Ieri seconda trasmissione in olandese con Gilberto per Radio Onda Italiana, e abbiamo deciso che ci piace lavorare insieme, che di per sé è una bella cosa. Abbiamo anche deciso uno schema di format, ci siamo divisi le competenze e vogliamo mettere su un blog per interagire meglio con gli ascoltatori.
Come musica, è venuta un po'da sé, ma ci piace, abbiamo deciso che trasmettiamo tutto quello che non ha una data di scadenza. Molta musica-folk-etnica (avete notato quanti etnomusicologi in giro per l'Italia trasformano in musica viva le loro ricerche?), il nostro canone classico (Jannacci, de André, Gaber, Fo) un tot di cantautori, ma anche tutta una serie di autori cult-camp di gioventù (La vita l'è bela, di Cochi e Renato, una riscoperta recente grazie ai bambini, per i quali compro sempre i libri di una serie deliziosa, canzoni illustrate.
Così capita in effetti che mio figlio in bici attacca con "e sempre allegri, bisogna stare che il nostro piangere fa male al re" (ma le canzoni di Fo gli piacciono da quando ha due anni, e anche i Blues Brothers).
A me di Radio Onda limita un po' la scelta di musica esclusivamente italiana, perché sono altri gli artisti che ascolto per me (o che mi fa scoprire il capo). Molte donne, ora che ci penso: An Pierlé (bello, la settimana prossima ho il cavoletto in trasmissione e le dedico An Pierlé, si, devo invitare più belgi cosi ho la scusa), Fiona Apple, Michelle Shoked, Tori Amos etc. E il gospel classico anche, ma quello non lo imporrei a nessuno, è un vizio privato.
Così, dati i rispettivi interessi miei e di Gilberto, i due temi onduttori saranno teatro e cibo, con tutte le sovrapposizioni tra i due (come evento simbolico, come patrimonio antropologico-culturale e quakcos'altro che ci inventeremo per strada.
Scappo a portare numero 1 a scuola, sperando che numero 2 nel frttempo decida di svegliarsi, che oggi l'asilo gli tocca.
mercoledì 12 dicembre 2007
martedì 11 dicembre 2007
Piccoli maschi crescono
Una volta l'anno succede anche a casa nostra: si passa il sabato sera sparapanzati sul divano a guardare un film, de casu Notting Hill regalatomi dal capo, con i cuccioli tra i piedi che però si fanno distrarre da treni e accrocchi vari da maschi.
Ogni tanto però il cucciolo 5enne commenta passaggi del film degni di nota. Julia Roberts bacia Hugh Grant, e lui commenta: "Sono innamorati, vero?" e poi torna a uno svincolo ferroviario particolarmente complesso.
A un certo punto, al momento in cui lei si porta lui in albergo per scoprire che il suo fidanzato (di lei) era arrivato a farle una sorpresa mi viene da commentare ad alta voce: "oh povero"!"
Perché, si informa Railroad Man?
Come si spiega il tradimento mancato a un ingegnere di 5 anni? "Beh, perché lui era innamorato, ti ricordi, però adesso lei ha un altro" mentre lui si guarda bene lo schermo e io mi chiedo se non sia diseducativo Notting Hill a quest'età.
"Beh, capita" filosofeggia grattandosi la testa con un binario di legno. Poi torna al suo ponte.
Ogni tanto però il cucciolo 5enne commenta passaggi del film degni di nota. Julia Roberts bacia Hugh Grant, e lui commenta: "Sono innamorati, vero?" e poi torna a uno svincolo ferroviario particolarmente complesso.
A un certo punto, al momento in cui lei si porta lui in albergo per scoprire che il suo fidanzato (di lei) era arrivato a farle una sorpresa mi viene da commentare ad alta voce: "oh povero"!"
Perché, si informa Railroad Man?
Come si spiega il tradimento mancato a un ingegnere di 5 anni? "Beh, perché lui era innamorato, ti ricordi, però adesso lei ha un altro" mentre lui si guarda bene lo schermo e io mi chiedo se non sia diseducativo Notting Hill a quest'età.
"Beh, capita" filosofeggia grattandosi la testa con un binario di legno. Poi torna al suo ponte.
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Piezz' e core
sabato 8 dicembre 2007
Il nome della cosa
Dura la vita delle madri di maschi. Ho appena superato il trauma della fase pipitto del mio grande, che la primavera scorsa solo di quello parlava e sempre a sproposito, e già mi ritrovo con le domande difficili.
Mentre lo aiuto in bagno dalla logopedista, che fra un attimo dobbiamo riuscire e c'è un tempo da lupi, e si va in bici fino a casa ed urge quindi infilare la canottiera nelle mutande, la maglietta nei pantaloni ecc. mi parla del suo pipitto.
