Andrea Matranga, cuoco siculo, chiede sul suo blog un parere sui cuoci mediatici e il loro contributo all'arte culinaria. Un argomento che mi stuzzica molto.
Ultimamente ho intervistato Giorgio Locatelli della Locanda Locatelli a Londra e tra le tante belle cose che ha detto c’era questa: che secondo lui un cuoco deve dimostrare cosa sa fare in cucina e non sui media. Se pubblichi un libro l’anno, quand’è che fai il cuoco? (Tanto per non nominare Jamie Oliver per nome e cognome). Giustissimo. Però mettiamolo nel contesto.
A me vivere in Olanda, una terra di missione dal punto di vista culinario (nel senso che imperano i valori sbagliati, ovvio sbagliati secondo me, come prezzo basso, rapidità, medietà e salse che danno sapore a tutto) ha però aperto un mondo di sapori e ingredienti nuovi. Proprio perché la cucina tipica olandese è una cosa che gli olandesi per primi non gradiscono più di tanto, qui trovi cucine di tutto il mondo. Chiunque ha cucinato almeno una volta, non dico una ricetta francese o italiana, ma indonesiana, cinese, giapponese, africana. Un cous-cous e un babi ketjap non si negano a nessuno.
In tutto questo, una buona parte l’hanno avuta i cuochi che scrivono ricette, fanno programmi in TV (quelli li conosco poco, in quanto non ho TV dal 1996). I cuochi divi mediatici insomma. Così è successo che in un supermercato qualsiasi olandese trovo dal latte di cocco alla pasta de Cecco. Bello. Poi non trovo una mela che sappia di mela, del pane che sembri pane e un fegatino di pollo che sia uno, e mi tocca sbattermi per mercati, negozi biologici carissimi e la macelleria Halal. Faccio una fatica a fare una spesa poco poco decente. Bruttissimo.
Tornando al contesto, rendiamoci conto di quello che in Gran Bretagna sono riusciti a fare i media per la riscoperta della cucina come piacere per sé stessi. Ragazzi, non ci scordiamo che quando sono andata io a 14 anni in Inghilterra tutto era stracotto (le verdure grigioline servite nel fondino di acqua gocciolante, signore benedetto) ecc. ecc. e andiamo adesso in un qualsiasi Marks & Spencer (non Fortnum e Mason quindi) e guardiamo come promuovono i prodotti con argomenti tipo: rispetto per l'ambiente, sapori, prodotti locali, produzione responsabile, verdure antiche riesumate con pazienza certosina perché hanno un sapore migliore della bio-industria che ci compriamo al supermercato. Questo nel supermercato più di massa che possiamo immagiarci (sempre nel suo contesto).
Il britanno medio ha in cucina una biblioteca di ricettari, magari giusto quelli dei divi chef televisivi, ma se il risultato è che la gente scopre il piacere di cucinare e mangiare, scopre prodotti e ricette che non conosceva prima, ben vengano i cuochi mediatici. Se sono anche dei/delle bonazzi/e (pensiamo alle tette di Nigella che piacciono tanto ai telespettatori maschi, che poi si mettono a cucinare, ma anche al naked chef quando era giovane e magro) questa è la legge dei media, ma le ricette non mentono. Sono buone, fattibili, spiegate bene (che anche scrivere una ricetta è un’arte, ho imparato con il tempo) e la gente, il pubblico le gradisce. Oppure no. Si arriva alle esagerazioni divistiche, ma preferisco questo tipo di eccessi mediatici a Big Brother o alle veline seminude.
Io non capisco nulla di arte figurativa, ma se una cosa mi piace da mangiare me ne accorgo. Così tutti. La cucina e il cibo sono la forma d’arte più vicina a chiunque, e trovo che uscire ogni tanto delle solite minestrine e fettine della mamma sia un dovere educativo di ogni genitore, che con i mezzi e le possibilità che ha deve insegnare ai figli a riconoscere sapori nuovi e a goderne il più possibile.
venerdì 9 novembre 2007
giovedì 8 novembre 2007
Proprio un macellaio
Io mi ricordo ancora la macelleria di Ginetta al mio paese quando ero piccola. In certi giorni c'è un mezzo vitello appeso per il garretto a un gancio, all'ingiù. a volte sotto c'era una piccola macchiolina di sangue, a volte invece un catino.
