fra un po' schioccano.
Io la chiamo la mia sindrome posttraumatica da stress.
Però nel frattempo le mie istruzioni per l'uso le ho imparate.
Ho chiamato la mia coach che oggi partiva ma mi ha detto di chiamarla una di queste sere per una chiacchierata e di farlo anche, di non fare la solita Barbara. mi vedrà quando torna. Io l'ho chiamata, ma sarò la solita Barbara, erano le 21 passate e non l'ho beccata.
Poi ho chiamato Marghe e oggi mi sono andata a fare la botta di Pilates che intanto mi ha sbloccato tanto, ma tanto, le spalle. Di Marghe mi fido più che di un fisioterapista, quello che sa lei sul corpo non lo sa nessuno e infatti si è visto, è riuscita a farmi fare cose che l'anno scorso, quando ci andavo regolarmente, non riuscivo a fare.
È persino riuscita a farmi piangere un pochino, ma che carattere di merda che ho, che se piango mi blocco, specie in pubblico. Proprio una montanara del cazzo, ma chi l'avrebbe mai detto che mi vergongo a farmi compatire per le cose serie? Con lei mi sono anche vergognata, è lei in lutto dopotutto e io invece di esserle vicina, piango. Va bene che consolare gli altri fa un gran bene quando anche tu sei stropicciata.
Abbiamo fatto un affare per coprire giugno, perché io adesso da proprietaria di casa non ho più la possibilità economica che avevo allora quando affittavo, ma lavorare con lei mi serve più del pane.
"Sei come una pentola a pressione, qui o scoppi o cominci a far scendere la pressione piano piano. E parla con quell'uomo", mi ha detto.
Allora stasera al capo gliel'ho detto, che finora era così preso lui dai casini e dal lavoro che non volevo assillarlo.
"Io non sto granché bene in questo periodo", gli ho detto.
"Il perché non lo sei lo so, ma cos'hai esattamente? Ti senti depressa?"
"Non lo so bene e comunque mi fa male la schiena".
Si è incazzato.
"Allora mi dici perché ti sei messa quello zaino pesantissimo? Dai qua".
Lo amo, anche se è un uomo, ma piano piano comincio a capirli.
La schiena, non voglio mica dire che adesso tra blogger stiamo sempre a parlare tutte delle stesse cose, però si, la schiena è un grande indicatore di problemi. Dev'essere la stagione.
Poi dopo il Pilates mi sono raddrizzata, adesso speriamo che duri.
Come sta andando la marcia dei 4 giorni
Sta andando. Che ci riuniamo genitori e figli e qualche nonno occasionale davanti la piscina di flevoprk, al capolinea dei tram 7 e 14.
Che ogni scuola ha qualche addobbo, noi i berretti gialli, e un'altra scuola quelli blu elettrico, altri le magliette rosse, o gialle o blu o che ne so. Una scuola ha persino issato una maglietta blu su un passastraccio a mò di gonfalone e devo dire che in questa marea di gente la sua porca figura a distanza la fa.
Poi si parte e si cammina a passo più d'uomo di quello che ci piacerebbe, ma siamo appunto una marea. Ogni sera il percorso varia, agli incroci maggiori o dove dobbiamo attraversare ci mandano degli addetti al traffico, con i gilè fluorescenti e una marcetta allegra che esce dai finestrini della macchina. Poi proseguiamo e ce li ritroviamo all'ingorgo successivo.
Sul percorso troviamo anche i vari punti ristoro delle varie scuole, pronti con succhi di frutta, mele e banane. I nostri finora erano gestiti a turno dalle maestre Laura e Irma, dalla preside Astrid e qualche genitore sparso. Prendono anche parte fratellini e sorelline più piccole, anche fien che ha solo 3 mesi, tutti rigorosamente nei passeggini o nel cestino della bici.