Io dall'epoca del trauma, sono sempre parecchio laconica, in proposito. Incoraggiante ed entusiasta si, che non si dica che l'ho represso, il complesso di castrazione eccetera, il tuo pipitto amore è bellissimo ma è una cosa tua privata, ma sono sempre dell'idea che nel momento in cui un maschio al bagno si arrangia da solo, sua madre deve intromettersi il meno possibile con suo pipitto, salvo motivi igienico-sanitari.
Insomma, mi descrive i fenomeni mutatori del suo pipitto per chiedermi a bruciapelo: perché tu no? Poi ci ripensa e fa: ah già, tu non hai il pipitto. Ma come si chiama quello che hai?
Gesù, e come si chiama quella che ho? Io non ho avuto la mamma italiana, quindi in italiano non la chiamavamo (anzi non si nominava, devo dire l'innominata?) Cosa dicono le mie amiche madri di femmine? Ecco, Daniela dice passerina.
"Si chiama passerina", dico poco convinta. Al maschio viene da ridere di cuore. "O rosellina" aggiungo debolmente, che sto pensando a 3000 e mi ricordo mia nonna diceva così e a me rompeva tanto come nome. Ma almeno è letterario, rosafrescaulentissima prima o poi glielo devo leggere. Ma già non mi dà più retta ed esce dal minibagno.
Vabbé, sono una madre pedagogicmente incapace. Però meglio così. In fondo il suo amichetto N. anni fa in una fase in cui il nostro manco faceva le frasi di due parole, o le faceva a fatica, ma N. aveva già tre anni, ci spiegò un giorno, sempre in bagno che sono ambienti che stimolano la conversazione: il mio papà ha il pipitto e la mia mamma la vagina.
Io e il capo ci guardammo, un po' ci veniva da ridere, un po' ammiravamo l'enorme proprietà linguistica del cucciolo. Ma vagina ha dei suoni tanto freddi e duri, porca miseria, proprio non posso, non mi viene con mio figlio di 5 anni.
Di qui un appello: femmine italiane, voi quando non la chiamate vagina, come ve la chiamate?
Mentre lo aiuto in bagno dalla logopedista, che fra un attimo dobbiamo riuscire e c'è un tempo da lupi, e si va in bici fino a casa ed urge quindi infilare la canottiera nelle mutande, la maglietta nei pantaloni ecc. mi parla del suo pipitto.
Io dall'epoca del trauma, sono sempre parecchio laconica, in proposito. Incoraggiante ed entusiasta si, che non si dica che l'ho represso, il complesso di castrazione eccetera, il tuo pipitto amore è bellissimo ma è una cosa tua privata, ma sono sempre dell'idea che nel momento in cui un maschio al bagno si arrangia da solo, sua madre deve intromettersi il meno possibile con suo pipitto, salvo motivi igienico-sanitari.
Insomma, mi descrive i fenomeni mutatori del suo pipitto per chiedermi a bruciapelo: perché tu no? Poi ci ripensa e fa: ah già, tu non hai il pipitto. Ma come si chiama quello che hai?
Gesù, e come si chiama quella che ho? Io non ho avuto la mamma italiana, quindi in italiano non la chiamavamo (anzi non si nominava, devo dire l'innominata?) Cosa dicono le mie amiche madri di femmine? Ecco, Daniela dice passerina.
"Si chiama passerina", dico poco convinta. Al maschio viene da ridere di cuore. "O rosellina" aggiungo debolmente, che sto pensando a 3000 e mi ricordo mia nonna diceva così e a me rompeva tanto come nome. Ma almeno è letterario, rosafrescaulentissima prima o poi glielo devo leggere. Ma già non mi dà più retta ed esce dal minibagno.
Vabbé, sono una madre pedagogicmente incapace. Però meglio così. In fondo il suo amichetto N. anni fa in una fase in cui il nostro manco faceva le frasi di due parole, o le faceva a fatica, ma N. aveva già tre anni, ci spiegò un giorno, sempre in bagno che sono ambienti che stimolano la conversazione: il mio papà ha il pipitto e la mia mamma la vagina.
Io e il capo ci guardammo, un po' ci veniva da ridere, un po' ammiravamo l'enorme proprietà linguistica del cucciolo. Ma vagina ha dei suoni tanto freddi e duri, porca miseria, proprio non posso, non mi viene con mio figlio di 5 anni.
Di qui un appello: femmine italiane, voi quando non la chiamate vagina, come ve la chiamate?
venerdì 7 dicembre 2007
Ricetta indonesiana: oblok oblok
Vivere ad Amsterdam mi ha aperto orizzonti culinari inaspettati, non mi stancherò mai di ripeterlo. E allora tanto vale ondividere questa ricetta di un piatto che quel vegetariano di mio marito aveva scoperto al nostro asporto indonesiano preferito di un po'di anni fa, fatto con il tempeh e il latte di cocco. Per un po' ci siamo limitati ad ordinarlo ogni volta che capitava, poi una volta mi sono fatta dare la ricetta da un paio di colleghi indonesiani.