La cosa più spaventosa ed eccitante era la segaossa nel retro. Il retro era un buchino con la porta della cella frigorifera da cui usciva la nebbia e in cui cercavo sempre di dare un'occhiata di sguincio, un lavandino piccolo per le mani, un tagliere rosso tutto scheggiato e un banco con su la segaossa. Il nome dice tutto. Per le bistecche con l'osso, per esempio (ci sono cresciuta, e tanto bene) Ginetta o Mario afferravano da un gancio nella cella un bloccone di carne, lo stendevano sulla segaossa, e ziiinc, ziiinc, ziiinc tagliavano l'osso, per poi finire di tagliare la bistecca a mano.
La carne costava tantissimo, perlomeno ricordo che se non la volevamo mangiare mia nonna ci diceva subito quanto costava. Ma non c'era rischio, la mangiavamo volentieri in genere. La carne macinata, bisognava prima ordinare lo spezzatino e poi fartelo macinare, non prendere quello già pronto nella vaschetta. La tritacarne stava invece sul banco, insieme alla pressa per gli hamburger, che venivano pressati tra due dischetti trasparenti di cellophan.
Per dire che io ho sempre saputo da dove viene la carne che mangio. Viene da un animale. Morto. Me ne faccio una ragione e dico una prece, ringraziando per il sacrificio. Ci sono interi sistemi di fede che si basano su questo meccanismo. Sacrificio, cannibalismo, gratitudine. Per dire, siamo abbastanza basilari in tutti i nostri processi intellettuali. Quello che conta è la panza piena.
Magari faccio più fatica a mangiare animali che ho conosciuto da vivi. Tipo i piccioni, o le papere, che a volte facevamo. Non tanto per il legame affettivo - non c'era - ma in qualche modo mi facevano impressione. Da spennati erano più lividi dei compagni nella vetrina del macello, da cotti più duretti. Insomma, viva il macellaio, che mi fa vedere da dove viene quello che mangio, ma non mi obbliga a macellarmelo da me (una volta però ho spellato un coniglio).
Tutto questo l'ho perso venendo in Olanda, dove la regola è che tutto costi poco, che il prezzo fa la qualità (se costa tanto è buono per definizione, se costa poco lo si sommerge si salse e spezie e passa la paura) e che bisogna ignorare da dove viene la carne.
La carne non ha interiora, non ha cuore né cervello, poco fegato, ossa il meno possibile, solo se esotiche (ossobuco) ed è tutto un filetto, uno spezzatino, un marinato, precondito, precotto, premasticato, predigerito.
Da un macellaio asettico di questi mi passa la fantasia. Tutto sembra uguale, in versione maiale, manzo, vitello, pollo. Come nei ristoranti cinesi di qui: scegli che bestia vuoi e che salsa ci vuoi. Le stesse salse per tutte le bestie, con lo stesso sapore tutte quante, dal gambero al pollo. Cambia un pelino il prezzo.
Adesso invece ho scoperto il macellaiomacellaio, con in vetrina si l belle fettine, filetti, bistecche eccetera, ma anche rognoni, stomaci, testicoli, cervelli e un paio di teste d'agnello sanguinolente.
potrei qusi dire: un macellaio del tipo "del maiale non si butta via nulla" solo che è un macellaio turco e giusto il maiale lo scarta per intero. Ma è già un primo passo.
La cosa più spaventosa ed eccitante era la segaossa nel retro. Il retro era un buchino con la porta della cella frigorifera da cui usciva la nebbia e in cui cercavo sempre di dare un'occhiata di sguincio, un lavandino piccolo per le mani, un tagliere rosso tutto scheggiato e un banco con su la segaossa. Il nome dice tutto. Per le bistecche con l'osso, per esempio (ci sono cresciuta, e tanto bene) Ginetta o Mario afferravano da un gancio nella cella un bloccone di carne, lo stendevano sulla segaossa, e ziiinc, ziiinc, ziiinc tagliavano l'osso, per poi finire di tagliare la bistecca a mano.
La carne costava tantissimo, perlomeno ricordo che se non la volevamo mangiare mia nonna ci diceva subito quanto costava. Ma non c'era rischio, la mangiavamo volentieri in genere. La carne macinata, bisognava prima ordinare lo spezzatino e poi fartelo macinare, non prendere quello già pronto nella vaschetta. La tritacarne stava invece sul banco, insieme alla pressa per gli hamburger, che venivano pressati tra due dischetti trasparenti di cellophan.
