martedì 5 settembre 2006

Vita di mamma: primo giorno di scuola

A parte i dettagli cosmetici, io sto bene, penso che tutto sommato in Olanda mi trovo meglio che in Italia, a parte il tempo, ovviamente, sembra un cliché ma ne soffro proprio. Poi considera che faccio tutto in bici, e anche se come lavoro mi ero organizzata in modo da uscire di casa il meno possibile, se non mi andava, visto che abito sopra l'ufficio (sai quelle case spalmate su 5 strati e mezzo, dico, cosa vi costava dimezzarmi e allargarmi i piani e mettermi i vicini sopra o sotto? Privacy) adesso mi hanno sconvolto questa sana abitudine.

Infatti da gennaio Ennio va a scuola (materna ma qui fa parte delle elementari) e non poteva scegliersi mese più disgraziato per cominciare. Ma ha compiuto 4 anni allora, e quindi non si scappa. Secondo me era anche la mia rottura di scatole del mattino, che arrivo a livelli di adrenalina e stress che mi basterebbero per un mese, a fargliela piacere così poco. I primi tre mesi urlava e si divincolava manco lo portassi al patibolo. Eravamo arrivati al punto che una delle prime frasi di due parole di Orso, che aveva due anni scarsi all'epoca era "scuola no", tanto suo fratello lo ripeteva 18 volte al giorno. Verso maggio, ho sentito qualcuno chiedergli come fosse la scuola, e a bocca storta ha risposto "Carina". Bastardo. A me, sua madre, niente soddisfazioni, solo urli. Adesso invece è peggio, ha scoperto gli ululati che lo divertono tanto e io esco pazza.

Insomma, mi toccava caricarmeli, dopo averli trascinati bene o male per i 5 strati (per fortuna in discesa a quell'ora del mattino) e mezzo, in cui al terzo ci si lava (se ci si lava), al secondo si dorme, al primo si mangia e a piano terra si cercano le scarpe, le giacche e le chiavi. A quel punto uno dei due faceva la cacca (scusa, ma gli argomenti delle madri di cuccioli vertono molto sullo scatologico, ci avevi mai fatto caso?), ma qui stendo un velo di scottex.

Poi si litigava per i 15 metri dalla porta alla baracca per prendere le bici ("io vado con la mia bici piccola") ma dove vai, incosciente, che c'è un vento da 35 nodi e dobbiamo farci il ponte grande, mi voli via, con i tuoi 18 chili, che anzi, servono tutti a me di zavorra. Oppure Orso mi scappava verso il canale e mi toccava riprenderlo prima che finisse sotto una macchina o sotto una barca. Poi li trascinavo alla bici (io davvero comincio a preoccuparmi di cosa possano pensare i tremila vicini dei palazzi limitrofi quando mi vedono uscire urlando di casa e trascinarmi due bambini. Non è che un giorno mi denunciano, che qui il controllo sociale è una cosa seria).

Perché tu devi sapere che il giorno in cui, dopo 12 anni di Olanda, mi sono sentita veramente integrata è stato il giorno che mi hanno montato sulla bici il secondo seggiolino e la staffa con la cassetta per la spesa. Ora, io devo ringraziare tutti i miei cromosomi polacchi e i miei 85 kg che ce la faccio a tirarla giù dal cavalletto (che è un modello "mama", cioè doppio così la bici si regerebbe da sola, se non avessi la staffa che mi sbilancia). Capisci perché queste povere turche, marocchine, asiatiche varie non ci riescono a integrari bene come me? Non è il velo islamico, è che loro, una bici come la mia che pesa più di loro, ci si schiantano sotto. Si tratta di istinto di sopravvivenza, non di cattiva volontà di integrarsi.

Poi una volta legati in bici, attaccati i caschi e bestemmiato un paio di volte scaricavamo Orso all'asilo che è vicino casa e poi ci facevamo il chilometro lanciato verso la scuola, dove arrivavamo tardi e dove la maestra me li faceva pesare tutti, quei ritardi. Perché è una santa donna, e si preoccupa sinceramente che non le vada fuori di testa, ma l' orario è orario. Ordine e regolarità.

Oggi è stato il primo giorno di scuola, cosa vuoi, si ricomincia. Quello che per ora non ricomincia è la logopedista, ci siamo giusto messe d'accordo di dargli 6 mesi di sviluppo autonomo per poi vedere come va. Perché anche lì, due volte la settimana, portalo a scuola, riprenditelo dopo due ore e sotto la pioggia, la grandine, la neve (e i soliti 35 nodi di vento, che non ho neanche la percezione se sia una cazzata mostruosa, ma mi suona bene) andare dall'altro capo del centro, pranzare insieme da Eten bij van Soelen (per lui uovo con toast e formaggio e torta di fragole, io tutti i suoi resti più tutto quello che sono così incauta da ordinare per me, in genere le crocchette di Oma Bob, che racomando) e poi, lui dalla logopedista, io un'ora al mio mercato preferito. Di cui dirò un'altra volta.

Insomma, faccio la mamma. Solo che fare la mamma ad Amsterdam è una cosa diversa da quello che faceva la mia, di mamma. Speriamo di arrivare, non dico alla pensione, ma almeno alla menopausa, senza traumi cranici. Poi rientro in Italia, se nel frattempo non succedono casini anche lì.

Per ora ti mando un bacione e vado a dormire, che domani è un'altro giorno di scuola, come diceva Rossella O'Hara in Via col vento.

1 commento:

la tanga ha detto...

grande mamma orsa, una lettura edificante e insana di mente!

graXXXie! la tanga