Grazie a quest'unica ricetta sono riuscita a dare una collocazione agli infiniti ingredienti misteriosi del supermercato cinese in Nieuwemarkt, e da allora fare esperimenti è diventato più semplice. Roba strana in casa ne ho comunque, talvolta guardo ome mi si sedimenta nella pentola. Consideriamo questa ricetta come una guida ragionata a nuovi ingredienti.
Premesso che qui vale la regola della cucina Thai secondo mio marito: quando mentre mangi ti tiri fuori dal piatto mano a mano un sacco di ingredienti e foglie legnosi e coriacei, che danno un sapore buonissimo in cottura ma che non si lasciano masticare, allora è originale e non è fatto con le basi pronte di spezie.
Ingredienti:
- olio di sesamo (quello vero, non quello dove se guardate bene c'è scritto flavoured)
- 2 scalogni o una cipolla grande a pezzettini
- due fettine di zenzero (non si mangia)
- un paio di cm. di laos (o galanga) che assomiglia un po' allo zenzero ma è più smilzo e senza pellicina sopra, e ha un'altro sapore
- mezzo stelo di lemon grass o sereh, intero o a fettine (non si mangia)
- alcune foglie di lauro indonesiano o salam. Meglio non mettercelo che sostituire con lauro nostro perché ha comunque un'altro sapore. Come le melanzane thai, che la prima volta mi sembravano dei piselli cresciuti.
- 1 peperoncino rosso lungo a fettine (se troppo piccante, ridurre la quantità o eliminare i semi, o sostituirne una parte con fettine sottilissime di peperone rosso, che fa un bel vedere)
- un cucchiaino da the o un blocchettino tipo dado di trassi, polvere o pasta secca di gamberetti
- una manciatina di gamberetti secchi che rinvengono in cottura
Tutte queste belle cose le mettete insieme o quasi a soffriggere nell'olio di sesamo, cominciando dallo scalogno/cipolla e proseguendo in ordine e tempi di pulizia e taglio con tutti gli altri ingredienti. Nel frattempo vi tagliate in blocchetti poco più grandi di una zolletta di zucchero:
- 1 panetto di tempeh (o tempè) da 400 gr. circa, che è un derivato dalla soia. A differenza del tofu il tempeh mostra tutti belli i chicchi interi di soia tenuti insieme da uno strato bianco lattigginoso. Insomma, l'idea è della saponetta di chicchi di grano, se doveste vederlo nei negozi di cibi naturali;
che poi aggiungerete a tutto il resto finchè non prende il sapore di tutto. A questo punto si unisce:
- 1 lattina di latte di cocco
- 1-2 cucchiaini di zucchero di palma o gulahmerah
- salsa di pesce thai per aggiustare di sapore salato, q.b.
Servire con riso a grano lungo o vermicelli lessati.
Il riso a grano lungo tipo basmati o altro, si cuoce in abbodate acqua salata o meno, a seconda dei gusti (a me piace senza, se ho già una bella salsetta gustosa da metterci sopra), si scola, si rimette in pentola senz'aqua e con il coperchio sopra si fa asciugare alcuni minuti a fiamma bassissima (o 10 minuti senza fiamma se usate un tegame bello isolato e con il fondo spesso).
Io davvero non ho idea in Italia dove procurarsi gli ingredienti, anche se vedo che nelle grandi citta con molti immigranti ci sono sempre negozi etnici che hanno tutte queste cose. Se questo weekend ci riesco faccio un pò di foto agli ingredienti e spezie. Ma non prometto niente, che fuori dal blog ho almeno tre vite parallele che mi impegnano.
Però a parte la soddisfazione di farsi un giro in un negozio dove di solito non comprate niente per vedere se finalmente si riconosce qualcosa, essa è seconda solo a quella di ritrovarsi a Kuala Lumpur, che sarà pure in Malesia ma sempre Bahasa parlano come in Indonesia, e riuscire senza fallo a identificare la bustina dello zucchero (dal creamer, sale, peperoncino ecc. ecc.) perchè sopra c'è scritto "gulah".
Che se permettete per una povera europea limitata è pure una bella soddisfazione.
Grazie a quest'unica ricetta sono riuscita a dare una collocazione agli infiniti ingredienti misteriosi del supermercato cinese in Nieuwemarkt, e da allora fare esperimenti è diventato più semplice. Roba strana in casa ne ho comunque, talvolta guardo ome mi si sedimenta nella pentola. Consideriamo questa ricetta come una guida ragionata a nuovi ingredienti.
Premesso che qui vale la regola della cucina Thai secondo mio marito: quando mentre mangi ti tiri fuori dal piatto mano a mano un sacco di ingredienti e foglie legnosi e coriacei, che danno un sapore buonissimo in cottura ma che non si lasciano masticare, allora è originale e non è fatto con le basi pronte di spezie.