Per dire che io ho sempre saputo da dove viene la carne che mangio. Viene da un animale. Morto. Me ne faccio una ragione e dico una prece, ringraziando per il sacrificio. Ci sono interi sistemi di fede che si basano su questo meccanismo. Sacrificio, cannibalismo, gratitudine. Per dire, siamo abbastanza basilari in tutti i nostri processi intellettuali. Quello che conta è la panza piena.
Magari faccio più fatica a mangiare animali che ho conosciuto da vivi. Tipo i piccioni, o le papere, che a volte facevamo. Non tanto per il legame affettivo - non c'era - ma in qualche modo mi facevano impressione. Da spennati erano più lividi dei compagni nella vetrina del macello, da cotti più duretti. Insomma, viva il macellaio, che mi fa vedere da dove viene quello che mangio, ma non mi obbliga a macellarmelo da me (una volta però ho spellato un coniglio).
Tutto questo l'ho perso venendo in Olanda, dove la regola è che tutto costi poco, che il prezzo fa la qualità (se costa tanto è buono per definizione, se costa poco lo si sommerge si salse e spezie e passa la paura) e che bisogna ignorare da dove viene la carne.
La carne non ha interiora, non ha cuore né cervello, poco fegato, ossa il meno possibile, solo se esotiche (ossobuco) ed è tutto un filetto, uno spezzatino, un marinato, precondito, precotto, premasticato, predigerito.
Da un macellaio asettico di questi mi passa la fantasia. Tutto sembra uguale, in versione maiale, manzo, vitello, pollo. Come nei ristoranti cinesi di qui: scegli che bestia vuoi e che salsa ci vuoi. Le stesse salse per tutte le bestie, con lo stesso sapore tutte quante, dal gambero al pollo. Cambia un pelino il prezzo.
Adesso invece ho scoperto il macellaiomacellaio, con in vetrina si l belle fettine, filetti, bistecche eccetera, ma anche rognoni, stomaci, testicoli, cervelli e un paio di teste d'agnello sanguinolente.
potrei qusi dire: un macellaio del tipo "del maiale non si butta via nulla" solo che è un macellaio turco e giusto il maiale lo scarta per intero. Ma è già un primo passo.
mercoledì 7 novembre 2007
Creatività
I giorni cupi autunnali mi stroncano, ho passato giorni da un attacco di pelandrite all'altro. Per fortuna mi vengono delle botte creative e mi sono messa a far feltro.
Fare sciallini in feltro è un'arte che ho appreso da Cristina Pacciani, che ha un atelier sull'Overtoom e con cui ci siamo fatte subito simpatia. Eh, noi povere mamme italiane ad Amsterdam, se non ci si consola tra di noi. Lei è un'artista dei colori pastello, io cerco di fare colorini più forti.
Però per un'esposizione per cui doveva fare dei pannelli da 5 metri voleva lavorare in bianco e nero. Un'allegoria della giustizia. Una prova di bravura enorme per una feltraia. Per fortuna ci ha ripensato e ha fatto una serie di pannelloni bellissimi color pastello con dei piccoli inserti che a me sembravano delle vulvette (a domanda precisa ha risposto sibillina, ah questi artisti) e avevao un qualche tema d'amore.
Questi giorni, quindi, per scacciare il winter blues già in autunno (meno male che non vivo sopra al circolo polare, mi suiciderei in inverno) ho feltrato. Un cappello con Lily, che non avevo mai provato forme tridimensionali e infatti non è venuto un granché, ma lo considero sempre un lavoro in corso.
Uno scialle bianco da un lato e lilla, turchese con tocchetti di verdino e arancione acceso dall'altro. Uno scialle antracite con tocchetti in bianco e nero, e la scritta musa in rosso da un lato. L'ho regalato a Samila Bayat, artista iraniana in visita in questi giorni, che due anni fa ha fatto questa mostra da me con quadri sognanti e deliziosi per bambini. Il più bello era la bimba che decide di lucidare la luna, e sale su una scaletta altissima più in alto delle case, degli aquiloni e delle nuvole, tutto sfumato nei toni del blu notte. A Ennio è piaciuta tanto la megalumaca verde, sempre in attesa di essere appeso in camera sua. Una pittrice dovrebbe sempre avere la musa a portta di mano.