Ieri a un certo punto, dove ci incrociavamo con il gruppo (piu vloce e ben più ridotto) di quelli che facevano il giro da 10 km.) c'era un padiglioncino della Sinistra Verde, che anche dopo le elezioni si profila, con tutta una serie di sacchi della monnezza appesi al parapetto del ponte e un grupo di volontari che tagliva e offriva spicchi d'arancia con tutta la buccia e una mentina infilata dentro.
che questa è la cosa nuova che abbiamo visto in tutte le scuole ma non la nostra: che molti si portano in mano una mezza arancia o un mezzo limone, avvolto in un fazzoletto o tovagliolo annodato sotto e da cui traspariscono o 4 pastigliette tonde, che a mio avviso sono quelle alla menta (spero non siano altro :-(). Da succhiare per rinfrescarsi.
Per cui ieri passando ho sentito:
"Mamma, mamma, ma lo posso prendere?"
"Si, amore, tanto sono della Sinistra Verde".
Finora ci era andata bene: primo giorno, Orso si è lamentato e si è accasciato un paio di volte per terra, ma i 5 km. se li fatti tutti.
Secondo giorno, il capo è intrappolato nelle code, siamo stanchi e sminchiati, rinunciamo per esaurimento. Ennio è disperato perché così non gli danno la medaglia, che era la sua unica motivazione a partecipare (non è vero, si sta divertendo un sacco, ma vuoi mettere la medaglia? gliene ho promessa una io, non so come, dove e quando gliela procuro, ma l'ho detto e lo faccio.)
Ieri ha pure piovuto, i ragazzi si sono persi due volte (sono saliti su un ponte altissimo sotto cui si era formato un ingorgo, poi Enio è scappato in avanti, io mi sono fermata a un ponticello nel parco causa di altro ingorgo pazzesco ad aspettare il capo e poi si è messo a piovere, quindi il capo, saggiamente, visto l'ingorgo ha cambiato strada ed è arrivto direttamente al punto di arrivo, mentre io sola e abbandonata nel parco sotto la pioggia non sapevo se e quando avrei più rivisto questi miei maschi, che manco rispondono al telefono quando ce l'hanno).
Stasera se dio vuole è l'ultima, solo che devo uscire di casa alle 11 per portare a Ennio il pranzo che si è scordato, poi una botta di Pilates con Marghe che questo collo e schiena non migliorano affatto, poi riprenderli da scuola, le due lezioni di musica e direttamente alla camminata, mentre nel frattempo mi arriva dall'Italia don Stalin che ci aspetterà paziente sotto casa, sperando che non si metta a piovere.
Inutile dire che andiamo a letto tutti spaventosamente tardi e che la mattina i devo tirar su con la gru, ma questo è il destino delle marce scolastiche. Che comunque sono fantastiche e l'anno prossimo si rifà ed andrà tanto meglio.
Che ogni scuola ha qualche addobbo, noi i berretti gialli, e un'altra scuola quelli blu elettrico, altri le magliette rosse, o gialle o blu o che ne so. Una scuola ha persino issato una maglietta blu su un passastraccio a mò di gonfalone e devo dire che in questa marea di gente la sua porca figura a distanza la fa.
Poi si parte e si cammina a passo più d'uomo di quello che ci piacerebbe, ma siamo appunto una marea. Ogni sera il percorso varia, agli incroci maggiori o dove dobbiamo attraversare ci mandano degli addetti al traffico, con i gilè fluorescenti e una marcetta allegra che esce dai finestrini della macchina. Poi proseguiamo e ce li ritroviamo all'ingorgo successivo.
Sul percorso troviamo anche i vari punti ristoro delle varie scuole, pronti con succhi di frutta, mele e banane. I nostri finora erano gestiti a turno dalle maestre Laura e Irma, dalla preside Astrid e qualche genitore sparso. Prendono anche parte fratellini e sorelline più piccole, anche fien che ha solo 3 mesi, tutti rigorosamente nei passeggini o nel cestino della bici.