Ingredienti:
- olio di sesamo (quello vero, non quello dove se guardate bene c'è scritto flavoured)
- 2 scalogni o una cipolla grande a pezzettini
- due fettine di zenzero (non si mangia)
- un paio di cm. di laos (o galanga) che assomiglia un po' allo zenzero ma è più smilzo e senza pellicina sopra, e ha un'altro sapore
- mezzo stelo di lemon grass o sereh, intero o a fettine (non si mangia)
- alcune foglie di lauro indonesiano o salam. Meglio non mettercelo che sostituire con lauro nostro perché ha comunque un'altro sapore. Come le melanzane thai, che la prima volta mi sembravano dei piselli cresciuti.
- 1 peperoncino rosso lungo a fettine (se troppo piccante, ridurre la quantità o eliminare i semi, o sostituirne una parte con fettine sottilissime di peperone rosso, che fa un bel vedere)
- un cucchiaino da the o un blocchettino tipo dado di trassi, polvere o pasta secca di gamberetti
- una manciatina di gamberetti secchi che rinvengono in cottura
Tutte queste belle cose le mettete insieme o quasi a soffriggere nell'olio di sesamo, cominciando dallo scalogno/cipolla e proseguendo in ordine e tempi di pulizia e taglio con tutti gli altri ingredienti. Nel frattempo vi tagliate in blocchetti poco più grandi di una zolletta di zucchero:
- 1 panetto di tempeh (o tempè) da 400 gr. circa, che è un derivato dalla soia. A differenza del tofu il tempeh mostra tutti belli i chicchi interi di soia tenuti insieme da uno strato bianco lattigginoso. Insomma, l'idea è della saponetta di chicchi di grano, se doveste vederlo nei negozi di cibi naturali;
che poi aggiungerete a tutto il resto finchè non prende il sapore di tutto. A questo punto si unisce:
- 1 lattina di latte di cocco
- 1-2 cucchiaini di zucchero di palma o gulahmerah
- salsa di pesce thai per aggiustare di sapore salato, q.b.
Servire con riso a grano lungo o vermicelli lessati.
Il riso a grano lungo tipo basmati o altro, si cuoce in abbodate acqua salata o meno, a seconda dei gusti (a me piace senza, se ho già una bella salsetta gustosa da metterci sopra), si scola, si rimette in pentola senz'aqua e con il coperchio sopra si fa asciugare alcuni minuti a fiamma bassissima (o 10 minuti senza fiamma se usate un tegame bello isolato e con il fondo spesso).
Io davvero non ho idea in Italia dove procurarsi gli ingredienti, anche se vedo che nelle grandi citta con molti immigranti ci sono sempre negozi etnici che hanno tutte queste cose. Se questo weekend ci riesco faccio un pò di foto agli ingredienti e spezie. Ma non prometto niente, che fuori dal blog ho almeno tre vite parallele che mi impegnano.
Però a parte la soddisfazione di farsi un giro in un negozio dove di solito non comprate niente per vedere se finalmente si riconosce qualcosa, essa è seconda solo a quella di ritrovarsi a Kuala Lumpur, che sarà pure in Malesia ma sempre Bahasa parlano come in Indonesia, e riuscire senza fallo a identificare la bustina dello zucchero (dal creamer, sale, peperoncino ecc. ecc.) perchè sopra c'è scritto "gulah".
Che se permettete per una povera europea limitata è pure una bella soddisfazione.
Un colpo di vento
Gli olandesi non hanno un carattere facile, sicuramente per noi italiani. Certe volte li trovo arroganti, troppo assertivi, so-tutto-io, incapaci di gestire anche le minime deviazioni dal programma che hanno in testa. Con tutte le regole e regolette che li mandano avanti, la loro ossessione per la privacy che si esprime in case dalle finestre enormi senza tende che tanto mandano fuori di testa gli italiotti in visita, cose così.
Però sono poi gli stessi gentili e capaci di gesti dolcissimi nei confronti di perfetti sconosciuti. In nome dello stesso spirito di contraddizione che li porta a darti aiuto se glielo chiedi ma mai ad importelo per non metterti in imbarazzo. Lo stesso aiuto che ti danno, se beninteso non gli impiccia il programma.
Per esempio mia madre alcune volte si sconvolgeva se qualcuno per strada inciampava e cadeva tra l'indifferenza dei passanti che rallentavano, ma non si fermavano. Lei si sarebbe precipitata a fare la gru, io la trattenevo, lei si incazzava a tanta indifferenza. Io le facevo notare che almeno trenta persone stavano in "red alert" ma si sarebbero fatte avanti solo in caso di effettiva necessità (e in quel caso tre avrebbero sostenuto il ferito, il quarto avrebbe chiamato l'ambulanza, il quinto avrebbe trattenuto l'autobus per non farlo perdere ai samaritani, il sesto e il settimo sarebbero accorsi con un bicchiere d'acqua e una sedia anche in mezzo al deserto). Ma non prima di aver accertato l'effettivo stato di bisogno. Per non imbarazzare il povero caduto, che magari si sente un po' scemo se ha il culo di non essersi fatto niente.