Poi: ho elaborato con Ruvy un act sul tema del mecenate, ce se ci lavoriamo un po'meglio viene bene per una prossima occasione.
Abbiamo scelto il pezzo che reciteremo a marzo: Signorina Papillon di Stefano Benni, che dovremo implorare di illuminarci, che è un pezzo tanto ermetico.
E domenica, andiamo ad esibirci per il Lize, l'organismo decisionale per `gli europei del sud in Olanda. Grazie a M-A, ho trovato dei pezzi di Machado, che negli anni '70 erano stati musicati da tale Joan Manuel Serrat, catalano. Leggerò questi, oltre ai nostri soliti pezzi.
Insomma, adesso mi resta solo da cucinare per la festa di san Martino di sabato, domani ci diamo alle torte di zucca con Monique, e poi ho finito.
Cosa non tocca fare per tenersi su quando il clima ti uccide.
Fare sciallini in feltro è un'arte che ho appreso da Cristina Pacciani, che ha un atelier sull'Overtoom e con cui ci siamo fatte subito simpatia. Eh, noi povere mamme italiane ad Amsterdam, se non ci si consola tra di noi. Lei è un'artista dei colori pastello, io cerco di fare colorini più forti.
Però per un'esposizione per cui doveva fare dei pannelli da 5 metri voleva lavorare in bianco e nero. Un'allegoria della giustizia. Una prova di bravura enorme per una feltraia. Per fortuna ci ha ripensato e ha fatto una serie di pannelloni bellissimi color pastello con dei piccoli inserti che a me sembravano delle vulvette (a domanda precisa ha risposto sibillina, ah questi artisti) e avevao un qualche tema d'amore.
Questi giorni, quindi, per scacciare il winter blues già in autunno (meno male che non vivo sopra al circolo polare, mi suiciderei in inverno) ho feltrato. Un cappello con Lily, che non avevo mai provato forme tridimensionali e infatti non è venuto un granché, ma lo considero sempre un lavoro in corso.
Uno scialle bianco da un lato e lilla, turchese con tocchetti di verdino e arancione acceso dall'altro. Uno scialle antracite con tocchetti in bianco e nero, e la scritta musa in rosso da un lato. L'ho regalato a Samila Bayat, artista iraniana in visita in questi giorni, che due anni fa ha fatto questa mostra da me con quadri sognanti e deliziosi per bambini. Il più bello era la bimba che decide di lucidare la luna, e sale su una scaletta altissima più in alto delle case, degli aquiloni e delle nuvole, tutto sfumato nei toni del blu notte. A Ennio è piaciuta tanto la megalumaca verde, sempre in attesa di essere appeso in camera sua. Una pittrice dovrebbe sempre avere la musa a portta di mano.
Poi: ho elaborato con Ruvy un act sul tema del mecenate, ce se ci lavoriamo un po'meglio viene bene per una prossima occasione.
Abbiamo scelto il pezzo che reciteremo a marzo: Signorina Papillon di Stefano Benni, che dovremo implorare di illuminarci, che è un pezzo tanto ermetico.
E domenica, andiamo ad esibirci per il Lize, l'organismo decisionale per `gli europei del sud in Olanda. Grazie a M-A, ho trovato dei pezzi di Machado, che negli anni '70 erano stati musicati da tale Joan Manuel Serrat, catalano. Leggerò questi, oltre ai nostri soliti pezzi.
Insomma, adesso mi resta solo da cucinare per la festa di san Martino di sabato, domani ci diamo alle torte di zucca con Monique, e poi ho finito.
Cosa non tocca fare per tenersi su quando il clima ti uccide.
giovedì 25 ottobre 2007
ho degli amici meravigliosi
Che in questi giorni di impietosa e lucida autoanalisi, come l'ha chiamata don Stalin, io sia cresciuta, e tanto, non c'è dubbio. Ma è grazie a tutti i miei meravigliosi amici che ne vengo fuori più forte e serena di prima. Mi avete coccolata, consolata, consigliata, sofferto con me, aiutata a relativizzare e a ridere sopra le mie paturnie, e nessuno, dico nessuno, si è sottratto. Vi siete indignati, incazzati, avete reagito con un tempismo incredibile.
Vi amo, siete splendidi (ehi, mica è per caso che siete i miei amici) siete la prova che devo essere una persona fantastica anch'io per avere amici come voi. E le pompe e i pompini funebri di Corepeloso resteranno negli annali (o anali? Questo correttore ortografico delle volte....)