Ieri a un certo punto, dove ci incrociavamo con il gruppo (piu vloce e ben più ridotto) di quelli che facevano il giro da 10 km.) c'era un padiglioncino della Sinistra Verde, che anche dopo le elezioni si profila, con tutta una serie di sacchi della monnezza appesi al parapetto del ponte e un grupo di volontari che tagliva e offriva spicchi d'arancia con tutta la buccia e una mentina infilata dentro.
che questa è la cosa nuova che abbiamo visto in tutte le scuole ma non la nostra: che molti si portano in mano una mezza arancia o un mezzo limone, avvolto in un fazzoletto o tovagliolo annodato sotto e da cui traspariscono o 4 pastigliette tonde, che a mio avviso sono quelle alla menta (spero non siano altro :-(). Da succhiare per rinfrescarsi.
Per cui ieri passando ho sentito:
"Mamma, mamma, ma lo posso prendere?"
"Si, amore, tanto sono della Sinistra Verde".
Finora ci era andata bene: primo giorno, Orso si è lamentato e si è accasciato un paio di volte per terra, ma i 5 km. se li fatti tutti.
Secondo giorno, il capo è intrappolato nelle code, siamo stanchi e sminchiati, rinunciamo per esaurimento. Ennio è disperato perché così non gli danno la medaglia, che era la sua unica motivazione a partecipare (non è vero, si sta divertendo un sacco, ma vuoi mettere la medaglia? gliene ho promessa una io, non so come, dove e quando gliela procuro, ma l'ho detto e lo faccio.)
Ieri ha pure piovuto, i ragazzi si sono persi due volte (sono saliti su un ponte altissimo sotto cui si era formato un ingorgo, poi Enio è scappato in avanti, io mi sono fermata a un ponticello nel parco causa di altro ingorgo pazzesco ad aspettare il capo e poi si è messo a piovere, quindi il capo, saggiamente, visto l'ingorgo ha cambiato strada ed è arrivto direttamente al punto di arrivo, mentre io sola e abbandonata nel parco sotto la pioggia non sapevo se e quando avrei più rivisto questi miei maschi, che manco rispondono al telefono quando ce l'hanno).
Stasera se dio vuole è l'ultima, solo che devo uscire di casa alle 11 per portare a Ennio il pranzo che si è scordato, poi una botta di Pilates con Marghe che questo collo e schiena non migliorano affatto, poi riprenderli da scuola, le due lezioni di musica e direttamente alla camminata, mentre nel frattempo mi arriva dall'Italia don Stalin che ci aspetterà paziente sotto casa, sperando che non si metta a piovere.
Inutile dire che andiamo a letto tutti spaventosamente tardi e che la mattina i devo tirar su con la gru, ma questo è il destino delle marce scolastiche. Che comunque sono fantastiche e l'anno prossimo si rifà ed andrà tanto meglio.
mercoledì 10 giugno 2009
Giochi di strada
Oggi pomeriggio ho dovuto prendere un'auto condivisa parcheggiata più lontano della solita, che era già occupata. mi sono così ritrovata per puro caso in van der Pekstraat, che è stata transennata per un tratto per permettere lo svolgersi dei Giochi di strada.
Il fulcro della situazione era il centro di quartiere. Sul tratto transenato hanno trovato posto un gonfiabile, un calcinculo, un campetto di badminton e uno di calcetto, una specia di bungeejump per principianti, dove con un'imbragatura elastica e un tappetone salti verso l'alto e ricali e tutta una serie di altri giochi più o meno tradizionali.
I bambini ricevevano una cartolina blu con la lista di attività (tra cui il succo di frutta, da prendere al tavolo davanti al centro, per segnare ogni attività svolta ed evitare che quelle più popolari venissero prese d'assalto per la seconda o terza volta, lasciando fuori chi ancora non ci è stato.