Insomma, la vedete la foto? Quello piccolissimo colorato in basso a sinistra è l'edificio provvisorio della nostra scuola, asilo e doposcuola. In alto ci sono due palazzi e in mezzo la pista ciclabile. Quel punto li tra i palazzi, dove la ciclabile si affaccia sulla stradona e sul ponte, è una vera e propria galleria del vento. Certi giorni, se ti azzardi ad arrivarci in bici magari con un bambino davanti e uno dietro, non tieni l'equilibrio, e se va bene c'è sempre qualche pedone che corre a sostenerti.
Una volta ho dovuto portare a mano l'amichetto di mio figlio da scuola all'inizio della pista ciclabile, perché la babysitter richiava le volasse via la carrozzina con la bimba di un anno dentro. Le ho trovate con la carrozzina incastrata tra la nicchia del muro e il corpo della Lous. Un punto così, anche quando non c'è vento, lì resta il vortice.
Oggi niente di così grave, stavo attraversando la strada e mi è volato il cappello sul ponte. Mollo la bici contro la stessa nicchia di Lous la volta scorsa e corro verso la strada per recuperarlo prima che mi voli in acqua. Non c'è bisogno. Una macchina si è fermata all'imbocco del ponte, dal lato del passeggero è scesa una signora che me lo porta a metà strada e la macchina dietro attende pazientemente che finiamo e si riparta.
Insomma, queste cose mi inteneriscono, anche dopo tanti anni. E compensano le spaventose incazzature che mi prendo il resto del tempo.
Però sono poi gli stessi gentili e capaci di gesti dolcissimi nei confronti di perfetti sconosciuti. In nome dello stesso spirito di contraddizione che li porta a darti aiuto se glielo chiedi ma mai ad importelo per non metterti in imbarazzo. Lo stesso aiuto che ti danno, se beninteso non gli impiccia il programma.
Per esempio mia madre alcune volte si sconvolgeva se qualcuno per strada inciampava e cadeva tra l'indifferenza dei passanti che rallentavano, ma non si fermavano. Lei si sarebbe precipitata a fare la gru, io la trattenevo, lei si incazzava a tanta indifferenza. Io le facevo notare che almeno trenta persone stavano in "red alert" ma si sarebbero fatte avanti solo in caso di effettiva necessità (e in quel caso tre avrebbero sostenuto il ferito, il quarto avrebbe chiamato l'ambulanza, il quinto avrebbe trattenuto l'autobus per non farlo perdere ai samaritani, il sesto e il settimo sarebbero accorsi con un bicchiere d'acqua e una sedia anche in mezzo al deserto). Ma non prima di aver accertato l'effettivo stato di bisogno. Per non imbarazzare il povero caduto, che magari si sente un po' scemo se ha il culo di non essersi fatto niente.

Insomma, la vedete la foto? Quello piccolissimo colorato in basso a sinistra è l'edificio provvisorio della nostra scuola, asilo e doposcuola. In alto ci sono due palazzi e in mezzo la pista ciclabile. Quel punto li tra i palazzi, dove la ciclabile si affaccia sulla stradona e sul ponte, è una vera e propria galleria del vento. Certi giorni, se ti azzardi ad arrivarci in bici magari con un bambino davanti e uno dietro, non tieni l'equilibrio, e se va bene c'è sempre qualche pedone che corre a sostenerti.
Una volta ho dovuto portare a mano l'amichetto di mio figlio da scuola all'inizio della pista ciclabile, perché la babysitter richiava le volasse via la carrozzina con la bimba di un anno dentro. Le ho trovate con la carrozzina incastrata tra la nicchia del muro e il corpo della Lous. Un punto così, anche quando non c'è vento, lì resta il vortice.
Oggi niente di così grave, stavo attraversando la strada e mi è volato il cappello sul ponte. Mollo la bici contro la stessa nicchia di Lous la volta scorsa e corro verso la strada per recuperarlo prima che mi voli in acqua. Non c'è bisogno. Una macchina si è fermata all'imbocco del ponte, dal lato del passeggero è scesa una signora che me lo porta a metà strada e la macchina dietro attende pazientemente che finiamo e si riparta.
Insomma, queste cose mi inteneriscono, anche dopo tanti anni. E compensano le spaventose incazzature che mi prendo il resto del tempo.
mercoledì 5 dicembre 2007
Sinterklaas, the real thing (fine)
Se dio vuole Sinterklaas con tutti gli Zwarte Piet al seguito stanotte rimonta sul vapore, torna in Spagna e si leva di torno fino all'anno prossimo, che non se ne può più. Prima però porta i regali, che da noi sono stati abbondantemente anticipati, quindi stanotte una robina simbolica e fine.
Oggi però è venuto a scuola e all'asilo, ed è stato un bel vedere. Il bello di tutta la Sintomania olandese è che tutta la nazione più o meno regge il gioco, quindi non solo i sindaci che lo accolgono con le chiavi della città in mano, il telegiornale di Sinterklaas che per un paio di settimane va avanti, ma anche associazioni, gruppi, volontari di tutti i tipi che si danno da fare per il prossimo e per i bambini.