E nessuno neanche per un'attimo mi ha chiesto se non pensassi di stare esagerando. Sono la donna più fortunata del mondo. Tutto quello che dò lo ricevo decuplicato. Ho gli amici migliori del mondo. Per favore mettetelo nella mia orazione funebre (già che siamo in tema per via dei pompini).
Vi amo, siete splendidi (ehi, mica è per caso che siete i miei amici) siete la prova che devo essere una persona fantastica anch'io per avere amici come voi. E le pompe e i pompini funebri di Corepeloso resteranno negli annali (o anali? Questo correttore ortografico delle volte....)
E nessuno neanche per un'attimo mi ha chiesto se non pensassi di stare esagerando. Sono la donna più fortunata del mondo. Tutto quello che dò lo ricevo decuplicato. Ho gli amici migliori del mondo. Per favore mettetelo nella mia orazione funebre (già che siamo in tema per via dei pompini).
mercoledì 24 ottobre 2007
Silvia santa subito
Abbiamo deciso di costituire il comitato Silvia santa subito per la betificazione di Silvia. Lei gradisce, vuole essere santificata come vergine e martire e non ho dubbi abbia in questo momento tutte le caratteristiche del caso.
Ma per ora ad agiografie sto messa bene, quindi penso a un martirologio. Devo pensarci bene. Una parodia di Jacopone. In fondo tra umbri si capiscono bene.
Per ora l'originale, di ispirazione a tutti i lettori
O Segnor, per cortesia,
manname la malsania,
A me la freve quartana,
la contina e la terzana,
la doppia cotidïana 5
co la granne etropesia.
A me venga mal de denti,
mal de capo e mal de ventre,
a lo stomaco dolor pognenti,
e 'n canna la squinziana. 10
Mal degli occhi e doglia de fianco
e l'apostema dal canto manco;
tiseco ma ionga en alco
e d'onne tempo la fernosia.
Aia 'l fecato rescaldato, 15
la milza grossa, el ventre enfiato,
lo polmone sia piagato
con gran tossa e parlasia.
A me vegna le fistelle
con migliaia de carvoncigli, 20
e li granchi siano quilli
che tutto repien ne sia.
A me vegna la podagra,
mal de ciglio sì m'agrava;
la disenteria sia piaga 25
e le morroite a me se dia.
A me venga el mal de l'asmo,
iongasece quel del pasmo,
como al can me venga el rasmo
ed en bocca la grancìa. 30
A me lo morbo caduco
de cadere en acqua e 'n fuoco,
e ià mai non trovi luoco
che io affritto non ce sia.
A me venga cechetate, 35
mutezza e sordetate,
la miseria e povertate,
e d'onne tempo en trapparia.
Tanto sia el fetor fetente,
che non sia null'om vivente 40
che non fugga da me dolente,
posto 'n tanta ipocondria.
En terrebele fossato,
ca Riguerci è nomenato,
loco sia abandonato 45
da onne bona compagnia.
Gelo, granden, tempestate,
fulgur, troni, oscuritate,
e non sia nulla avversitate
che me non aia en sua bailia. 50
La demonia enfernali
sì me sian dati a ministrali,
che m'essercitin li mali
c'aio guadagnati a mia follia.
Enfin del mondo a la finita 55
sì me duri questa vita,
e poi, a la scivirita,
dura morte me se dia.
Aleggome en sepoltura
un ventre de lupo en voratura, 60
e l'arliquie en cacatura
en espineta e rogaria.
Li miracul' po' la morte:
chi ce viene aia le scorte
e le vessazione forte 65
con terrebel fantasia.
Onn'om che m'ode mentovare
sì se deia stupefare
e co la croce signare,
che rio scuntro no i sia en via. 70
Signor mio, non è vendetta
tutta la pena c'ho ditta:
ché me creasti en tua diletta
e io t'ho morto a villania.
Ma per ora ad agiografie sto messa bene, quindi penso a un martirologio. Devo pensarci bene. Una parodia di Jacopone. In fondo tra umbri si capiscono bene.
Per ora l'originale, di ispirazione a tutti i lettori
O Segnor, per cortesia,
manname la malsania,
A me la freve quartana,
la contina e la terzana,
la doppia cotidïana 5
co la granne etropesia.