Ovviamente ci siamo inchiodati lì per tutto il pomeriggio, nonostante io avessi appena ricomprato pane un ferro da stiro nuovo e mi dovessi trascinare dietro pure quelli, oltre la mia borsa e le cartelle.
La cosa per me più faticosa è stato fare la coda, ma poi Orso, che ho riportato avanti e indietro da casa con la bici del capo, che è troppo alta per me (mannaggia a chi ha inventato la bici con la canna) ha deciso di rientrare per giocare al computer, io ho lasciato Ennio al Badmington, ho tentato di riposarmi anch'io.
Poi la ricefca figlio con il patema, perché è un pezzo di quartiere che veramente non conoscono e ci siamo putre arrivati in macchina, e stavano già smontando, ma proprio mentre chiedevo a uno dei volontari in gilé fluorescente a chi potevo lasciare il mio numero in caso si fosse deciso ad andare a chiedere aiuto, l'ho visto che stava aiutando a smontare il coso con gli elastici.
Insomma, vivere in questi quartieri non proprio ghetto, ma a bassissimo reddito e con molti migranti, ha il vantaggio che per i bambini organizzano davvero un sacco di cose e pure gratis, come elemento di coesione e per coinvolgere i genitori alla vita di quartiere.
Adesso devo solo capire cosa fanno per l'estate, ad agosto mi piacerebbe iscriverli a un corso settimanale di qualcosa (calcetto, tennis, musica, boh?) per fargli conoscere altri bambini e avviarli a qualche sport sotto casa.
Che con il fatto di averli tenuti a scuola vecchia e il fatto che stiamo in Italia proprio in estate quando la gente sta un po' in giardino, non aiuta ad integrarsi nel quartiere.
Il fulcro della situazione era il centro di quartiere. Sul tratto transenato hanno trovato posto un gonfiabile, un calcinculo, un campetto di badminton e uno di calcetto, una specia di bungeejump per principianti, dove con un'imbragatura elastica e un tappetone salti verso l'alto e ricali e tutta una serie di altri giochi più o meno tradizionali.
I bambini ricevevano una cartolina blu con la lista di attività (tra cui il succo di frutta, da prendere al tavolo davanti al centro, per segnare ogni attività svolta ed evitare che quelle più popolari venissero prese d'assalto per la seconda o terza volta, lasciando fuori chi ancora non ci è stato.
Ovviamente ci siamo inchiodati lì per tutto il pomeriggio, nonostante io avessi appena ricomprato pane un ferro da stiro nuovo e mi dovessi trascinare dietro pure quelli, oltre la mia borsa e le cartelle.
La cosa per me più faticosa è stato fare la coda, ma poi Orso, che ho riportato avanti e indietro da casa con la bici del capo, che è troppo alta per me (mannaggia a chi ha inventato la bici con la canna) ha deciso di rientrare per giocare al computer, io ho lasciato Ennio al Badmington, ho tentato di riposarmi anch'io.
Poi la ricefca figlio con il patema, perché è un pezzo di quartiere che veramente non conoscono e ci siamo putre arrivati in macchina, e stavano già smontando, ma proprio mentre chiedevo a uno dei volontari in gilé fluorescente a chi potevo lasciare il mio numero in caso si fosse deciso ad andare a chiedere aiuto, l'ho visto che stava aiutando a smontare il coso con gli elastici.
Insomma, vivere in questi quartieri non proprio ghetto, ma a bassissimo reddito e con molti migranti, ha il vantaggio che per i bambini organizzano davvero un sacco di cose e pure gratis, come elemento di coesione e per coinvolgere i genitori alla vita di quartiere.
Adesso devo solo capire cosa fanno per l'estate, ad agosto mi piacerebbe iscriverli a un corso settimanale di qualcosa (calcetto, tennis, musica, boh?) per fargli conoscere altri bambini e avviarli a qualche sport sotto casa.