Come appunto le scuole superiori che per raccogliere fondi per qualche opera pia si affittano come Sint e Piet. Per esempio quelli che stamattina sono arrivati alla nostra scuola ed asilo. Alle 8,30 eravamo tutti fuori, ogni classe nel suo riquadro disegnato per terra con il gesso, i genitori in quello contrassegnato genitori ("Che cosa cretina, sbuffa Monique, ma pensano che non ci arriviamo da soli?") e l'asilo in quello con su asilo.
Dopo mezz'ora di congelamento chiappe al freddo, che non pioveva ma piovigginava che è molto peggio, e tirava vento perché la scuola sta su un promontorio ventoso che detto così fa tanto Donna del Tenente Francese, ma non è male, si vede una barchetta giungere in lontananza. Ovvio che tutti i 15 metri di molo di fronte alla scuola erano occupati da un barcone. Sulla barchetta della gran roba rossa e nera.
Il rosso sono il mantello e la mitria di Sinterklaas, che armato di pastorale e barbona e riccioloni candidi che neanche Gandalf, viene tirato sul molo dai Piet riuniti, nei loro vestitini in velluto da paggio e la faccia dipinta color nerofumo, che i Piet sarebbero nell'ordine:
- o schiavetti neri (dicono quelli che considerano Sinterklaas una festa di sporhi colonialisti)
- forse rappresentazione del diavolo (dicono gli antropologi, infatti i Cechi hanno anche Sinterklaas vestito da vescovo, accompagnto da un angelo e da un diavolo)
- chiunque siano, gente che bazzica i camini per portare i regali e logicamente si sporca di fuliggine).
I bambini, qualcuno vestito da Zwarte Piet con il berretto con la piuma di struzzo e i calzoni a sbuffo, la 1/2 A con delle mitrie di cartoncino rosso in testa, la 1/2 B con delle specie di cappelloni da ussaro tutti decorati, i grandi esenti da copricapi, che forse neanche ci credono più ma reggono il gioco per avere i dolci e i regali, che mi sembra la ragione più umana per credere (o far finta di credere) in qualcosa. E poi domani hanno dalla terza in su il test di metà anno e quindi tempo da perdere a fare lavoretti non ne avranno avuto.
Per tutta la mezz'ora di attesa hanno cantato le canzoni di Sinterklaas, abbondantemente appoggiati dai genitori che erano ovviamente quelli che si divertivano più di tutti e come tutti i genitori scattavano foto. Avevamo persino la mamma regista con telecmera professionale, che se so come funziona la vita dei liberi professionisti, anche se ha uno studio di post-production in casa non arriverà mai a farsi il montaggio dei filmini dei figli. Ma spero per me che ci riesca.
Arriva Sinterklaas preceduto dai Piet che distribuivano dolcetti a casaccio (e fateci caso, c'è sempre il bambino timido sfigato che 10 volte su 10 viene sorpassato, mentre c'e quello tenero che per tutta la vita gli metteranno cosine buone in mano anche se non gliene importa nulla, da tanto che ci è abituato. So ist das Leben). Sinterklaas stringe la mano a tutti i bambini uno a uno e li precede dentro la scuola. Ennio mi implora di non lasciarlo, ma devo consegnare Orso all'asilo con gli altri e gli prometto che passerò a fargli un salutino dietro il vetro della porta.
Rientrati all'asilo, troviamo, come da tradizione, le scarpe che avevano esposto piene di un sacchetto di panpepatini e con un mandarino avvolto in carta stagnola, tutte le sedie per terra e impronte colorate di mani e piedi su tutto il pavimento e le porte. che i Piet porteranno anche i regali, ma tradizionalmente lasciano un gran casino dietro.
Orso comincia a raddrizzare tutte le sedie e metterle intorno al tavolo, poi si siede e fa la guardia alla propria scarpa. La sposta dal centro del tavolo al suo lato. Mi indica la pala di stagnola "È un mandarino" mi spiega. Mentre le maestre spogliano i grandi che sono usciti e recuperano i piccoli che sono rimasti dentro, ognuno si dirige verso la propria classe, mentre io vado a controllare che il mio grande sopravviva al trauma della visione di Sinterklaas. Che fa finta di niente ma secondo me ha la coda di paglia, sa benissimo che non è affatto stato bravo come avrebbe potuto.
Oggi dopo la scuola è stato incredibilmente laconico in proposito, l'unica cosa che è riuscito a dire è che il Sint leggendo nel librone ha chiesto se c'era qualcuno che abitava al nostro indirizzo e forse gli ha detto di si. solo il giorno dopo ho coperto che gli ha anche regalato un pirata playmobil.