A me venga mal de denti,
mal de capo e mal de ventre,
a lo stomaco dolor pognenti,
e 'n canna la squinziana. 10
Mal degli occhi e doglia de fianco
e l'apostema dal canto manco;
tiseco ma ionga en alco
e d'onne tempo la fernosia.
Aia 'l fecato rescaldato, 15
la milza grossa, el ventre enfiato,
lo polmone sia piagato
con gran tossa e parlasia.
A me vegna le fistelle
con migliaia de carvoncigli, 20
e li granchi siano quilli
che tutto repien ne sia.
A me vegna la podagra,
mal de ciglio sì m'agrava;
la disenteria sia piaga 25
e le morroite a me se dia.
A me venga el mal de l'asmo,
iongasece quel del pasmo,
como al can me venga el rasmo
ed en bocca la grancìa. 30
A me lo morbo caduco
de cadere en acqua e 'n fuoco,
e ià mai non trovi luoco
che io affritto non ce sia.
A me venga cechetate, 35
mutezza e sordetate,
la miseria e povertate,
e d'onne tempo en trapparia.
Tanto sia el fetor fetente,
che non sia null'om vivente 40
che non fugga da me dolente,
posto 'n tanta ipocondria.
En terrebele fossato,
ca Riguerci è nomenato,
loco sia abandonato 45
da onne bona compagnia.
Gelo, granden, tempestate,
fulgur, troni, oscuritate,
e non sia nulla avversitate
che me non aia en sua bailia. 50
La demonia enfernali
sì me sian dati a ministrali,
che m'essercitin li mali
c'aio guadagnati a mia follia.
Enfin del mondo a la finita 55
sì me duri questa vita,
e poi, a la scivirita,
dura morte me se dia.
Aleggome en sepoltura
un ventre de lupo en voratura, 60
e l'arliquie en cacatura
en espineta e rogaria.
Li miracul' po' la morte:
chi ce viene aia le scorte
e le vessazione forte 65
con terrebel fantasia.
Onn'om che m'ode mentovare
sì se deia stupefare
e co la croce signare,
che rio scuntro no i sia en via. 70
Signor mio, non è vendetta
tutta la pena c'ho ditta:
ché me creasti en tua diletta
e io t'ho morto a villania.
Etichette:
l'arte come artificio,
se non ci fossero gli amici
martedì 23 ottobre 2007
Minigonne
Le minigonne sono un mio trauma di gioventù. Cioè, più che mio, di mio padre, che era capace di farsi venire un attacco isterico se mi beccava con addosso quella che a suo parere fosse una minigonna. Indipendentemente dall'effettiva lunghezza della gonna in questione, il che era una cosa che mi confondeva molto le idee. Con i calzoncini corti non aveva invece nessun problema. Strana cosa, la psicologia paterna.
Quindi per me il primo atto di emancipazione è stato quello di comprarmi e mettermi minigonne alla faccia di mio padre. Peccato, perché io la minigonna la vedo come un capo tipicamente infantile e adolescenziale, nel senso che è a quell'età lì che sta benissimo a chiunque, ma proprio in quegli anni formativi lì non potevo metterla serenamente. In compenso una volta a 16 anni mi sono quasi rapata a zero, anche lì mio padre ha rischiato il coccolone, ma non poteva dirmi niente perché non c'erano potenziali allusioni sessuali. Perché diciamocelo pure, quello era il problema fondamentale di mio padre. Che mi violentassero perché portavo la minigonna, o cose del genere.
A 29 anni ne ho comprata una bellissima di Stefanel dicendomi che visto che stavo per arrivare ai trent'anni, forse sarebbe stata l'ultima e che ne dovevo approfittare. Si, perché a quell'età lì tentavo di darmi coraggio con il mito della "power suit", che assicuro, funziona benissimo. Mai avuto tanti tailleur severi come tra i 22 e i 30 anni. La mia amica Bowine uguale: una comincia a lavorare, cerca di farsi prendere sul serio e mette tailleur su tailleur.
Adesso invece che entrambe siamo femmine di gran carriera, mogli e madri esemplari e soprattutto non sentiamo di dover dimostrare niente a nessuno, tantomeno ai nostri padri, ce ne andiamo bellamente a culo al vento. Tanto sotto portiamo i fuseaux.
E dall'estate (subito dopo i miei 30 anni) in cui ho visto mia suocera in mini jeans, ho concluso che il mio prossimo limite lo sposto a 50 anni. Per ora.