Che con il fatto di averli tenuti a scuola vecchia e il fatto che stiamo in Italia proprio in estate quando la gente sta un po' in giardino, non aiuta ad integrarsi nel quartiere.
martedì 9 giugno 2009
Aperitivi
Due momenti topici del viaggio in Abruzzo sono stati coronati da un aperitivo. Il primo all'Aquila con Anna. Sono andata a trovarla nel suo container nella zona industriale di Fossa, un posto in circostanze totalmente diverse anche bello, ma che adesso, con il ponte interrotto, la situazione che è quella che è, gli ingegneri accanto che lavorano e fanno tutto il rumore di cui hanno bisogno e la sera che immagino silenzioso ed isolato, magari non è il nido d'amore che uno si sogna da giovane.
Per cui dopo un pomeriggio di chiacchiere e confessioni, ho deciso che ci meritavamo una botta di vita e siamo andate all'Aquila. L'obiettivo era il bar della Villa, che però non sapevamo se era aperto sempre (lo è, mi hanno detto il giorno dopo) e abbiamo virato per quello dietro al tribunale, che era però chiuso.
In compenso abbiamo scoperto una nuova lavanderia, cosa utilissima in una vita post-lavatrice a disposizione.
Siamo finite a Piazza d'Armi, che dato questo campo gigantesco ed invivibile che ci hanno fatto, sta diventando un po' il centro delle attività aquilane. Il bar anche ha messo un container fuori dal locale, con i tavolini, il bancomat accanto, insomma, con molta distrazione si può davvero far finta per 10 minuti che la vita è normale, che gli aperitivi te li servono con le pizzettine le olive e le patatine, e sono anche buonissimi.
Si può far finta di non stare in mezzo a gente che da due mesi non sa, perché non può saperlo, cosa gli accadrà la mezz'ora dopo e che quindi non può far piani di nessun tipo. Si può fingere che sia normale incontrare una conoscente per caso, pazza di gioia all'idea che hanno trovato una sistemazione provvisoria per il negoziodi parrucchieria e che finalmente si può ricominicare a lavorare, che chi lavora non puoi togliergli per due mesi questo e precipitarlo nell'inanità forzata.
Il peggio è che nessuno ti può dire all'inizio che sono solo due mesi. O sei. O 10 anni. ma anche due mesi sono troppi, per non cominicare a dubitare della tua capacità di rirprendere a fare piani e forse anche realizzarli. Ti chiedi se non ti sei scordata come si fa tutto.
E intanto si vive in una tenda, o un container senza bagno e senza lavatrice e senza cucina e già solo questo ti insegna che la quotidianità non esiste. E a volte basta un aperitivo in centro per recuperarla.
L'altro ce lo siamo fatti io e Vic in centro a Pescara, a lato di piazza Salotto al Caffé Venezia, che vi cito per esteso perché ne vale assolutamente la pena (grazie, Manuela, per avermelo fatto scoprire, anche se questa volta non ce l'abbiamo fatta a vederci). Mi riconferma che quando sei in giro in città e hai poco tempo per pranzare e forse neanche tutta questa voglia di appesantirti, ma sei di corsa e una pausa ci vuole, che`cercarsi una trattoria, una pizzetta o un panino non serve.
Meglio un locale elegante, con gli aperitivi buonissimi, che en passant ti scodellano anche un piattino di tortellini panna, funghi e pisellini, e i bocconotti, e il tocco di forma e il prosciutto di Parma, che costa quanto un pasto in trattoria e ci abbiamo pranzato in tre, compreso lo spinacino 18mesenne che è stato buonissimo sul passeggino e si è mangiato con gioia il prosciutto cotto a pezzetti, il melone e l'ananas delle bevande spiaccicato, il mezzo tortellino e la pizzetta.
Da quando le ho detto che scendevo e che sarei passata io e Vic ci sognavamo solo il momento di andarcene da sole in spiaggia, magari di notte, e piangere insieme. Alla fine è l'unica cosa che non siamo riuscite a fare.
Ma un aperitivo per questa volta ci è bastato ed avanzato.