Orso invece è sopravvissuto benissimo, ultimo bambino ritirato dall'asilo (che tutto chiude alle 17 oggi, per andare a casa ad aprire i regali, tranne casa nostra, lo ritiro come al solito alle 18:20, pelo pelo). Mi fa vedere orgoglioso il trenino e gli altri regali che Sint ha portato all'asilo (anche al doposcuola hanno fatto fare una lista ai bambini e hanno scelto due o tre regaloni da lì. Tra cui un nuovo blocco cucina in legno ("Per giocare a mamma e papà" ci ha spiegato ieri Ennio, "Ah,si, chiede suo padre, e tu sei la mamma o il papà?", "Io sono il gatto" ci fa).
Che belli i misteri spaventosi dei bambini, quest'anno la cosa l'ho organizzata alla sanfasò come mio solito, ma l'anno prossimo mi dò da fare meglio per non contraddirmi e non farci beccare. Perchè in fondo è una cosa così carina che mi piace farla durare il più possibile. Per me, più che per loro.
Oggi però è venuto a scuola e all'asilo, ed è stato un bel vedere. Il bello di tutta la Sintomania olandese è che tutta la nazione più o meno regge il gioco, quindi non solo i sindaci che lo accolgono con le chiavi della città in mano, il telegiornale di Sinterklaas che per un paio di settimane va avanti, ma anche associazioni, gruppi, volontari di tutti i tipi che si danno da fare per il prossimo e per i bambini.
Come appunto le scuole superiori che per raccogliere fondi per qualche opera pia si affittano come Sint e Piet. Per esempio quelli che stamattina sono arrivati alla nostra scuola ed asilo. Alle 8,30 eravamo tutti fuori, ogni classe nel suo riquadro disegnato per terra con il gesso, i genitori in quello contrassegnato genitori ("Che cosa cretina, sbuffa Monique, ma pensano che non ci arriviamo da soli?") e l'asilo in quello con su asilo.
Dopo mezz'ora di congelamento chiappe al freddo, che non pioveva ma piovigginava che è molto peggio, e tirava vento perché la scuola sta su un promontorio ventoso che detto così fa tanto Donna del Tenente Francese, ma non è male, si vede una barchetta giungere in lontananza. Ovvio che tutti i 15 metri di molo di fronte alla scuola erano occupati da un barcone. Sulla barchetta della gran roba rossa e nera.
Il rosso sono il mantello e la mitria di Sinterklaas, che armato di pastorale e barbona e riccioloni candidi che neanche Gandalf, viene tirato sul molo dai Piet riuniti, nei loro vestitini in velluto da paggio e la faccia dipinta color nerofumo, che i Piet sarebbero nell'ordine:
- o schiavetti neri (dicono quelli che considerano Sinterklaas una festa di sporhi colonialisti)
- forse rappresentazione del diavolo (dicono gli antropologi, infatti i Cechi hanno anche Sinterklaas vestito da vescovo, accompagnto da un angelo e da un diavolo)
- chiunque siano, gente che bazzica i camini per portare i regali e logicamente si sporca di fuliggine).
I bambini, qualcuno vestito da Zwarte Piet con il berretto con la piuma di struzzo e i calzoni a sbuffo, la 1/2 A con delle mitrie di cartoncino rosso in testa, la 1/2 B con delle specie di cappelloni da ussaro tutti decorati, i grandi esenti da copricapi, che forse neanche ci credono più ma reggono il gioco per avere i dolci e i regali, che mi sembra la ragione più umana per credere (o far finta di credere) in qualcosa. E poi domani hanno dalla terza in su il test di metà anno e quindi tempo da perdere a fare lavoretti non ne avranno avuto.
Per tutta la mezz'ora di attesa hanno cantato le canzoni di Sinterklaas, abbondantemente appoggiati dai genitori che erano ovviamente quelli che si divertivano più di tutti e come tutti i genitori scattavano foto. Avevamo persino la mamma regista con telecmera professionale, che se so come funziona la vita dei liberi professionisti, anche se ha uno studio di post-production in casa non arriverà mai a farsi il montaggio dei filmini dei figli. Ma spero per me che ci riesca.
Arriva Sinterklaas preceduto dai Piet che distribuivano dolcetti a casaccio (e fateci caso, c'è sempre il bambino timido sfigato che 10 volte su 10 viene sorpassato, mentre c'e quello tenero che per tutta la vita gli metteranno cosine buone in mano anche se non gliene importa nulla, da tanto che ci è abituato. So ist das Leben). Sinterklaas stringe la mano a tutti i bambini uno a uno e li precede dentro la scuola. Ennio mi implora di non lasciarlo, ma devo consegnare Orso all'asilo con gli altri e gli prometto che passerò a fargli un salutino dietro il vetro della porta.
Rientrati all'asilo, troviamo, come da tradizione, le scarpe che avevano esposto piene di un sacchetto di panpepatini e con un mandarino avvolto in carta stagnola, tutte le sedie per terra e impronte colorate di mani e piedi su tutto il pavimento e le porte. che i Piet porteranno anche i regali, ma tradizionalmente lasciano un gran casino dietro.