- to be continued fra 10 anni -
Quindi per me il primo atto di emancipazione è stato quello di comprarmi e mettermi minigonne alla faccia di mio padre. Peccato, perché io la minigonna la vedo come un capo tipicamente infantile e adolescenziale, nel senso che è a quell'età lì che sta benissimo a chiunque, ma proprio in quegli anni formativi lì non potevo metterla serenamente. In compenso una volta a 16 anni mi sono quasi rapata a zero, anche lì mio padre ha rischiato il coccolone, ma non poteva dirmi niente perché non c'erano potenziali allusioni sessuali. Perché diciamocelo pure, quello era il problema fondamentale di mio padre. Che mi violentassero perché portavo la minigonna, o cose del genere.
A 29 anni ne ho comprata una bellissima di Stefanel dicendomi che visto che stavo per arrivare ai trent'anni, forse sarebbe stata l'ultima e che ne dovevo approfittare. Si, perché a quell'età lì tentavo di darmi coraggio con il mito della "power suit", che assicuro, funziona benissimo. Mai avuto tanti tailleur severi come tra i 22 e i 30 anni. La mia amica Bowine uguale: una comincia a lavorare, cerca di farsi prendere sul serio e mette tailleur su tailleur.
Adesso invece che entrambe siamo femmine di gran carriera, mogli e madri esemplari e soprattutto non sentiamo di dover dimostrare niente a nessuno, tantomeno ai nostri padri, ce ne andiamo bellamente a culo al vento. Tanto sotto portiamo i fuseaux.
E dall'estate (subito dopo i miei 30 anni) in cui ho visto mia suocera in mini jeans, ho concluso che il mio prossimo limite lo sposto a 50 anni. Per ora.
- to be continued fra 10 anni -
lunedì 22 ottobre 2007
"La mia Olanda", aa.vv.
È uscita sabato scorso ad Amsterdam una raccolta bilingue di ritratti e ricordi di/sulla mia bellissima città da parte di diversi scrittori italiani. Si tratta di un libro commemorativo dei 30 anni di esisteza della Libreria Bonardi, l'unica, splendida inimitabile libreria italiana.
Bonardi e le sue signore sono un'istituzione. A parte che ci trovo tutti i titoli di cui ho bisogno, ma ho scoperto molti più autori interessanti nella mia vita nei relativamente pochi anni che la frequento, che non nelle più lunghe ed ampie frequentazioni di librerie e biblioteche in Italia.
Un nome per tutti, Paolo Nori. E poi Sandrone Dazieri, che adesso tutte le Feltrinelli te lo buttano dietro, ma quando e davvero uscito, chi se lo filava il Gorilla? Da Bonardi ho intervistato Sandro Veronesi appena uscito da un brutto periodo personale, ho letto i miei primi libelli e venduto ben una copia (o forse due) del mio manuale della perfetta fattucchiera. Che anche queste sono soddisfazioni.
Insomma, dipendesse da me Bonardi potrebbe festeggiare un trentennale l'anno, corredato di relativa pubblicazione. E ne "La mia Olanda" tutti i ritratti della città ne escono fuori leggeri e vaganti, come il riflesso delle nuvole sui canali.
Bonardi e le sue signore sono un'istituzione. A parte che ci trovo tutti i titoli di cui ho bisogno, ma ho scoperto molti più autori interessanti nella mia vita nei relativamente pochi anni che la frequento, che non nelle più lunghe ed ampie frequentazioni di librerie e biblioteche in Italia.
Un nome per tutti, Paolo Nori. E poi Sandrone Dazieri, che adesso tutte le Feltrinelli te lo buttano dietro, ma quando e davvero uscito, chi se lo filava il Gorilla? Da Bonardi ho intervistato Sandro Veronesi appena uscito da un brutto periodo personale, ho letto i miei primi libelli e venduto ben una copia (o forse due) del mio manuale della perfetta fattucchiera. Che anche queste sono soddisfazioni.
Insomma, dipendesse da me Bonardi potrebbe festeggiare un trentennale l'anno, corredato di relativa pubblicazione. E ne "La mia Olanda" tutti i ritratti della città ne escono fuori leggeri e vaganti, come il riflesso delle nuvole sui canali.
Etichette:
comunicazioni di servizio,
l'arte come artificio
Iscriviti a:
Post (Atom)