Evidentemente siamo donne frivole. Ma la prossima volta ho deciso che non solo lo rifacciamo, ma ci vestiamo pure per l'occasione, che tanto fa un buon pasto condiviso per recuperare la voglia di normalità.
Per cui dopo un pomeriggio di chiacchiere e confessioni, ho deciso che ci meritavamo una botta di vita e siamo andate all'Aquila. L'obiettivo era il bar della Villa, che però non sapevamo se era aperto sempre (lo è, mi hanno detto il giorno dopo) e abbiamo virato per quello dietro al tribunale, che era però chiuso.
In compenso abbiamo scoperto una nuova lavanderia, cosa utilissima in una vita post-lavatrice a disposizione.
Siamo finite a Piazza d'Armi, che dato questo campo gigantesco ed invivibile che ci hanno fatto, sta diventando un po' il centro delle attività aquilane. Il bar anche ha messo un container fuori dal locale, con i tavolini, il bancomat accanto, insomma, con molta distrazione si può davvero far finta per 10 minuti che la vita è normale, che gli aperitivi te li servono con le pizzettine le olive e le patatine, e sono anche buonissimi.
Si può far finta di non stare in mezzo a gente che da due mesi non sa, perché non può saperlo, cosa gli accadrà la mezz'ora dopo e che quindi non può far piani di nessun tipo. Si può fingere che sia normale incontrare una conoscente per caso, pazza di gioia all'idea che hanno trovato una sistemazione provvisoria per il negoziodi parrucchieria e che finalmente si può ricominicare a lavorare, che chi lavora non puoi togliergli per due mesi questo e precipitarlo nell'inanità forzata.
Il peggio è che nessuno ti può dire all'inizio che sono solo due mesi. O sei. O 10 anni. ma anche due mesi sono troppi, per non cominicare a dubitare della tua capacità di rirprendere a fare piani e forse anche realizzarli. Ti chiedi se non ti sei scordata come si fa tutto.
E intanto si vive in una tenda, o un container senza bagno e senza lavatrice e senza cucina e già solo questo ti insegna che la quotidianità non esiste. E a volte basta un aperitivo in centro per recuperarla.
L'altro ce lo siamo fatti io e Vic in centro a Pescara, a lato di piazza Salotto al Caffé Venezia, che vi cito per esteso perché ne vale assolutamente la pena (grazie, Manuela, per avermelo fatto scoprire, anche se questa volta non ce l'abbiamo fatta a vederci). Mi riconferma che quando sei in giro in città e hai poco tempo per pranzare e forse neanche tutta questa voglia di appesantirti, ma sei di corsa e una pausa ci vuole, che`cercarsi una trattoria, una pizzetta o un panino non serve.
Meglio un locale elegante, con gli aperitivi buonissimi, che en passant ti scodellano anche un piattino di tortellini panna, funghi e pisellini, e i bocconotti, e il tocco di forma e il prosciutto di Parma, che costa quanto un pasto in trattoria e ci abbiamo pranzato in tre, compreso lo spinacino 18mesenne che è stato buonissimo sul passeggino e si è mangiato con gioia il prosciutto cotto a pezzetti, il melone e l'ananas delle bevande spiaccicato, il mezzo tortellino e la pizzetta.
Da quando le ho detto che scendevo e che sarei passata io e Vic ci sognavamo solo il momento di andarcene da sole in spiaggia, magari di notte, e piangere insieme. Alla fine è l'unica cosa che non siamo riuscite a fare.
Ma un aperitivo per questa volta ci è bastato ed avanzato.
Evidentemente siamo donne frivole. Ma la prossima volta ho deciso che non solo lo rifacciamo, ma ci vestiamo pure per l'occasione, che tanto fa un buon pasto condiviso per recuperare la voglia di normalità.
Etichette:
Abruzzo nel cuore,
Piezz' e core,
se non ci fossero gli amici
Iscriviti a:
Post (Atom)