Orso comincia a raddrizzare tutte le sedie e metterle intorno al tavolo, poi si siede e fa la guardia alla propria scarpa. La sposta dal centro del tavolo al suo lato. Mi indica la pala di stagnola "È un mandarino" mi spiega. Mentre le maestre spogliano i grandi che sono usciti e recuperano i piccoli che sono rimasti dentro, ognuno si dirige verso la propria classe, mentre io vado a controllare che il mio grande sopravviva al trauma della visione di Sinterklaas. Che fa finta di niente ma secondo me ha la coda di paglia, sa benissimo che non è affatto stato bravo come avrebbe potuto.
Oggi dopo la scuola è stato incredibilmente laconico in proposito, l'unica cosa che è riuscito a dire è che il Sint leggendo nel librone ha chiesto se c'era qualcuno che abitava al nostro indirizzo e forse gli ha detto di si. solo il giorno dopo ho coperto che gli ha anche regalato un pirata playmobil.
Orso invece è sopravvissuto benissimo, ultimo bambino ritirato dall'asilo (che tutto chiude alle 17 oggi, per andare a casa ad aprire i regali, tranne casa nostra, lo ritiro come al solito alle 18:20, pelo pelo). Mi fa vedere orgoglioso il trenino e gli altri regali che Sint ha portato all'asilo (anche al doposcuola hanno fatto fare una lista ai bambini e hanno scelto due o tre regaloni da lì. Tra cui un nuovo blocco cucina in legno ("Per giocare a mamma e papà" ci ha spiegato ieri Ennio, "Ah,si, chiede suo padre, e tu sei la mamma o il papà?", "Io sono il gatto" ci fa).
Che belli i misteri spaventosi dei bambini, quest'anno la cosa l'ho organizzata alla sanfasò come mio solito, ma l'anno prossimo mi dò da fare meglio per non contraddirmi e non farci beccare. Perchè in fondo è una cosa così carina che mi piace farla durare il più possibile. Per me, più che per loro.
martedì 4 dicembre 2007
4 dicembre: santa Barbara
Santa Barbara che va per campi
va cogliendo le rose bianche
chiama Cristo e san Giovanni
che ci scampi dai tuoni e dai lampi
Oggi è santa Barbara, mio onomastico, come mi hanno appena ricordato la mia mamma e mia zia, e dedico questea poesiola che diceva sempre mia nonna Peppina, a tutte le omonime co-festeggianti.
Che con il catechismo preconciliare con cui sono stata cresciuta da nonna e zia Filomena (sono l'ultima della mia generazione, credo, ad aver sempre e regolarmente recitato il rosario in latino dall'età della ragione, e non me ne ricordo quasi nulla, tranne un paio di litanie) e l'accento abruzzese che chi non lo conosce non si perde molto, io capivo sempre Santa Barbara va peccando che foneticamente aveva più senso, e logicamente, forse anche, con tutti quei santi che peccavano, poi fulminati sulla via di Damasco si pentivano e diventavano santi.
Per dire, questo è il mio imprinting sulla santità. Che si fa ancora a tempo a diventarlo, mica ci si deve nascere. E proprio in un paese di calvinisti sono andata a finire. Il mio problema con l'Olanda si gioca tutto sulla predestinazione. Deo gratias.
PS: fiori, cioccolatini, auguri e regalini vari, che la jella di essere quella che fa i regali di Sinterklaas a tutti è che poi nessuno li fa a me, sono ovviamente tanto graditi. Ringrazio commossa per il pensiero.
va cogliendo le rose bianche
chiama Cristo e san Giovanni
che ci scampi dai tuoni e dai lampi
Oggi è santa Barbara, mio onomastico, come mi hanno appena ricordato la mia mamma e mia zia, e dedico questea poesiola che diceva sempre mia nonna Peppina, a tutte le omonime co-festeggianti.
Che con il catechismo preconciliare con cui sono stata cresciuta da nonna e zia Filomena (sono l'ultima della mia generazione, credo, ad aver sempre e regolarmente recitato il rosario in latino dall'età della ragione, e non me ne ricordo quasi nulla, tranne un paio di litanie) e l'accento abruzzese che chi non lo conosce non si perde molto, io capivo sempre Santa Barbara va peccando che foneticamente aveva più senso, e logicamente, forse anche, con tutti quei santi che peccavano, poi fulminati sulla via di Damasco si pentivano e diventavano santi.
Per dire, questo è il mio imprinting sulla santità. Che si fa ancora a tempo a diventarlo, mica ci si deve nascere. E proprio in un paese di calvinisti sono andata a finire. Il mio problema con l'Olanda si gioca tutto sulla predestinazione. Deo gratias.
PS: fiori, cioccolatini, auguri e regalini vari, che la jella di essere quella che fa i regali di Sinterklaas a tutti è che poi nessuno li fa a me, sono ovviamente tanto graditi. Ringrazio commossa per il pensiero.
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